L’avessero inventata prima, la Var. Lasciamo stare gli arabeschi sul protocollo, materiale per gli esperti del settore e per i nostalgici dei movioloni che ingrassavano palinsesti e fasce pubblicitarie. Chi non disdegna di fermarsi al pub per discettare dello Splendido Gioco, da quando è stata introdotta la tecnologia nel calcio può dedicarsi a un divertissement che è, a seconda di quel che si rievoca, dolce come una caramella zuccherosa o aspro quanto l’olio di fegato di merluzzo. Avrete provato anche voi – non negatelo –, cari amici vicini e lontani, a pensare a che cosa sarebbe successo se in quella partita, quella che la vostra squadra ha perso o non ha vinto, ci fosse stata la Var. E allora, chissà, a Turone avrebbero dato il gol alla Juve nel 1981, o su Ronaldo sarebbe stato fischiato il fatidico rigore, sempre contro la Juve (absit iniuria, e senza voler tirare per la giacchetta, per l’ennesima volta, il signor Ceccarini di Livorno, che persiste nel suo niet, nada, nisba…) nel 1997, e via dicendo.

 

 

Era rigore

 

Una perdita di tempo, diranno gli uomini di poca fede, ma basta dare un’occhiata a quel che è successo in un altro sport, sempre in Italia, in tempi neppure così recenti (anzi), per comprendere come non occorra molto per cambiare una narrazione.
La pallacanestro ce l’ha insegnato: un instant replay non è reato. Era il 2005 quando lo scudetto fu assegnato a bordo parquet. Si giocava gara 4 della finale playoff, la sfida era tra l’Olimpia Milano, griffata Armani Jeans, e la Climamio Bologna, la Fortitudo, nel pieno della Grande Bellezza della sua storia. Di qua, il totemico Joe Blair, intimidatorio centrone che nel “pitturato” prendeva anche le zanzare, insieme a Sasha Djordjevic, il califfo serbo che aveva segnato un’epoca e che si avviava al ritiro, per niente intenzionato a lasciare dietro di sé, nell’ultima coda della sua carriera, soltanto l’alone della polvere di stelle. Di là, una batteria slava uscita da un romanzo di Ivo Andric mescolato con una lectio magistralis tenuta da Predrag Matvejevic: Matjaz Smodis, Dalibor Bagaric ed Erazem Lorbek.

 

Nella pattuglia, Gianluca Basile e Marco Belinelli, vicino a staccare il biglietto per la NBA, e con loro una guardia americana con passaporto panamense, Rubén Enrique Douglas. Sarà lui l’uomo del destino (beatitudine per gli uni, pianto e stridore di denti per gli altri), vessillifero involontario, ma per nulla suo malgrado, di quel sarebbe stata la Var prima della Var. Segnatevi questo nome, dunque, e intanto prenotate un giro sulla DeLorean di “Ritorno al futuro”, magari portandovi appresso il celebre (o famigerato) “Almanacco di scommesse sportive” che fa la fortuna del perfido Biff nel secondo episodio della popolare saga. Mica per farci soldi, eh, ma per guadagnarsi, hai visto mai, il carisma dell’indovino.

 

Biff e il suo almanacco

 

Raggiunte le 88 miglia all’ora, vi troverete sbalzate nel 1989. Il 27 maggio è un sabato caldo e luminoso, l’estate è nell’aria e sboccia anche all’Ardenza, il quartiere di Livorno in cui si trova il palasport che ospita gara 5 della finale-scudetto. A giocarla è una presenza persino scontata, la Philips Milano, che già da un paio d’anni non ha più in panchina Dan Peterson, il leggendario “nano ghiacciato” arrivato dagli Stati Uniti (passando per il Cile, paese di cui aveva allenato la nazionale) per cambiare il basket, e non soltanto sul campo. Milano la guida Franco Casalini, che di Peterson è stato l’assistente e, da head coach, ha già vinto la Coppa dei Campioni e l’Intercontinentale. Non, però, lo scudetto, e in più la regular season della Philips è stata fiacca: quinto posto finale, e così i playoff sono stati di rincorsa. La Milano cestistica è il corrispondente della Juventus: la più amata e la più odiata d’Italia. Quando, negli ottavi, ha rischiato di essere eliminata dall’Irge Desio, vincendo alla “bella” contro una squadra entrata in tabellone da promossa dall’A2, botte di gomito e smoccolamenti per la mancata eliminazione si sono moltiplicate.

