Il marxismo-leninismo è il sentiero luminoso del futuro”.

 

 

 

E’ la frase introduttiva al libro “Sette saggi d’interpretazione sulla realtà peruviana” di Josè Carlos Mariategui, il testo descrive minuziosamente dal punto di vista economico e antropologico la situazione del Primo governo repubblicano del Perù, dopo l’Indipendenza ottenuta nel 1879. In tutti e sette in capitoli, l’autore dipinge la cruda realtà dell’invasione imperialista yankee nel Paese, un rapporto quello fra lo Stato e gli USA controverso e senza scrupoli che opprime il popolo locale ancora a maggioranza analfabeta, legato all’agricoltura e alle tradizioni indigene oramai vicine all’essere spazzate via dal colonialismo a stelle e strisce.

 

José Carlos Mariátegui

 

Mariategui si sofferma particolarmente sul ruolo dell’indio all’interno della società peruviana, incline all’alcolismo e orfano della propria identità, nonostante la lingua quechua venga parlata dal 45% della popolazione, un dato tanto affascinante quanto triste per un professore di filosofia all’Università Nazionale Sàn Cristòbal de Huamanga di Ayacucho, ai piedi delle Ande. Si chiama Abimael Guzmàn, è figlio di un commerciante dell’Islay avvicinatosi al marxismo proprio grazie agli scritti di Mariategui; Abimael decide di studiare gli idiomi precolombiani e fondare il Partito Comunista Peruviano. Nel 1965 si reca in Cina per comprendere da vicino l’esperienza maoista dalla quale prende la collettivizzazione, la rivoluzione culturale e il culto della persona, ritorna quindi in patria e si afferma come “quarta spada del socialismo” dopo Marx, Lenin e Mao Tse Tong.

 

La scalata sovversiva di Guzmàn inizia nei luoghi di cultura quali scuole e collegi, dove si presenta come Presidente Gonzalo, un nome in codice che utilizzeranno anche tutti gli altri membri dell’organizzazione terroristica Sentiero Luminoso. Dal porto di Callao a Lima, il Perù è il centro nevralgico del Sudamerica negli anni settanta, cosparso di tensione e fervore politico, è una Nazione ricca in maniera eterogenea ma unita da una grande passione comune, la Nazionale. La selecciòn dell’epoca è ben distante da quella attuale sul piano qualitativo; tanto per intenderci, el Barbaro Guerrero probabilmente sarebbe stato un convocato sporadico. La generazione d’oro si impone come potenza del calcio extraeuropeo per un’intera decade dal mondiale messicano del 1970.

 

Perù, 1970

 

Già la qualificazione della blanquirroja al secondo campionato del mondo nella sua storia è un antipasto del tasso tecnico in dotazione: il Perù asfalta l’Argentina alla Bombonera, in una partita ripetutasi più volte, drammaticamente, nel corso degli anni. La selezione andina che stupisce nel girone di qualificazione è nelle mani di Valdir Pereira, classico allenatore avventuriero brasiliano, si direbbe. Se non fosse che il soggetto in questione ha sollevato per due volte la Coppa Rimet al fianco di Vavà, Pelè e Garrincha; a completare la filastrocca è Didì. Il Brasile è senza dubbio la favorita per il mondiale, e oltre ad avere in rosa quel numero dieci che ha appena raggiunto quota 1000 reti in carriera, è determinato a portare il trofeo nella sede federale di Rio de Janeiro. Di comune accordo con Didì, i verdeoro organizzano un’amichevole per sondare questo sorprendente Perù al fine di prendere le misure in un possibile incontro nelle fasi eliminatorie, e ne avranno ben donde.

 

Dopo il Conejo Benitez, campione d’Europa col Milan nel ’63, il nuovo faro della nazionale peruviana è Teòfilo Cubillas, il 48esimo calciatore più forte di tutti i tempi stando alle classifiche dell’istituto statistico IFFHS, un calciatore che potremmo definire moderno persino oggi, centrocampista prolifico e bravo negli inserimenti, possiede le chiavi del reparto offensivo insieme a Sotil, mentre quelle dell’anima del gruppo appartengono unicamente a Hector Chumpitaz, un capitano in tutti i sensi; quest’ultimo compone la spina dorsale dei cavalieri difensivi del calcio sudamericano insieme a Nasazzi, Passarella ed Elìas Figueroa, ed è lui il primo a capire quanto siano tesi i nervi quella sera al Maracanà. Il punteggio è sul 3-3, quando Gerson crivella letteralmente a suon di tacchetti il menisco di De La Torre. Parte un tutti contro tutti degno dell’epica battaglia fra Achei e Troiani, ed è Capitan America stesso a chiedere all’arbitro di sospendere la gara, ma gli Dei del calcio amano redigere copioni a tinte thriller, basta attendere i quarti di finale.

