L’uomo che spostava più lontano i confini del Mondo conosciuto, l’esploratore, non esiste più: i satelliti coprono ogni centimetro del Pianeta su cui orbitano e, dal volo sulla Luna, l’orizzonte si è spostato al Sistema Solare per l’uomo, alla galassia per le macchine. L’esploratore ha sempre rivestito un importante ruolo culturale, poiché era indirettamente in grado di restituire al territorio e al popolo da cui era partito una prospettiva geografica e quindi storica: l’ignoto sarebbe diventato noto, in una perpetua e insoddisfatta tensione verso “l’oltre”. L’esploratore era un eroe a cui ispirarsi e di cui narrare le peripezie. Un uomo normale le cui capacità stra-ordinarie permettevano di superarsi, di – appunto – andare oltre rischiando la vita, portando all’estremo le conseguenze dell’esposizione a forze e rischi sconosciuti, in balia della Natura e del Mistero. Con il colonialismo la questione è prettamente mercantile, poiché il processo di occupazione passa attraverso la “conversione al progresso” dei selvaggi e delle loro terre: se per Charles Darwin lo stimolo restava la curiosità (anche) scientifica, la potenza coloniale della seconda metà dell’Ottocento era alla ricerca di risorse, rotte e fini commerciali, quasi priva di scrupoli umanistici, ma ha permesso d’altro canto il dilagare della voglia di avventura: generazioni intere hanno viaggiato ed esplorato salpando dalle pagine Verne, Salgari, Conrad e Melville.

“La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l’occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi.”

(Joseph Conrad, La linea d’ombra)

Tuttavia, pur commercializzati i rapporti civili, quel che resta è un massimo sentimento di curiosità: prima riguardo l’esterno, e poi verso se stessi. Questo perché lo sviluppo della tecnica ha spostato il fuoco dal Mondo all’Uomo, soprattutto con il potenziamento delle machinae: lasciando agli scienziati il compito di guardare tra le stelle, il campo da esplorare è quello dell’Io, che a sua volta soffre una divisione. La soluzione più immediata e a basso costo è puntare solo a se stessi, come uno specchio che riflette solo la nostra apparenza: guardare il proprio riverbero sullo schermo da cui si leggono queste parole, credere di essere – attraverso di esso – in connessione con tutto e tutti, per non rendersi conto che invece esso è lo stagno in cui, soli, anneghiamo. Oppure si può, al contrario, considerare il proprio abisso per cercare in esso la vibrazione del non-finito: pensare alla propria esistenza non come alla soluzione di tutte le cose, ma come all’onere di cercare nella vita qualcosa che superi il suo valore; in altri termini, l’eroismo.

“Ma è vana impresa volgarizzare gli abissi, e ogni verità è un abisso”.

(Herman Melville, Moby Dick)

Sulla Terra come provare questo eroismo a sè e agli altri? Da un lato c’è l’avventuriero, che si porta nei luoghi più inospitali per l’essere umano e si mette alla prova. Suo contraltare è (stato, almeno per tutto il ‘900) il pilota, con le ruote e con le ali. Condurre i cilindri del motore fino a ruggire sguaiati lungo una pista, con solo una giacca di cuoio a separarlo dall’asfalto. O vedere quanto alto un aeroplano può volare, orientandosi con le stelle dentro una carlinga di latta retta da sottili rivetti.

“Non deve più esserci mistero. Gli uomini devono scendere in quel pozzo scuro e risalire dicendo che non vi hanno trovato nulla. Quest’uomo deve scendere nel cuore più profondo della notte, in tutto il suo spessore, senza nemmeno quella piccola lampada da minatore che rischiara solamente le mani o l’ala, ma allontana della larghezza di una spalla l’ignoto”.

(Antoine de Saint-Exupéry, Volo di notte)

Oggi che gli aerei hanno il pilota automatico – e perso il loro spirito d’avventura – e che auto e moto sono dominate dall’elettronica (pure restando ancora mortali) essi non esercitano più lo stesso fascino sul pubblico, anche per la sovraesposizione di cui possono godere. Tuttavia l’uomo è la variabile che non cede e la sua inquietudine non svanisce. Cosa può fare allora per dare spazio alla sua natura di esploratore del mondo e di se stesso?

