Il vento non si comanda: al massimo, lo si può prevedere. Non sempre, però. Fa parte della natura e degli agenti atmosferici, che male si adattano ad essere controllati. Ci fanno paura, ogni calamità più o meno intensa ce lo ricorda puntualmente. Il vento si può studiare, bestemmiare, maledire, invocare, sfruttare, amare, odiare, cercare, trovare, annusare, sentire, perfino aggirare ed evitare quando la situazione lo permette: ma non lo si può comandare o controllare. Tocca adattarsi, sperare che sia a favore e non contro, che sia tiepido quando fa freddo e fresco quando fa caldo. Primož Roglič e il vento si sono incontrati un giorno di diversi anni fa, quando il secondo ha deciso di rivelarsi fondamentale nella vita del primo, ostacolandolo per forgiarlo: sullo sfondo, la promessa di diventare eterno facilitatore. Le due parti, adesso, hanno un rapporto saldo, saldato, civile: per molto tempo, però, è rimasto in sospeso.

 

C’era una volta Primož Roglič, saltatore con gli sci, campione del mondo juniores a squadre con il quartetto sloveno a Tarvisio, nel gennaio 2007.

 

Giovedì 22 marzo 2007, il vento fu suo nemico. Lo ingannò, lo tradì, lo rovinò. Gli tese lo sgambetto come il più maligno dei bulli. Primož sta per spiccare il volo dal trampolino di Planica e improvvisamente l’allenamento sfocia in tragedia: il salto si perde nell’aria, il corpo si scompone, il gesto atletico passa da impeccabile a irrimediabile. Roglič si schianta sul manto nevoso, rotola per diverse decine di metri, gli sci che lo abbandonano per strada. Come i sensi, che perde per qualche istante. Viene subito soccorso e portato via in elicottero: tanta paura, diverse botte, nessun danno permanente. Lo sloveno è un miracolato. Nel salto con gli sci, non tornerà mai più lo stesso. L’ultima gara è datata 16 gennaio 2011, a Szczyrk, Polonia: diciassettesimo.

 

 

In maglia Adria Mobil al Giro della Slovenia nel 2015. Photo by Ziga Zupan / Sportida / Vid Ponikvar & Borut Dvornik

 

Lo sloveno inizia a pedalare dopo l’incidente di Planica, la riabilitazione migliore che si possa immaginare. Non conosceva il ciclismo: i saltatori lavorano in palestra, d’altronde il movimento monotono della bici da corsa permette di guadagnare massa muscolare facendo perdere lucidità e rapidità, particolare che il vecchio Roglič non poteva certo permettersi di trascurare. Prova nel duathlon, ma si rende conto fin da subito che tra le due specialità ne preferisce una, nella quale tra l’altro va piuttosto bene. Il 2013 è il primo anno ad alti livelli: lo corre con la maglia dell’Adria Mobil, storica realtà slovena. L’8 maggio 2014, è ancora un giovedì, il vento torna a fargli visita. Lo trova uguale e diverso: disposto a far fatica e ad inseguire la gloria, proteso verso il successo con i piedi che prima erano incastrati in un paio di sci mentre adesso sono un tutt’uno con due pedali. Seconda tappa del Giro dell’Azerbaigian, da Baku a Ismayilli. L’aria si muove per tutti, il gruppo si frantuma: Roglič tramuta la paura in coraggio, l’esperienza in mestiere. Si avvantaggia insieme a William Clarke, tasmaniano, e lo regola in volata. Il primo successo da professionista gli permette di regolare i conti col passato e di aprirne di nuovi col futuro.

 

In maglia di campione nazionale nella cronometro alla Vuelta al País Vasco. Foto ©Team LottoNL-Jumbo

 

Quando vento e ciclismo si incontrano, danno vita ad una terminologia piuttosto bizzarra: limare, mangiare l’erba, ventaglio. Aerodinamica, soprattutto. In parole povere, si tratta di offrire poche porzioni di corpo alle raffiche, benedicendo quelle a favore e sfruttando le frontali. Nelle prove contro il tempo, tutto questo diventa fondamentale. Il 15 maggio 2016, il Giro d’Italia è appesantito da un cielo grigio: maltempo, non solo vento, c’è anche tanta pioggia. Quaranta chilometri su e giù per le colline toscane, da Radda a Greve in Chianti. Primož Roglič è il più abile e resistente e mette in bisaccia la vittoria, fino a quel momento, più importante della sua carriera. Aveva già sfiorato la maglia rosa nel prologo di Apeldoorn, soltanto Dumoulin seppe anticiparlo. In questo successo, non c’è assolutamente niente di casuale: Roglič indicava le cronometro come gare a lui più congeniali già dalle prime interviste da ciclista professionista, era il 2013, e a questo va aggiunta un’altra sua dichiarazione, nella quale manifesta paura e disagio quando deve pedalare in gruppo perché evidentemente ancora acerbo e inesperto. La sua prestazione, però, insospettisce qualcuno: Stade 2, settimanale sportivo di France Télèvisions.

