A volte non è sufficiente vincere per entrare nella memoria dei posteri. In certi casi addirittura, solo i secondi sono ricordati eternamente. 
Dorando Pietri nasce a Mandrio, frazione di Correggio, nel Reggiano, il 16 Ottobre 1885. Dopo il trasferimento della famiglia a Carpi, a quattordici anni comincia a lavorare come garzone presso la pasticceria “Roma”, al civico 42 della piazza centrale. Ragazzo minuto, ma estremamente energico, nelle poche ore di riposo coltiva la passione per la bicicletta e la corsa a piedi, tanto da iscriversi alla società sportiva Ginnastica “La Patria” nel 1903. Appena un anno più tardi, nel settembre 1904, a Carpi si disputa una gara di atletica e la carriera di Pietri si ammanta già di un’aurea leggendaria. Infatti, sebbene non fosse iscritto alla competizione, si narra che non abbia resistito al richiamo della corsa e, con ancora gli abiti da lavoro indosso, abbia raggiunto e mantenuto il passo di Pericle Pagliani, il più noto podista nostrano del tempo. Qualche giorno dopo, è quindi il momento dell’esordio ufficiale, celebrato con un secondo posto nei 3000 metri a Bologna. Invece, durante l’anno successivo Dorando Pietri raccoglie i primi allori: tra di essi il più eclatante è il successo alla 30 chilometri di Parigi, in cui il secondo è preceduto di 6 primi.
Dorando Pietri con i suoi trofei

Dorando Pietri con i suoi trofei

Successivamente, la vittoria della maratona di qualificazione gli permette di partecipare ai Giochi Olimpici intermedi, in scena ad Atene nell’estate del 1906. Purtroppo qui la dea Tyche, personificazione della buona sorte, non arride all’atleta italiano che è costretto al ritiro per problemi intestinali al ventiquattresimo chilometrico, quando si trovava primo con un abbondante vantaggio sugli inseguitori. Nell’anno seguente una serie di successi lo incoronano come una delle figure più eminenti dell’atletica del Belpaese. Capace di competere per la vittoria dal mezzofondo alla maratona, diviene uno dei pretendenti più accreditati per la vittoria dell’oro olimpico alle Olimpiadi di Londra del 1908La preparazione all’evento prevede la “40 km” di Carpi, dove Pietri sancisce il primato italiano di 2 ore e 38’, guadagnando di diritto il posto nella squadra italiana. Due settimane dopo, il 24 Luglio, finalmente giunge il giorno della maratona olimpica. Il percorso si snoda dal Castello di Windsor fino al palco reale del White City Stadium di Londra, per la distanza inedita di 42.195 metri. Alla partenza si presentano 56 corridori, tra cui due italiani: Umberto Blasi e Dorando Pietri ovviamente. Il podista emiliano ha numerosi occhi addosso ed è ben riconoscibile per i calzoncini rossi e la maglietta bianca con il numero 19. Alle 14.33 Mary di Teck, Principessa di Galles, dà il via alla corsa. La giornata insolitamente afosa non scoraggia un terzetto di inglesi che ottiene immediatamente la testa della gara, imponendo un ritmo sostenuto. Tutto previsto dalla tattica del maratoneta nostrano, che si mantiene nelle retrovie, adottando una strategia attendista per conservare le forze in vista del rush finale. Quando viene raggiunta la metà del tragitto, parte in progressione e comincia a scalare le posizioni. Al trentaduesimo chilometro il margine dal primo, il sudafricano Charles Hefferson, è di 4’, ma dopo altri 7000 metri la testa della maratona è tricolore.

La rimonta è ultimata, Pietri si invola verso il traguardo

La rimonta è ultimata, Pietri si invola verso il traguardo

La falcata di Pietri sembra inarrestabile, ma la disidratazione e l’affaticamento per lo sforzo profuso divengono ad ogni passo sempre più debilitanti. All’ingresso allo stadio le gambe sono pesanti, la mente annebbiata ed il podista sbaglia strada. Corretto dai giudici di gara, ritrova la via del traguardo, ma cade a terra stremato. Accorrono immediatamente addetti e medici, che lo rimettono in piedi. Gli oltre settantacinquemila spettatori assistono con il fiato sospeso all’epilogo della maratona. Mancano circa duecento metri alla meta e Dorando Pietri trova l’energia per riprendere l’andatura: quando non può la carne, lo spirito deve prevalere sulla fatica. Gli ultimi frangenti sono drammatici. Rovina al suolo altre quattro volte, ma alla fine taglia il traguardo sorretto da giudici e medici. Dopo 2 ore e 54 minuti, di cui quasi dieci per coprire i cinquecento metri finali, non basta l’ebbrezza del successo per riacquisire lucidità, l’atleta collassa definitivamente e viene trasportato fuori dalla pista in barella. Nel frattempo la squadra americana presenta ricorso per l’aiuto ricevuto dal podista di Mandrio. Il reclamo è accolto, Pietri viene squalificato e rimosso dall’ordine di arrivo della corsa. Alla fine, la medaglia d’oro cinge il collo dello statunitense Johnny Hayes, secondo classificato. (La splendida testimonianza dell’epoca)
La grande impresa dell’italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici”. Così Arthur Conan Doyle commenta l’epilogo della corsa, in qualità di inviato per il Daily Mail da bordo pista. Non sappiamo se siano state proprio queste esatte parole a convincere la Regina Alessandra, tuttavia la sovrana decide di celebrare la straordinaria prestazione di Pietri, consegnandogli di persona una coppa d’argento dorato. Successivamente, proprio l’autore delle vicende di Sherlock Holmes lancia dalle pagine del suo giornale una sottoscrizione per conferire un premio in denaro al podista. Le trecento sterline raccolte gli consentiranno di aprire una panetteria, una volta rientrato in Italia.

La coppa consegnata dalla Regina in persona

La coppa consegnata dalla Regina in persona

Calato il sipario sulla manifestazione olimpica, Pietri assurge al ruolo di celebrità, fortuna dovuta paradossalmente alla mancata vittoria e conseguente squalifica. Quindi, pochi mesi dopo parte per una tournèe negli Stati Uniti, dove al Madison Square Garden di New York, davanti a venticinquemila spettatori, ottiene la rivincita su Hayes. Il 15 Marzo 1909 conquista anche “la bella”, per l’orgoglio dei numerosissimi immigrati italiani accorsi a sostenerlo.

La sua carriera si chiude a Parma nel 1911, dopo essere stata ulteriormente arricchita con svariati successi internazionali, come a Buenos Aires e GoteborgRitiratosi dall’attività sportiva, investe gli ingenti guadagni in un hotel, ma l’operazione si rivela fallimentare. In seguito si trasferisce a Sanremo, dove apre un’autorimessa. Qui, muore il 7 Febbraio 1942, tradito dal cuore, inesauribile motore di quelle favolose gare, che hanno consegnato Dorando Pietri alla leggenda dello sport.