Sembra che questo spazio oggi sia occupato dagli Sport Estremi, poiché paiono raccogliere e rilanciare proprio quell’insopprimibile spinta a superarsi e ad andare oltre. Seppur di difficile definizione, infatti, la qualità che li accomuna è l’altissimo fattore di rischio, ovvero che non solo si cerchi ottenere l’esecuzione (il fattore sportivo), ma che la mancata esecuzione dell’azione debba comportare un elevato pericolo per l’incolumità dell’esecutore (il fattore estremo). Purtroppo, anche volendo vedere in essi un nuovo crogiolo di eroismo, ci si deve confrontare con la loro storia, sempre a cavallo tra spettacolo e vera prestazione, poiché sono i grandi marchi a sfruttare gli eventi o a crearne ad hoc, come fanno da tempo Red Bull o il network ESPN con gli X Games.

 

Il video-tributo a Patrick de Gayardon da parte della Sector, all’epoca sponsor di molte attività di salto e lancio estremi

 

Tuttavia, anche se lo show deve fare credere allo spettatore che il prodotto da comprare “gli metta le ali”, l’esternalità che si ottiene è quella positiva di un nuovo mecenatismo, conformato purtroppo/per fortuna ai costumi dell’epoca che viviamo. Infatti una prima conseguenza è che, portando certi gesti alla portata della massa, si sono create orde di mitomani che trovano la morte non nell’impresa ma nella sbadataggine, nell’impreparazione, nella superficialità, spinti dal marketing a lasciare l’ufficio per cercare l’ebbrezza del pericolo, grazie a qualche attrezzo acquistato via internet. Eppure, d’altro canto, senza quei fondi Patrick de Gayardon non avrebbe inventato la tuta alare, migliorando il prototipo di John Carta, (nato Giovanni, ad Alghero, ma morto statunitense) che lo consegnò alla Storia per aver riportato in auge il mito di Icaro. Né Felix Baumgartner avrebbe mai potuto lanciarsi da un pallone aerostatico nella stratosfera e infrangere, in caduta libera, il muro del suono. Costoro ci dimostrano che l’anelito dell’uomo resta immutato: nel loro caso, verso il cielo; ma come non citare le grandi imprese verso il mare aperto di Giovanni Soldini e Alex Bellini, o nelle sue profondità degli apneisti Enzo Mairoca e Umberto Pelizzari, o sulle vette più impervie di Simone Moro, Reinhold Messner e Walter Bonatti? Volare, scalare, navigare. Non scevri di timore ma consci del pericolo, in grado di guardare la Paura con rispetto.

 

“E con questo [Starbuck] sembrava intendere non soltanto che il coraggio più degno di fiducia e più utile è quello che sorge dalla giusta stima del pericolo da affrontare, ma anche che un uomo che non abbia nessuna paura è un compagno di gran lunga più pericoloso di un vigliacco”.

(Melville, Moby Dick)

 

Toccare il cielo, osservare il mondo da una cima, dominare il mare sono tra gli impulsi più reconditi dell’uomo, un uomo che se non si tradisce – è e non può non essere in movimento, in viaggio lungo una spirale in spinta crescente verso canoscenza e virtute, due istanze in continuo scambio e stimolo vicendevole. Vanno però ben tenuti distinti da questi gli sprovveduti, i cialtroni della domenica, magari popolari perché possono permettersi una action camera con cui pubblicizzarsi e filmarsi: sempre in soggettiva, non c’è nient’altro che individualismo nello stuprare una montagna per il solo gusto di segnare una nuova tacca alla cintura e ignorare le leggi della Natura. L’era della comunicazione rende spesso arduo discernere se il matto di turno sia un falso profeta o un vero eroe, ma basterà, allora, fare richiamo alla propria coscienza di uomo per riconoscere un pilota da un passeggero.