 

Teofilo Cubillas e Percy Rojas

 

Nel gruppo D il Perù affronta Bulgaria, Marocco e Germania Ovest, rimontando 3-2 i bulgari grazie proprio a un’incornata di Chumpitaz, malgrado i soli 170 cm di altezza, e sconfiggendo i magrebini grazie a Cubillas in cattedra e al frangiflutti Roberto Chale. Il rendimento dei peruviani è degno di nota, ma la legittima sconfitta contro Kaiser Franz Beckenbauer riserva loro la parte complessa del tabellone, quella dove incontreranno proprio il Brasile. Ci sono milioni di teorie sull’esito di quel quarto, molti peruviani definiscono Didì un corrotto! Fatto sta che De La Torre, senza giustificarne il motivo, finisce in panchina, Valdir sa che il suo difensore si vendicherà su Gerson alla prima occasione buona. In ogni caso, ne esce fuori una delle più belle partite di sempre, a Rivelino e Tostao rispondono Gallardo e Cubillas per il pareggio, poi Jairzinho e ancora l’attaccante rimandano i ragazzi a Lima. Per i tifosi è un piccolo dramma.

 

Abimael Gùzman resta vigile sulla ritrovata fragilità dei propri connazionali, e cerca di inserire liste di Sentiero Luminoso nelle elezioni universitarie della capitale: è un fallimento che segna la svolta del proprio progetto sociale. Entra così in clandestinità e dalle urne si passa alle autobombe. Per risollevare le sorti calcistiche del Paese, la federazione contatta Marcos Calderòn, l’allenatore più vincente del calcio peruviano, col compito quantomeno di non far fare una brutta figura alla nazionale durante la Copa America itinerante del ’75. Calderòn intuisce l’immutato valore dell’organico, ci sono le certezze del passato e qualche volto nuovo come Oswaldo Ramirez e Melendez, garanzia e freschezza dimostrate nel girone contro Bolivia e Chile dal quale sono usciti imbattuti.

 

Brasile – Perù nel resoconto dell’epoca

 

Forse, sulla carta, per il Perù aver evitato l’Uruguay allenato da Schiaffino in semifinale è stato un bene, ma a livello empatico non ci sarebbe potuto essere avversario peggiore del Brasile. Non è la solita selecao, orfana di Pelè e sbiadita, schematica e con poco calcio bailado. Sarà Colombia-Perù per ben tre occasioni. Sì, perché sia in casa dei Cafeteros sia al Matute finisce 2-0 per i padroni di casa, dunque, secondo il regolamento in vigore, sarà il re-match di Caracas ad assegnare il trofeo, e ci pensa Sotil che di reti internazionali in carriera ne annovera soltanto 4, ma questa quanto vale. Secondo titolo continentale per i peruviani. Nel periodo dei golpe, anche il Perù ha avuto il suo, seppur illusorio, che ha scosso gli animi depressi dei cittadini, sicuri di nuovo a stringersi intorno ai propri beniamini.

 

La speranza è completamente volta ai mondiali di Argentina 1978, edizione che ricorda quella italiana del ’34 nell’influenza politica per costruire l’immagine propagandistica della nazionale ospitante. Dopo aver battuto Scozia e Iran, i peruviani affrontano i poi finalisti dell’Olanda a reti bianche per passare successivamente all’Argentina. Gli uomini di Menotti rischiano di uscire se la cavano segnando 5 gol e vincendo con 3 reti di scarto a Rosario, culla del bomber Kempes e città natale di Quiroga, il portiere del Perù. Sentiero Luminoso ha intrapreso la strada più cruenta ed efficace e sta mettendo in ginocchio lo Stato, lo sanno bene Kissinger e Videla che visitano i peruviani nello spogliatoio prima del match, promettendo aiuti umanitari in caso di “passività” in campo, come riportato di recente da Velasquez, allora numero cinque della squadra. Dopo quasi mezzo secolo, Velasquez ha fatto i nomi di Manzo, Gorriti, Quiroga e Munante in quanto coinvolti nel losco 6-0 finale, il giorno che ha segnato la fine dell’epopea peruviana tramontata subito nella Copa America dell’anno seguente, sebbene fosse già proiettata in semifinale da campione in carica. Per trentasei anni, il calcio peruviano ha corso parallelamente alle disgrazie della Nazione. Lo ha fatto in pieno stile Incas; dolore estremo, estrema gloria.