Rivolgendo un primo pensiero a Pier Paolo Pasolini, non possiamo non immaginarlo con gli occhiali scuri a celare uno sguardo assorto, oppure a maneggiare la cinepresa durante la regia di una delle sue numerose pellicole. Eppure vi è un’altra istantanea dello scrittore, che non può non emergere nitida nella memoria: quella del Pasolini calciatore. Infatti, che fosse su un campo regolare, oppure improvvisato negli spiazzi tra le borgate romane, l’intellettuale bolognese non rifiutò mai il piacere di correre appresso ad un pallone di cuoio, dando sfogo ad un sentimento che lo accompagnerà per tutta la vita. Si potrebbe dire che galeotti furono quei primi calci sui Prati di Caprara nella natia Bologna, dove il giovanissimo Pasolini è ribattezzato “Stukas” dai compagni, per la sua abilità realizzativa nel ruolo di ala. Inoltre, a metà degli anni Trenta, per i calciofili felsinei è impossibile resistere al fascino del Bologna “che tremare il mondo fa”, quindi la scintilla scocca inevitabilmente anche nel cuore di P.P.P, che legherà i suoi umori domenicali agli esiti dell’undici rossoblù. Successivamente, le vacanze estive a Casarsa, paese di origine della madre, consentono a Pasolini di conciliare le fatiche sulla fascia del campetto locale e la stesura delle prime poesie, in dialetto friulano, all’inizio degli anni quaranta.

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La poesia di un calcio dato al pallone

Così, la crescita della fervente attività artistica rende il pallone protagonista delle ore di pausa più liete, permettendo allo spirito ed al corpo di godere di libertà e spensieratezza fanciullesche. In particolare, per lo scrittore, il calcio rappresenta rito di fondo ed evasione, l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, ma anche un linguaggio con propri poeti e prosatori. Ad esempio, in Italia prevaleva un gioco in prosa estetizzante con “prosatori realisti” come Bulgarelli, “poeti realisti” quali Riva e “prosatori poetici” da elzeviro, come Rivera. Di tutt’altro carattere era invece il calcio brasiliano, che poteva essere considerato “di poesia”, per la sua propensione al dribbling e chiaramente al goal, massima sublimazione dell’estetica del football. Infatti ogni marcatura era “un’invenzione, una sovversione del codice”, la cui interpretazione era attribuita ai “decifratori”, ovvero i tifosi.

 

“Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?”
“Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l’eros, per me il football è uno dei grandi piaceri”.

 

Ancora, tra i tanti aneddoti riguardanti il Pasolini calciatore, è impossibile non citare quello del “Derby” del 16 Marzo 1975, che vide contrapporsi le troupe di “Salò o le 120 giornate di Sodoma” e “Novecento”, di Bernardo Bertolucci, in occasione del compleanno di quest’ultimo. Infatti, sfruttando la vicinanza dei set dei due film, allestiti rispettivamente a Mantova e a Parma, si decise di celebrare l’evento con una sfida sul campo della Cittadella, a pochi passi dallo stadio Tardini. Al 90esimo la rappresentativa “Centoventi”, capitanata dal proprio regista, ovviamente in maglia rossoblù, venne surclassata. Così, mentre la cronaca riporta il punteggio di 5-2, sappiamo anche di un Pasolini che abbandonò il campo, furioso tanto per il pesante passivo, quanto per lo scarso coinvolgimento nella manovra da parte dei compagni.

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Pasolini e Bertolucci

Perciò, nonostante i posteri possano definire la personalità dell’intellettuale soprattutto grazie alla sua ingente e variegata produzione artistica, da questo episodio risalta la caratteristica più marcata della sua figura sul rettangolo verde, cioè il massimo impegno fisico, emotivo e nervoso. Si può concludere che questo suo agonismo nascesse in primis dalla verace passione e dalla conoscenza delle nozioni tecnico-tattiche, ma che venisse soprattutto esaltato da quella spontaneità che Pasolini ha rincorso per tutta la sua vita. Scendendo sul campo da gioco il poeta ritrovava l’autenticità, entrava in contatto con la parte migliore di sé e con l’Italia popolare a cui era profondamente legato. In questo senso il pallone rincorso su di un prato, in un cortile o in mezzo ad una strada, rappresentava le radici dell’uomo, fondamento del pensiero dell’intellettuale, ma soprattutto si presentava come gioia necessaria e vitale, partecipata e incondizionata.