 

Invece, tra trambusti al limite dell’inverosimile, se non pure oltre, la Philips è arrivata fino in fondo. L’altra metà del cielo è l’Enichem Livorno, la Libertas, che rivaleggia in derby che fanno fuoco e fiamme con l’Allibert, la Pallacanestro, in una città che un è feudo popolano e proletario. Qui, nel 1921, si scisse il Partito Socialista e nacque il PCI. Essere comunisti, a Livorno – attenzione, ricordate che siete a maggio 1989, quindi il Muro di Berlino è ancora in salute, sebbene non propriamente ottima, e la falce e il martello non sono ritenuti un’anticaglia vintage per nostalgici – è una prassi che supera l’ideologia e incarna lo spirito dei rioni arroccati nel più marcato leninismo, pugni chiusi e stretti, muso duro e risate canzonatorie. Ovosodo, il quartiere da cui prende spunto l’omonimo film di Paolo Virzì, ne è il ritratto. La divagazione (oh sì, avete ragione: dovevamo parlare della Var, ma che volete farci, non di soli replay vive l’uomo) è utile per comprendere quanto il conflitto “morale” tra Livorno e Milano sia imponente.

 

L’Enichem è allenata da Alberto Bucci, un professore del basket, maniere da gentiluomo e umorismo tracciato dalla città in cui è nato, Bologna, e in cui ha già vinto lo scudetto, nel 1984, con la Virtus, sconfiggendo in finale, immancabilmente, Milano (e allora Peterson c’era). A Livorno ha costruito un meccanismo di precisione che può permettersi persino di impiegare, nel quintetto-base, un solo americano, Wendell Alexis. Occhio, giovani baskettari, dovete fare uno sforzo di fantasia: al tempo di stranieri se ne potevano schierare soltanto due. Non c’erano comunitari o passa portati, era tutto diverso. Per amor di verità, la scelta di avere nello starting five un solo USA era stata forzata, perché Livorno aveva perso Joe Binion per “infortunio”. Le virgolette sono dovute al modo in cui si era fatto male: scagliandosi contro una vetrata negli spogliatoi del palazzetto dello sport di Reggio Emilia, dopo una sconfitta. Risultato: recisione dei flessori dell’avambraccio destro, addio stagione. Al suo posto l’Enichem mette sotto contratto David Wood, un ruvido lottatore che riuscirà, in seguito, a giocare con buona regolarità nella NBA. A Livorno è il gregario ideale per completare una squadra che, con Alexis, è una pozione magica tutta italiana: Alessandro Fantozzi playmaker, Alberto Tonut ala grande, Flavio Carera pivot e la guardia Andrea Forti. Dopo Rubén Douglas, tenete a mente anche lui. Poi risalite sulla DeLorean per tornare nel 2005. Il 1989 può attendere.

 

La livorno della palla a spicchi stagione 1988/1989

 

Bologna ha vinto due delle tre partite giocate in precedenza. Significa che può chiudere ogni discorso sbancando il Forum di Milano. L’idea dell’Armani Jeans è, ça va sans dire, opposta e, a 24 centesimi di secondo dalla fine, le ragioni del caso sono per l’Olimpia, avanti di un punto, ma che ha appena forzato, e sbagliato, il tiro da tre con Dante Calabria. Eppure, di secondi, ne mancano soltanto due quando Basile serve Douglas, che è defilato sull’orlo della linea laterale, a cospicua distanza dal canestro. Sgancia il pallone con la spinta dell’inerzia e gli fa percorrere otto metri. Ascesa, discesa: la legge del basket, no? Ciuf. La sirena ha strillato. Prima o dopo? Sul 65-64 per Milano, il tempo si ferma. Ci sono tre arbitri – Lamonica, Paternicò e Ursi – e una decisione che si arresta a metà. Avete abbastanza plutonio per ripartire? Il 1989, adesso, vi aspetta, ma sappiate che presto dovrete fare ritorno al futuro.

 

Non fatevi confondere. Guardatevi attorno: non vi accorgete che sugli spalti è tutto favolosamente Eighties? Non c’entra nulla con gli anni zero, compostamente e politicamente corretti, il catino dell’Ardenza. Certi look, sul parquet, sono old fashioned. Siete stati proiettati in un’epoca della pallacanestro in cui il pubblico poco ci manca che non entri in campo. Per essere puniti occorre farla grossa, com’è successo in gara 1 delle semifinali a Pesaro, tra la Scavolini e la Philips. Dino Meneghin, monumento della pallacanestro italiana, è stato colpito da una monetina, è uscito e, medicato al pronto soccorso, gli sono stati dati cinque giorni di prognosi. Il giudice sportivo ha assegnato la vittoria a tavolino a Milano, che poi ha bissato il successo in casa: 2-0 e serie andata, tra furibonde polemiche per presunte pressioni dell’Olimpia sul verdetto decisivo. Dove siete ora, a Livorno, il 27 maggio 1989, neanche arrivassero i marines riuscirebbero a indurre a più miti consigli la furia che rimbalza nel palasport. L’Enichem e la Philips si giocano lo scudetto punto a punto. La partita è stata di un’intensità formidabile. Un romanzo palpitante, tra fughe e scatti, allunghi e ritirate per niente strategiche.

