Negli Stati Uniti d’America è d’uso comune possedere almeno un’arma da fuoco tra le proprie mura. Figuriamoci allora come poteva essere la situazione nei tanto decantati anni sessanta, tra LSD in dirittura d’arrivo, la cultura hippie che presto sarebbe diventata un fenomeno di massa, le band scolastiche rock’n’roll una copia-incolla dell’altra, la televisione sollecitante al consumismo sfrenato, e l’arte ormai divenuta tangibile anche nelle cose più insignificanti. Sono gli anni sessanta fatti di spari, di innovazioni e di rivoluzioni, che nel bene o nel male daranno vita al nuovo volto del cosidetto “Sogno Americano“, fondato sul lavoro e sul sentimento d’amore per la patria. Un ideale che porterà alla luce uno dei miti della pallacanestro occidentale del XX secolo, capace di scombussolare i princìpi già spodestati dai neri, che nella notte dei tempi si appropriarono della materia di cui sono fatti i palloni a spicchi. Questo mito riuscirà ad impersonificare ciò che oggi vediamo mettere in scena dai vari Stephen Curry, James Harden e Chris Paul, ben 50 anni prima, quando di pay tv non vi era nemmeno l’ombra e ad essere trasmessa era una sola partita, con gli abitanti dei 50 stati a stelle e strisce che pregavano il signore affinchè potessero ammirarne le sue gesta.

Gli anni 60 oltreoceano in uno scatto

Hippie d’America

Pete Maravich ribalterà i canoni portando la pallacanestro da strada sui parquet, illuminati ancora da luci soffuse e seggiolini in plastica da quattro soldi. Un’intera giovinezza palleggiando sul fango con guanti da carpentiere, elevando drasticamente la difficoltà, in modo tale che quando avrebbe girato le palazzine NBA tutto ciò che avrebbe voluto fare gli sarebbe riuscito anche ad occhi chiusi. Diventerà presto un simbolo di adorazione per ogni ragazzino che nella vita voleva solo divertirsi, perchè era questo ciò che incarnava. Era la massima espressione di libertà del gioco, venutasi a creare però attraverso valori estremamente in disaccordo con l’etimologia liberale. Un contrasto che unirà stoicismo ed edonismo, plasmando così la miracolosa vita di Pete “Pistol” Maravich, il primo essere umano salvato da colpi di pistola. Poco più che un bambino, il giovane Pete sarebbe già stato capace di insegnare pallacanestro dal punto di vista tecnico. Ogni gesto, ogni movenza, gli riesce con una tale naturalezza che l’occhio umano – e anche la mente – non può far altro che stendere un inchino, in questo caso trasmissibile attraverso un battito di palpebra e seguito da un leggero dilatamento della pupilla. Non si può far altro che commuoversi di fronte a questo esile giovine, con una folta e lucida chioma di un nero quasi perlato e i calzoni della nonna abbassati e ripiegati su loro stessi. All’età di 10 anni è già un prodigio e il quartiere di Clemson, nel South Carolina, in cui vive assieme al padre e la madre, ne rimane estasiato. Il padre Petar (traslato e americanizzato poi in Peter), costruirà il sogno americano partendo dalle sue radici serbe. Una cultura, quella del lavoro, che trasmetterà duramente allo stesso figlio.

Maravich vitruviano ai tempi di Broughton

Maravich vitruviano ai tempi di Broughton

In un XXI secolo in cui i figli stabiliscono loro stessi i dettami ai danni di genitori affetti da complessi d’inferiorità, il rapporto tra Maravich senior e il figlio Pete è a tratti un legame spartano. L’ormai adolescente Pete è ancora una volta sottoposto alle regole del padre, quando diventerà una tigre di LSU – squadra collegiale al tempo allenata proprio da Maravich senior -, firmando dopo aver sentito le parole “If you don’t sign this… don’t ever come into my house again”. Anche qui giocherà come ha sempre fatto, beffandosi di tutti: aspetto angelico in superficie e anima ossessionata nel profondo. Sarà l’artefice di qualcosa d’incredibile. Essendo una matricola sarà costretto a giocare con la seconda squadra, ma il suo essere così perversamente fuori dal comune gli permetterà di segnare al tabellino oltre 50 punti a partita – tutti rigorosamente senza toccare ferro – e di garantire un pubblico sempre presente solo per lui, che poi avrebbe lasciato gli spalti nonostante la successiva esibizione della prima squadra. Nonostante l’assenza della linea dei 3 punti, Pete Maravich metterà a referto 3667 punti giocando 83 partite in 3 anni, stabilendo così un record tutt’oggi imbattuto. Il secondo è Freeman Williams, con 3249 punti in 106 partite, e con i successivi 23 della lista che hanno giocato almeno 88 partite.

