Quando Ballack si rialza da terra la sua espressione è cupa e piena di incredulità, come a voler negare a se stesso i fatti appena accaduti. Poi si appresta a tornare nella lunetta del centrocampo a ritmo blando, con una leggera corsa tenendo lo sguardo rivolto verso il basso, forse nell’intenzione di non voler guardare i suoi compagni negli occhi, forse temendo di non poter sopportare il silenzio tombale che lo circonda e lo inghiottisce. Dietro la maglia porta il numero 13, suggeritogli dall’allora direttore sportivo del Bayer Leverkusen Rudi Voeller, che per molte culture è un numero superstizioso, tanto da farne risalire la negatività ai Cavalieri templari o alla ancor più antica mitologia norrena. È il 20 maggio del 2000, è l’ultima giornata di campionato e Ballack ha appena segnato uno degli autogoal che più verranno ricordati nella storia del calcio, in scivolata cercando di anticipare l’attaccante dell’Unterhaching, squadra della sua prima stagione in Bundesliga. Il Bayer Leverkusen si presenta a quella sfida da prima della classe, con tre punti di vantaggio sui rivali del Bayern Monaco: al Leverkusen basta un pareggio. Mentre proprio il Bayern Monaco sconfigge per 3-1 il Werder Brema, l’Unterhaching raddoppia il punteggio battendo 2-0 il Leverkusen di Ballack, che termina il campionato al secondo posto in classifica a seguito di una differenza reti sfavorevole. Michael Ballack ha così innescato una serie di eventi che hanno portato le aspirine a perdere il titolo di campione di Germania a giochi quasi fatti. Una doccia fredda dopo aver ingerito un boccone amaro.

Michael Ballack nasce a Görlitz, città dell’allora Germania Est situata al confine con la Polonia e la Repubblica Ceca, il 26 settembre 1976. Suo padre, Stephan, è un ingegnere civile ed ex calciatore a livello amatoriale, la madre invece una segretaria. Ancora bambino si trasferisce a Chemnitz, che fino al 1990 si chiamerà Karl-Marx-Stadt, dove comincia a muovere i primi passi col pallone tra i piedi. Nel 1997 il Kaiserslautern viene promosso in Bundesliga e l’allora allenatore Otto Rehhagel decide di acquistare un giovane centrocampista proveniente dalla terza serie tedesca, ambidestro perché ha imparato a saper fare più cose e a saperle fare bene, preciso nei passaggi e con un’ottima visione di gioco, abile negli inserimenti e caratterizzato da un potente tiro dalla distanza; in pratica il prototipo del centrocampista moderno in anticipo sui tempi. Quel giovane centrocampista, in grado di ricoprire anche il ruolo di mediano e trequartista, all’epoca soprannominato Kleiner Kaiser (Piccolo Imperatore), è Michael Ballack. Michael in quel campionato giocherà sedici partite e quasi tutte subentrando nei minuti finali, ma il Kaiserslautern, sorprendendo chiunque, sarà la prima squadra a conquistare il titolo di campione di Germania da neopromossa. Anche se non vissuto da protagonista, possiamo senz’altro annoverarlo come il titolo più prestigioso nella bacheca di Ballack, se non altro per la mitologia che lo circonda. E forse proprio per esser stato partecipe, ancora giovane e con una lunga carriera avanti a sé, di un evento sportivo così unico, il destino ha voluto riservare a Michael brutti scherzi, accanendosi contro di lui nel chiedere un riscatto alle fortune giovanili. Ballack approda al Bayer Leverkusen il primo luglio 1999, acquistato per otto milioni di marchi (4,8 milioni di euro). L’estate seguente, dopo il tragico finale di stagione, Michael si ritrova anche nel mezzo della figuraccia rimediata con la Nazionale teutonica agli europei di Belgio ed Olanda, in cui i tedeschi, campioni uscenti, non riescono a superare la fase a gironi, orfani di un ricambio generazionale che tarda ad arrivare. Inoltre, terminata la competizione continentale, la Federazione tedesca scelse come nuovo ct l’allora tecnico del Leverkusen Christoph Daum. Questi fu tuttavia coinvolto in un enorme scandalo, quando alcuni esami tossicologici rivelarono il suo abituale utilizzo di cocaina. Oltre a venir scartato come selezionatore della Mannschaft, Daum fu ovviamente licenziato anche dal Bayer Leverkusen. L’anno successivo la guida della squadra viene affidata a Klaus Toppmoller che la modella in un 4-1-4-1 molto innovativo per l’epoca, in cui Ballack condivide il terreno di gioco con compagni che ritroverà anche più avanti tra le fila del Bayern Monaco, vale a dire il portiere Hans-Jorg Butt, il difensore Lucio ed il centrocampista Zé Roberto. Quel Bayer Leverkusen è una squadra che cerca di puntare su di sé i riflettori del nuovo millennio. Ballack in quella stagione alzerà nettamente l’asticella delle sue prestazioni, salendo alla ribalta come la principale icona sportiva tedesca degli anni duemila. In Champions League segna sei goal in quindici partite, in campionato i goal saranno addirittura diciassette in ventinove presenze. Goal che portano il Leverkusen a contendersi la vittoria su tre fronti (oltre i due già citati, anche la Coppa di Germania). È qui che ritroviamo il vero avversario di Ballack: il fato.

