Fatta eccezione per Andrea Pirlo, il cui apporto al calcio è stato troppo ingombrante per essere racchiuso in un perimetro spazio-temporale, si può dire che Claudio Marchisio – insieme a Daniele De Rossi – è stato il miglior centrocampista italiano degli ultimi dieci anni. Il ‘Principino’, che da poche settimane si è accasato allo Zenit San Pietroburgo, ha contribuito in maniera determinante alla rinascita della Juventus dopo la ‘bomba atomica’ di Calciopoli. Non solo attraverso il rendimento in campo – costantemente ben al di sopra della sufficienza –, quanto piuttosto per essersi fatto carico del rilancio della juventinità, precondizione irrinunciabile dei successi di Madama e che nei primi anni dopo la Serie B faticava a riaffermarsi. È vero, in quel periodo di transizione si poteva ancora contare sulla classe e sul carisma di Buffon e Del Piero, ma era Marchisio, anche per la sua giovane età e per essere un prodotto del vivaio, l’affidatario delle speranze dei tifosi bianconeri che auspicavano un futuro nuovamente luminoso.

 

Inoltre, dato non secondario, è proprio in mezzo al campo che la Vecchia Signora nel corso della sua storia ha espresso gli interpreti migliori dello spirito bianconero. Basti pensare ai Furino, ai Tardelli, ai Di Livio, ai Conte, senza dimenticare che anche lo stesso Boniperti chiuse la carriera da mezzala. Tutti giocatori che, benché non fossero gli elementi di maggior classe presenti in rosa, al contrario costituivano la spina dorsale delle Juventus che si sono succedute nel tempo in quanto garantivano a getto continuo quel supporto ‘operaio’ – nel senso più nobile del termine – base fondante di ogni vittoria: Sivori, Platini, Baggio e Del Piero potevano talvolta permettersi di tirare il fiato, tanto c’era chi lavorava per loro.

 

Stagione 2011-12: il sodalizio vincente tra Antonio Conte e Claudio Marchisio, simboli della juventinità ritrovata (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Da questo punto di vista, Marchisio è il giocatore che ha lavorato di più all’inizio dell’attuale ciclo vincente dei bianconeri, soprattutto sotto la guida di Antonio Conte. Il tecnico leccese, altro esponente della juventinità classica, è intervenuto sul giocatore ultimandone la maturazione tecnico-tattica e accentuandone la portata simbolica, consegnandogli le chiavi della squadra. Lo scudetto del 2012, il primo dei sette consecutivi e per certi versi il più importante della serie, ha avuto proprio nella prolificità sotto porta di Marchisio una delle spiegazioni più evidenti. Il numero 8 bianconero ha messo insieme la bellezza di 9 reti – tuttora il record personale di marcature in una stagione – sfruttando a meraviglia la sua propensione agli inserimenti senza palla. E sobbarcandosi questo lavoro supplementare in zona gol, Marchisio è riuscito nella non facile impresa di mascherare l’indolenza di Vucinic e le limitate capacità tecniche di Matri e Pepe, mostrando una disponibilità totale perfettamente in linea con la tradizione bianconera. Ma i risultati eccellenti ottenuti svolgendo a tempo pieno le due fasi di gioco non gli hanno impedito di migliorarsi ulteriormente. Anzi. L’opportunità di giocare con un fuoriclasse assoluto come Andrea Pirlo, il principale ispiratore dei suoi tagli, era una fortuna troppo grande per non apprendere anche qualche nozione di pura regia. E infatti, pur non replicando la genialità del ‘maestro’ per ovvi motivi genetici, Claudio ha interpretato il ruolo di vertice basso di centrocampo con risultati apprezzabili. Facendo la fortuna di Allegri, nel 2014 succeduto al dimissionario Conte, e consentendo a Pirlo di gestire al meglio le sue forze nella fase finale dell’esperienza in bianconero (conclusasi nel 2015).