Pistol, oramai divenuto oggetto di culto in tutto il paese, verrà scelto dagli Atlanta Hawks, nel 1970. Per il numero 44, tuttavia, le cose diventeranno un po’ più intricate. Il passaggio dall’NCAA, dove sostanzialmente faceva quello che voleva, alla National Basketball Association lo metterà di fronte alla dura realtà. Pistol lascia disorientato chi lo guarda, avversario o spettatore che sia. Passaggi dietro la schiena e col gomito, no-look, cambi improvvisi di mano in aria, che quasi confondono gli arbitri sulla presenza di infrazioni o meno. Tutto a discapito della razionalità, della vittoria, a tal punto che arriverà spesso a parole forti coi compagni e con l’allenatore. Sarà a New Orleans, dopo 4 anni passati in Georgia, che troverà una dimensione più bendisposta nei suoi confronti, forse grazie alla stessa natura della città, col suo jazz ad ogni ora del giorno, gli odori della cucina cajun e i portici coloniali tinti di viola. L’irrazionalità del suo gioco farà innamorare l’intera Louisiana nonostante i risultati non siano dei migliori. Gli anni passano e Pete comincia lentamente a disgregarsi, complice un ginocchio che fa crack. Perderà la sua pistola, la cinta di cuoio e le munizioni. E non potrà farci nulla.

Il pistolero vola al ferro senza paura

Il pistolero vola al ferro senza paura

Dopo una parentesi nello Utah, l’ultimo anno lo giocherà a Boston al fianco di un altro bianco d’attitudine nera, Larry Bird, da appena una stagione in NBA. Lo stesso Pistol, tuttavia, sa bene di essere arrivato al capolinea. Il destino vuole che proprio al canto del cigno di uno dei cigni più rigogliosi che si siano mai visti nella pallacanestro, venga fatta un’ennesima rivoluzione che cambierà per sempre il gioco: l’istituzione della linea dei 3 punti. Pete in cuor suo se ne fregava bellamente di questa novità, lui che, spregiudicato com’è sempre stato, aveva il “long-range” prima che questo diventasse una realtà convalidata. Arrivato a questo punto della sua vita, si farà crescere i baffi, paradossalmente incarnando ancor di più la figura del pistolero, proprio quando aveva smesso di esserlo. Il suo corpo diventerà progressivamente più magro, con le guance infossate e gli occhi visibilmente affranti. Comincerà a nutrirsi solo di frutta e verdura, a credere nell’ufologia e nell’induismo. Il 5 gennaio del 1988, Pete Maravich tornerà a dare segni di vita dando una dimostrazione del suo talento presso la palestra di un istituto scolastico di Pasadena in California. Gli anni sono 40, ma le giocate riesumano il Maravich di 20. Una terribile illusione, perchè il suo corpo farà un tonfo a caduta libera sul parquet lucente, creando un eco disturbante, nonostante il suo peso oramai piuma. L’ultima fumata di pistola coincide con la sua morte.

Pete “Pistol” Maravich, un giocatore di pallacanestro capace di essere un odi et amo, capace di palleggiare all’età di 9 anni dal sedile della macchina del padre, con la portiera spalancata, che intanto prendeva sempre più velocità. Un essere umano capace di uscire dai canoni del basket degli anni 70, proponendo modalità di pensiero e di gioco che forse mancano tutt’oggi. Un essere umano che ha vissuto i suoi quarant’anni di vita senza l’arteria coronaria sinistra, giocando da extraterrestre. Un rivoluzionario che verrà sempre ricordato per l’espressione apatica dipinta sul volto, i calzettoni abbassati e lo spirito di ribellione incurante dei tempi e delle correnti, capace di essere imperituro.