Ballack con i tifosi del Bayer Leverkusen

Ballack con i tifosi del Bayer Leverkusen in veste di capo-ultras

Andiamo per ordine. Il 4 maggio maggio 2002 il Bayer Leverkusen sconfigge 2-1 l’Hertha Berlino nell’ultima partita di Bundesliga, ma ciò non basta a permettergli di vincere il titolo a causa dei quattro punti raccolti nelle ultime quattro giornate. A vincere il titolo, con un punto di vantaggio sul Leverkusen, sarà quindi il Borussia Dortmund. Una settimana più tardi Ballack e compagni perderanno anche la finale di Coppa di Germania per mano dello Schalke 04, col punteggio di 4-2. Infine, alle 20:45 del 15 maggio Michael si trova a Glasgow, ad Hampden Park – con lo sguardo immobile in tipico stile teutonico – aspettando il fischio d’inizio dell’arbitro. Sapendo, soprattutto, che non può permettersi ulteriori errori. La partita è Bayer Leverkusen – Real Madrid ed è la finale di Champions League. Lucio risponde all’iniziale vantaggio di Raul, ma ciò che tutti ricordano è il goal di Zidane – uno dei goal più belli nella storia della competizione, anche e soprattutto per il suo peso – che sancisce la vittoria dei Galacticos nonostante le aspirine sfiorino più volte il pareggio. Dopo aver perso, due anni prima, il campionato all’ultima giornata, Ballack si trova nuovamente impreparato all’appuntamento con la storia, riuscendo a gettare al vento in appena undici giorni il lavoro di un anno intero. Avrebbe modo di rifarsi ai mondiali di calcio in Corea del Sud e Giappone. È proprio grazie a due goal segnati da Ballack che la Nazionale tedesca elimina in sequenza Stati Uniti e la padrona di casa Corea del Sud, raggiungendo il Brasile nella finale del Nissan Stadium di Yokohama. Nella semifinale Michael Ballack, diffidato, verrà ammonito e dovrà saltare l’ultima partita per squalifica. C’è un video in cui viene inquadrata la sua espressione una volta che l’arbitro estrae il cartellino giallo davanti ai suoi occhi. Ballack sbuffa, distoglie lo sguardo, rimane a bocca aperta. Sembra guardare nel vuoto, come se stesse osservando qualcosa di intangibile ed invisibile. Come se stesse osservando la vittoria che si allontana nuovamente. Ballack osserva il suo nemico più temibile: il destino. La Germania di Ballack perderà quella finale 2-0 sotto i colpi di un fenomeno che come lui ha dovuto combattere a lungo col destino: Ronaldo.

La sconsolazione dopo l'eliminazione con l'Italia nel 2006

La sconsolazione dopo l’eliminazione con l’Italia nel 2006

La carriera di Ballack non è stata però caratterizzata soltanto da fallimenti. Nell’estate del 2002, al termine di quell’annata disastrosa, viene acquistato dal Bayern Monaco per 6 milioni di euro. A Monaco riesce a vincere per tre volte in quattro anni l’accoppiata Bundesliga e Coppa di Germania (2003, 2005, 2006). Nel 2006 si trasferisce al Chelsea, coronando il suo sogno di giocare all’estero, dove vince ancora tre Coppe d’Inghilterra ed una Premier League sotto la guida di Carlo Ancelotti nel 2010. Anche qui, però, Michael vive un’altra annata in cui il destino sembra chiedergli il conto per ciò che sta finalmente vincendo negli ultimi anni, non riuscendo mai a portare a casa un titolo internazionale. Nel 2008, precisamente la sera del 21 maggio, allo Stadio Lužniki di Mosca si affrontano Chelsea e Manchester United per una finale di Champions League tutta anglosassone. Ballack scivolerà su quel trofeo come scivolerà il suo compagno Terry dagli undici metri, regalando la vittoria ai Red Devils. Come se non bastasse, in estate la Germania di Ballack raggiunge la finale degli europei di Austria e Svizzera assieme alla Spagna. Michael riuscirà a perdere anche quella finale per un goal di Fernando Torres, il quale darà il via a quel mostruoso ciclo spagnolo capace di aggiudicarsi due europei ed un mondiale in sei anni. Se i fallimenti sono stati molti e dolorosi, il contributo che ha però dato ad ogni suo club è stato riconosciuto dai premi individuali che gli sono stati assegnati: Ballack ha vinto per tre volte il titolo di Calciatore tedesco dell’anno (2002, 2003, 2005) e nel 2002 è stato anche inserito nella Squadra dell’anno UEFA. Inoltre nel 2004 Pelé ha inserito Ballack nel FIFA 100, una classifica che include i migliori calciatori del mondo di tutti i tempi ancora in vita. Michael Ballack non è mai stato un personaggio molto pubblico. Non ha mai rilasciato clamorose interviste, non è mai balzato alla cronaca del gossip. Non ha mai reagito malamente alle innumerevoli occasioni sfumate in carriera, cercando di rimboccarsi le maniche per andare avanti, forse condizionato da quella educazione sportiva tipica dei tedeschi. Nella retorica del rialzarsi da ogni sconfitta, o Ballack è il maestro numero uno, o – a seconda di come la si vede – la vittima più celebre. Tutto sommato, Ballack fu definito da Karl-Heinz Rumenigge come “il centrocampista più prolifico al mondo” ed in patria fu definito Der Capitano, icona simbolo e modello per molti tedeschi, persino per Angela Merkel. Per spiegare la rinascita economica della Germania, la cancelliera dichiarò “Io sono Ballack”. Sicuramente Ballack è riuscito dove molti campioni hanno invece fallito, ossia nell’essere ricordato in eterno. Michael Ballack, nonostante i suoi fallimenti (o forse proprio grazie ad essi) sarà annoverato per sempre nell’Olimpo dei grandi. Laddove molti calciatori hanno conquistato la gloria eterna grazie alle loro vittorie, soltanto uno di loro l’ha conquistata grazie alle sue sconfitte: Michael Ballack, eterno secondo.