 

Anche se il vero capolavoro Marchisio l’ha realizzato nel 2016. Al termine della sua prima stagione giocata interamente nel ruolo di regista davanti alla difesa, che se da un lato ne ha soffocato la vocazione offensiva dall’altro è stata un’autentica manna per gli inserimenti di Khedira e la liberazione definitiva del talento di Pogba, Marchisio è salito in cattedra per spiegare una volta per tutte cosa si intende per “mentalità vincente”. Un concetto troppo sfuggente per essere colto nella sua essenza e che per questo si presta a non pochi abusi. Perché contrariamente a quanto si possa pensare, la mentalità vincente non precede le vittorie: le segue. La mentalità vincente è una sorta di energia invisibile che necessita di essere attivata dopo la conquista di un titolo e non prima. E’ quella forza interiore che scongiura qualunque tipo di rilassamento e che impedisce a chi la coltiva di selezionare partite, competizioni o zone di campo in cui dare il massimo: il massimo lo si dà sempre, a maggior ragione quando non serve, perché in realtà serve sempre. Perché un trofeo puoi alzarlo anche senza questa dote, ma la realizzazione di un ciclo non può prescinderne. E alla Juventus interessano i cicli, non le vittorie sporadiche.

 

Marchisio pochi istanti dopo l’intervento che gli costerà la rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

 

Questi e altri insegnamenti si ricavano dall’infortunio occorso a Marchisio nel match interno contro il Palermo giocato il 17 aprile 2016. Già da qualche settimana, i bianconeri avevano girato irrimediabilmente a proprio favore l’inerzia del campionato, mettendo tra sé e il Napoli una distanza di 6 punti a sei giornate dal termine, con gli azzurri per giunta che la sera prima erano stati battuti dall’Inter. Insomma, la partita con i rosanero si preannunciava di fatto come una sorta di passerella anticipata: i tempi per la celebrazione del quinto scudetto di fila erano più che maturi. A corroborare queste sensazioni anche il vantaggio siglato da Khedira dopo una decina di minuti su un suggerimento illuminante di Pogba. L’1-0 contro un Palermo tutt’altro che indimenticabile e soprattutto il momentaneo +9 sul Napoli – che come detto aveva già giocato – avrebbero rilassato anche il più pessimista e il più scaramantico dei tifosi. Ma non un tipo come Marchisio, che percependo come cosa fatta la conquista del tricolore, ha pensato bene di portarsi avanti con il lavoro di rinnovamento della “mentalità vincente” senza aspettare la certificazione matematica dell’ennesimo trionfo, arrivata la settimana successiva a Firenze. Cinque minuti dopo il gol del giocatore tedesco, nel togliere la palla a Vasquez, Marchisio c’ha rimesso il legamento crociato del ginocchio sinistro.

 

Quel centrimetro in più, concetto magistralmente espresso da Al Pacino nel celebre ‘Any Given Sunday’

 

L’azione si svolgeva sulla trequarti destra della metà campo juventina, una zona che in quel momento era presidiata da Cuadrado e Barzagli, per cui si potrebbe anche sostenere che non c’era bisogno di forzare un intervento forse innaturale. Ma un ragionamento di questo tipo è già intrinsecamente perdente perché mira a selezionare cosa è importante e cosa no. La foga con cui il Principino è andato su quel pallone innocuo sta a rappresentare la sua totale indifferenza rispetto alll’1-0, al +9 in classifica o al controllo che potevano eventualmente garantire i suoi compagni. E questo non per una mancanza di fiducia, ma perché in quel momento lui sentiva il dovere di difendere quel famoso “centimetro” di cui parla Tony D’Amato/Al Pacino nel celebre discorso in Any Given Sunday/Ogni maledetta domenica, film di Oliver Stone. Con la differenza che i giocatori di D’Amato stavano per scendere in campo per il match decisivo della stagione, per cui erano obbligati a dare il massimo; mentre Marchisio ha fatto qualcosa di più: pur di contribuire al rinnovamento della mentalità vincente è arrivato a “giocarsi la vita” in una partita (apparentemente) inutile. Quell’infortunio pregiudicò il prosieguo della carriera bianconera di Marchisio perché di fatto nei due anni successivi, anche dopo la completa guarigione, giocò pochissimo. Da qui la decisione di cambiare aria e trasferirsi allo Zenit. Ma i giocatori impiegati al suo posto nelle ultime stagioni non sono rimasti indifferenti all’eredità del Principino. Hanno preso in custodia quello stesso centimetro pronti a giocarsi anche loro la vita pur di difenderlo.