Michael Goolaerts era (era) uno di quelli che ce l’avevano fatta. 23 anni e correre La Corsa ciclistica per eccellenza, la Parigi-Roubaix non è cosa da tutti. Solo gli eletti possono. Partecipare è un onore e un onere, perché non si scampa al confronto con l’espressione più violenta e con meno pietà di questo sport. Ogni anno è storia perché non può non essere così. Quest’anno il trionfo è di Sagan, il trevolteinfila campione del mondo. La sua squadra è la Veranda’s Willems – Crelan, la squadra del capitano Wout Van Aert, uno dei combattenti davanti.

 

Al km102, settore di pavé n.28, Biastre si chiama, accade quello che non doveva accadere: qualcosa si ferma. Non è una catena o un ingranaggio, è la vita di un ragazzo. Un cuore che non batte più mentre davanti la corsa infuria. Il corpo riverso a bordo strada mette tutti in allarme. Il soccorso è immediato, ma che non servirà lo si saprà solo più tardi, a corsa finita. Nella notte, il decesso.

 

Se dietro accade un dramma, davanti quella è solo una notizia come ne capitano tante di cadute e incidenti. Sarebbe stato bellissimo parlare della gara, sfoderare tutte le citazioni e i riferimenti storici, e raccontare e solo di sport. Di Peter Sagan che forse è una delle migliori espressioni del ciclismo moderno, perché non è dominatore assoluto, non è cannibale, ma seleziona bene le gare a cui partecipare e ne trae il massimo. Quando non lo fa è criticato, perché la sua pianificazione è attenta a scegliere la strada giusta: si vorrebbe tutto da lui, non partecipa al Giro e poco alla Vuelta, non corre sulle Ardenne, e quindi alle critiche non può sottrarsi. È maestro non a conformare la realtà alla sua volontà, ma a trasformarsi a seconda delle necessità. Da re dei succhiaruota (come se non avesse i gregari che ha) a maître dell’attacco a sorpresa, come ha fatto ieri. A 53km dal velodromo di Roubaix, due schermaglie tra i due van, Avermaet e Aert. E poi lo scatto di Peto“Attacchi tu? attacco anch’io” “Vai vai pedala”, sembrano rispondere i due, al traino degli inseguitori dopo che la Quick Step dei duumviri Gilbert e Terpstra aveva iniziato a scompigliare la corsa già 40km prima. Un allungo breve, attendismo per vedere cosa succede (una mezza fagianata, per dirla alla Magrini), ma nessuno copre il buco. E da lì ci vuol poco a riprendere i battistrada, tra cui il campione svizzero Silvan Dillier con cui entrerà nell’anello finale, e che si è già fatto 150km di fuga quando Sagan attacca. Il loro duetto è un romantico meló. Sembra che la croce elvetica si debba staccare da un momento all’altro dall’iride, ma Dillier tiene duro, e arrivano insieme al velodromo. È poco più di un surplace, e concede allo slovacco il privilegio di scegliere il tempo dell’attacco. Ed è vittoria.

 

L’arrivo al velodromo. ©Ansa

 

Per la cronaca, terzo si classifica Niki Terpstraeroe dell’ultimo Fiandre, campione della Quick Step che ha comandato tutta la corsa ma ha rincorso in ritardo. Quarto Greg Van Avermaet, quinto Jesper Stuyven, sesto Sep Vanmarcke. Italiani non pervenuti.

 

Met enorme verslagenheid melden wij u het overlijden van onze renner en vriend Michael Goolaerts. Hij overleed…

Pubblicato da Veranda’s Willems-Crelan-Charles Pro Cycling Team su domenica 8 aprile 2018

Ma racconteremo un’altra volta di come è andata la corsa, del dettaglio, della classifica. Oggi dobbiamo parlare di Michael Goolaerts, e dire che non c’è più. Morire fa schifo e si può anche dire che è accaduto mentre faceva quello che amava, ma che senso ha? Si farà memoria, si correrà in suo ricordo, che di nomi da ricordare è purtroppo pieno il ciclismo. Forse è la reazione più immediata, ma non si può accettare una scomparsa, così. Non va bene, non si può. Troppo giovane, Goolaerts. Michael, il ciclismo non dimentica.

Immagine copertina di www.sbs.com.au