Il calcio fu importato in terra basca tra gli ultimi decenni dell’ottocento e i primi anni del novecento dagli inglesi che, per ragioni di commercio, approdavano quotidianamente nel golfo di Biscaglia. Inizialmente questa nuova disciplina non fu accolta con vivo entusiasmo dall’élite del luogo, la quale riteneva il football un’alternativa al ben più tradizionale gioco della pilota, derivato della pallacorda. Tuttavia col passare del tempo il pallone fece sempre più breccia nel cuore del popolo e non impiegò molto per divenire parte integrante della cultura basca, come dimostra il felice progetto dell’Athletic Club che, a partire dal 1910 circa, iniziò a commissionare a noti ritrattisti (baschi e non) una serie di quadri raffiguranti episodi e protagonisti del Bilbao.

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In occasione del centenario poi – celebrato nel 1998- , la società biancorossa decise di raccogliere tutte le opere encomiastiche accumulate nel corso degli anni in una mostra, denominata Arte en la Catedral. Tra i numerosi dipinti da ammirare, non si può non citare la suggestiva scena catturata da Arteta Aurelio nell’ Idilio en los campos de sport. In questo suo capolavoro l’artista basco rappresenta lo storico attaccante dell’Athletic Rafael Moreno Aranzadi, meglio noto come Pichichi (esatto, il premio come miglior marcatore della Liga, conteso ogni anno da Messi, Ronaldo e Suarez, prende il nome proprio da lui), al fianco di colei che sarebbe diventata la sua consorte. Quando si dice “calcio e cultura”, nel senso più ampio del termine: qui tema amoroso e calcistico si fondono inestricabili sulla tela con l’identità territoriale.

Idillio en los campos de sport, Aurelio Arteta (1913-15)

La prima partita che vide impegnata ufficialmente una rappresentativa di giocatori baschi risale al 1915. Si tratta di una netta vittoria per 6 a 1 sulla Catalogna, terra anch’essa non esattamente estranea alle rivendicazioni di indipendenza. Fino ad inizio anni trenta questo confronto si ripeté in circa altre dieci occasioni, con esiti quasi sempre favorevoli all’undici basco. Ciò non deve affatto sorprendere: infatti, in tutte le spedizioni delle Furie Rosse spagnole che presero parte alle competizioni internazionali di quel periodo, vi era una netta prevalenza basca, per distacco il movimento calcistico più sviluppato nella Spagna del dopoguerra. In seguito lo scoppio della guerra civile nel 1936 e il progressivo smantellamento dell’ordinamento repubblicano, furono paradossalmente la scintilla necessaria per dare una forma alla selezione basca. L’ex giocatore dell’Athletic Bilbao José Antonio Aguirre Lekube, eletto Lehendakari nel 1933 (ossia Presidente del Governo della comunità autonoma dei Paesi Baschi), decise infatti nel 1937 di creare una vera e propria selezione basca, l’Euzkadi, che avrebbe dovuto affrontare una serie di incontri in giro per l’Europa così da raccogliere fondi a sostegno dell’agonizzante causa repubblicana, e far conoscere al mondo l’esistenza e la cultura dei Paesi Baschi.

José Antonio Aguirre Lekube arringa la folla basca

Dopo solo qualche mese il governo pensò ancora più in grande. Decise infatti di espandere i propri confini e di approdare anche nel Centro e Sud America. Oltrepassato dunque l’Atlantico, la selezione basca disputò numerose partite tra Messico e Cuba, mentre non poté scendere in campo in Argentina a causa del divieto proveniente dalla FIFA. La spedizione tornò così in Messico dove, dopo essersi affiliata alla federazione calcistica locale, partecipò al campionato nazionale nella stagione 1938/39, posizionandosi al secondo posto. Intanto in patria la guerra volse al termine, con l’instaurazione del regime del Generalìsimo Francisco Franco; fu dunque proibito l’utilizzo di qualsiasi denominazione non appartenente alla lingua castigliana, e dichiarata fuorilegge l’ostentazione di simboli riconducibili ai particolarismi locali.