 

Le due vite (e le due carriere) di Primož Roglič in un recente scatto.

 

La loro accusa è sostanzialmente questa: quando lo sloveno si è presentato alla partenza della prova a cronometro, la sua bici è stata incredibilmente giudicata fuori misura e bloccata; proprio pochi attimi prima del via, i meccanici ne hanno fornita una nuova che, per questioni inderogabili di tempo, non è stata controllata. Ergo: Primož Roglič e la sua squadra avevano architettato tutto e quindi hanno truffato. Sono poi spuntate altre immagini della Strade Bianche di qualche mese prima, nelle quali si vede lo sloveno attardato in un tratto di sterrato. La telecamera termica rivela un forte bagliore nel mozzo posteriore della bici di Roglič, ergo: c’è un motore nascosto. La Lotto NL-Jumbo non ha mai rilasciato dichiarazioni a riguardo, lo sloveno invece, quando interpellato, le ha bollate come “stronzate”: che, a voler essere pignoli, se le porta via il vento. Considerando l’andamento della carriera di Primož Roglič, Stade 2 e Il Corriere della Sera (che ha ripreso e rilanciato fortemente le accuse francesi) avrebbero dovuto scusarsi o quantomeno fare marcia indietro su quanto detto e affermato. Da quel Giro d’Italia, infatti, lo sloveno si è confermato ai più alti livelli nelle prove contro il tempo, diventando uno dei punti di riferimento della specialità, come testimoniano le vittorie ai Paesi Baschi e al Romandia. Ai campionati del mondo di Bergen, soltanto Dumoulin ha saputo far meglio: Froome, non proprio uno qualsiasi, è finito dietro. Se queste non sono prove di innocenza, poco ci manca.

 

Sul podio da vincitore del Giro dei Paesi Baschi, lo scorso aprile, tra Ion Izaguirre (Bahrain-Merida) e Mikel Landa (Movistar).

 

Il resto è storia recente. Da sconosciuto a interessante, Primož Roglič è adesso un pericoloso outsider: potente, elegante, furbo nello sfruttare il marcamento che fino a poche settimane fa era blando. Perché nelle ultime, invece, la situazione è cambiata drasticamente: nel giro di quarantacinque giorni, lo sloveno ha conquistato una frazione della Tirreno-Adriatico e una ai Paeschi Baschi, centrando anche la classifica generale della breve corsa a tappe spagnola e del Romandia. Aprile deve portargli piuttosto bene, perché anche nel 2017 i suoi risultati furono simili: due tappe in Spagna, una in Svizzera. Il suo volo migliore, però, lo si è potuto ammirare al Tour de France dello scorso anno. Tappa numero diciassette, la prima alpina: Croix de Fer, Télégraphe e Galibier, Contador come compagno di fuga prima appoggiato e poi staccato. Più che un salto, un allungo; più che una preparazione, un’ascensione. In cima al Galibier, il vento era brezza: era il Kamikaze, il vento divino, che lo ha sospinto fin sul traguardo di Serre Chevalier. Primo sloveno a trionfare al Tour de France, “è incredibile che sia io”, commenta a caldo uno sbalordito Roglič. Poi sale sul podio per la premiazione, dove si esibisce in una delle rarissime esultanze che si vedono nel mondo del ciclismo: gambe leggermente divaricate, braccia spalancate. Un rigurgito di passato mai dimenticato, o forse l’ambizione di volare, il sogno proibito di qualsiasi uomo. E che il luogo prediletto da cui partire sia un podio, un trampolino, una salita o una ciminiera (in fondo, perché no? La più alta d’Europa, trecentosessanta metri, si trova a Trbovlje, la sua città natale), poco importa. La fantasia, nel ciclismo, conta più di quel che possa sembrare.

 

Crediti foto di copertina: ©Rouleur.