 

Milano è sopra di uno e ha il pallone in mano a meno di 30’’ dalla fine. Quando Roberto Premier, la guardia della Philips che ha spaccato la difesa di Livorno con le sue triple, ci riprova, centra il ferro. Alexis recupera il rimbalzo quando mancano 3’’ e serve Fantozzi, che spinge in avanti e vede correre verso canestro Forti. Riesce a liberarlo. Dietro al giocatore dell’Enichem si affollano quelli di Milano, in disperato recupero. Non lo possono fermare: Forti appoggia al tabellone. Ciuf, anche qui, ma non siano nel 2005. Sono secondi infiniti. Alla scena, nel calcio, ci si abituerà solamente dodici anni dopo, con l’avvento della Var (ve l’abbiamo già detto che avrebbero dovuto inventarla prima? Sì, siamo ripetitivi e per questo chiediamo venia). L’arbitro di fronte a un video, tra il silenzio e il rumore. Basta un gesto: braccio alzato, tre dita su. Il canestro di Douglas è buono, la Climamio ce l’ha fatta. Il resto è tutto secondo il copione dello sport, bello per chi fa festa, brutto per gli sconfitti. Vi va di fare un altro viaggio all’indietro? Meglio scappare, prima che arrivino i libici su quello scassato furgone Volkswagen…

 

David Wood mentre sfida Bob McAdoo nella finale scudetto 1989

 

Di arbitri, nel basket del 1989, ce n’erano due. A Livorno, Francesco Grotti e Pasquale Zeppilli. Forti ha appena segnato, nel rombo che scuote le pareti del Palazzo. Di qui in poi, la cronaca si fa mito, nel senso di racconto che sconfina nella suggestione favolistica. La Var non esisteva, figuriamoci l’instant replay. Zeppilli ha teso l’orecchio e ha sentito la sirena. Grotti, invece, ha seguito l’azione dell’Enichem e ha visto il canestro di Forti, e ha pure fischiato un fallo su di lui. Una mano fa scattare il tabellone: dall’86-85 per Milano all’87-86 per Livorno. Invasione di campo, baraonda.

 

Premier si prende a pugni con un tifoso ed esce alzando le dita medie all’indirizzo del pubblico. I telegiornali rilanciano la notizia dello scudetto per l’Enichem e della sconfitta della Philips. Lo spogliatoio di Livorno è preso d’assalto dalla stampa. Invece no. Zeppilli dice di essere sicuro: la sirena è partita prima del tiro di Forti. Dirà, parlando con il giornalista Flavio Tranquillo, più di due decenni dopo: “Appena terminata la partita e segnalato che il canestro non era valido, fui provvidenzialmente scortato negli spogliatoi da due addetti alla sicurezza. Dopo un po’ arrivarono gli ufficiali di campo, che non hanno mai aggiunto né a referto né a tabellone i due punti, e dopo un altro po’ Grotti, che non aveva la minima idea di cosa fosse successo. Gli raccontai io che il canestro non era valido e che il fallo era arrivato dopo. Quando mi chiese se fossi sicuro di quanto dicevo, gli dissi che avrei potuto giurarlo sulla tomba di mio padre”.

 

Una bolgia

 

A “La Domenica Sportiva”, il giorno dopo, Carlo Sassi utilizzò per la prima volta la moviola per un fatto non di calcio e dichiarò che Forti aveva lasciato la palla con una frazione di secondo di ritardo. Vaglielo a raccontare alla tifoseria di Livorno: Milano era uscita sotto scorta dall’Ardenza, bersagliata da un lancio di pietre. All’ingresso in autostrada trovò degli pneumatici a bloccarla: un’intifada della pallacanestro. A quella partita sono stati dedicati speciali, opere teatrali, memoriali, biografie. Vedete che cosa intendiamo quando diciamo che la Var fa bene alla salute? Nonostante tutto, però, niente può pagare la poesia di quel che a Livorno si continua a professare con liturgica certezza: “Il canestro era bono!”. Così pure a noi, apologeti della tecnologia applicata allo sport, scende la lacrimuccia. Riportateci nel 2019, grazie. E pure alla svelta.