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Bisognerà aspettare fino all’approvazione della Costituzione Spagnola nel 1978 – tre anni dopo la morte del Caudillo –  perché le normative centraliste fossero abolite. Tuttavia la legge che proibiva di mostrare in pubblico l’Ikurrina, bandiera e simbolo per eccellenza del popolo basco, fu abrogata un anno prima, nel 1977, grazie anche ad un gesto che in Euskal Herria verrà difficilmente dimenticato. Il 5 dicembre 1976 andò in scena lo storico derby tra Real Sociedad ed Athletic Bilbao. All’ingresso dei giocatori in campo i capitani delle due compagini, rispettivamente Kortabarria e Iribar, sventolarono l’Ikurrina davanti alla gente del Municipal di San Sebastian. Già la storia di quella bandiera trasudava indipendenza: il vessillo basco infatti era stato disegnato da Sabino Arana, il carismatico politico che nel 1894 fondò il PNV (Partito nazionalista basco) e che dopo qualche anno fu imprigionato per alto tradimento ai danni della patria, in quanto tentò di spedire all’allora Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt una lettera con la quale chiedeva di assistere Cuba nella lotta per l’indipendenza dalla Spagna.

Estadio Municipal de Anoeta, casa della Real Sociedad, in quel 5 Dicembre 1976

Tornando alle vicende che riguardano strettamente la rappresentativa, la prima partita ufficiale giocata dalla Seleccion de Euskadi risale all’agosto del 1979, vinta per 4 a 1 sull’Irlanda. Dal 1993 in poi, inoltre, è viva la tradizione di disputare un’amichevole – non a caso – durante le feste natalizie, periodo nel quale ciascuno di noi avverte inevitabilmente il desiderio di riavvicinarsi alle proprie radici e a ciò che abbiamo di più caro. La formazione basca vanta nel proprio palmares, oltre alle numerose vittorie di prestigio ottenute contro nazionali di primo ordine, anche una Coppa delle Regioni – competizione riservata alle selezioni amatoriali iscritte da ciascuna federazione affiliata all’Uefa – conquistata nel 2005 battendo in finale il Sud-Ovest Sofia.

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Nel 2007 il movimento basco decise di denominare la squadra Euskal Herria in quanto soltanto questo appellativo, racchiudendo in sé tutta la gente bascofona aldilà di qualsiasi delimitazione territoriale, rendeva onore a tutte le province basche. Il popolo basco infatti, non potendo contare su un riconoscimento politico, si identifica fortemente nella comunità linguistica rappresentata dall’Euskera. Emblematici in questo senso alcuni passi del romanzo famigliare pubblicato nel 2016 da Fernando Aramburu, Patria, ambientato nella Spagna devastata dal fanatismo dell’ETA. Uno dei personaggi chiave del racconto è un prete basco il quale, guidato più dalla fede indipendentista che da quella cattolica, sottolinea in non poche occasioni l’importanza che la lingua Euskera ricopre nella società basca.

“Su di noi ricade la missione cristiana di difendere la nostra identità, e pertanto la nostra cultura e, sopra ogni cosa, la nostra lingua. Se quest’ultima scompare, chi pregherà Dio in euskera, chi canterà le sue lodi in euskera? […] Nel corso dei secoli, noi baschi non abbiamo prestato abbastanza attenzione alle lettere. L’euskera, l’anima dei baschi, ha bisogno di appoggiarsi su una letteratura propria. Romanzi, teatro, poesia. Tutto. […] Sono più necessari che mai dei grandi scrittori che portino la lingua al suo massimo splendore. Uno Shakespeare, un Cervantes, in euskera, questo sì che sarebbe meraviglioso’’

Pasai Donibane, Gipuzkoa (Paesi Baschi)

Tuttavia, in virtù dell’antichissimo principio secondo cui un nome non è mai soltanto un mero insieme di sillabe, varie pressioni politiche costrinsero la federazione ad una retromarcia. Tutto ciò non piacque agli atleti i quali, per protesta, rinunciarono a scendere in campo fino al 2010, anno in cui si trovò l’accordo sull’appellativo Euskal Selekzioa. Curioso leggere sul sito ufficiale della Federazione calcio basca i commenti sulle sfide affrontate dalla selezione, in particolar modo se si tratta di vittorie, in cui prevale un tono tendente al trionfalismo: non ci si limita mai a narrare le azioni che hanno condotto ai successi, bensì si punta a decantare con fierezza la superiorità tecnica e fisica imposta dall’undici basco a squadre che, al contrario, partecipano alle competizioni calcistiche mondiali più valide e prestigiose.

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Tutto ciò porta ad interrogarsi sulle rivendicazioni territoriali dell’Euskal Herria, ben più profonde di quelle catalane: in un’epoca in cui si valutano le richieste di autonomia sulla base dei contributi versati, o sull’esigenza di liberazione dal gioco centralista, i Paesi Baschi si fanno portavoce di un’identità forte e di radici profonde, che investono ogni ambito della comunità. Tra queste, inevitabilmente, troviamo lo sport: chiedere a Bilbao, a San Sebastiàn (e non solo) per credere.