Se leggete od ascoltate il nome di Joey Barton, la vostra mente vi rimanda all’immagine di un delinquente, un criminale, una persona che con il calcio ha sempre avuto poco a che fare ma che, inspiegabilmente, ha sempre fatto parte di quel mondo agognato da molti, quella terra promessa che soltanto pochi eletti riescono a raggiungere, fino al suo inevitabile recente epilogo. Joey Barton è stato sospeso per 18 mesi, con effetto immediato, da ogni attività riguardante il calcio. Il motivo va ricondotto al tema delle scommesse, dato che Joey ne avrebbe effettuate almeno 1260 solamente sul calcio, nel periodo che va dal 26 marzo 2006 al 13 maggio 2016. Il tutto, ovviamente, in contrasto coi limiti previsti dal regolamento della FA, la federazione calcistica inglese. Oltre la squalifica, resa pubblica con un comunicato ufficiale dopo una riunione della Commissione disciplinare, Barton è stato condannato a pagare anche trentamila sterline di multa. La giusta punizione o, quantomeno, l’epilogo più scontato per quella che è stata la carriera di un calciatore come Joey Barton, penseranno i buonisti dei salotti televisivi, i benpensanti borghesi del politicamente corretto, che di lui conoscono soltanto i falli commessi, le risse provocate, gli sfottò con Ibrahimovic. Parliamo di epilogo perché Barton, una volta venuto a sapere della pesante squalifica, ed arrivato ormai alla soglia dei trentacinque anni, ha deciso di ritirarsi dal mondo del calcio, e lo ha fatto pubblicando una lettera in cui si dichiara colpevole sì di aver scommesso ma mai di aver truccato una partita. Scrive inoltre di sentirsi deluso ed amareggiato per la durezza della sanzione e che, secondo lui, è dovuta soltanto alla fama ed alla nomea acquisita dal personaggio. Perché se inserisci il nome di Joey Barton in qualsiasi motore di ricerca, i risultati ti condurranno alla gomitata rifilata ad Aguero, alla lista dei suoi dieci falli più violenti, all’aggressione al compagno di squadra Dabo, ai suoi arresti e alla sua squalifica di 18 mesi. Ma Joey Barton è stato molto più di tutto questo.

Joey Barton e Andre Grey, due dei bad-boys di casa Burnley

Joey Barton e Andre Grey, due dei bad-boys di casa Burnley

Joey Barton nasce il 2 settembre 1982 ad Huyton, agglomerato urbano vicino Liverpool. I suoi divorziano quando lui ha ancora quattordici anni, e da quel momento cresce assieme alla nonna, la quale ringrazierà sempre per averlo tenuto lontano dalle droghe, ed al padre, ex giocatore semi-professionista. Nello stesso anno viene scartato dalle giovanili dell’Everton, sua squadra del cuore ed a cui si era dedicato completamente. Conclude l’anno nelle giovanili del Liverpool, dove conosce Steven Gerrard, cresciuto come lui ad Huyton ma proveniente da una situazione familiare completamente opposta, prima di adottare l’azzurro del Manchester City, squadra con cui debutterà nel calcio professionistico ed a cui si legherà per dieci anni. Il debutto è stato caratterizzato però da un aneddoto curioso: quando deve fare il suo ingresso in campo, Barton si accorge di aver perso la maglia da indossare; il suo debutto avverrà soltanto alcuni mesi dopo. Dell’infanzia ricorda le prime risse di strada, quasi sempre per cercare di difendere i suoi tre fratelli più piccoli, che lo formano caratterialmente ed installano in lui quella cattiveria e quella dose di menefreghismo che lo contraddistinguono. Dopo aver conseguito il diploma, Barton ha due possibili scelte: proseguire con la carriera calcistica o dedicarsi a quella rugbistica, essendo una giovane promessa in entrambi gli sport. Sceglie la prima, che sarà causa, tra i ventuno ed i ventidue anni, di un forte problema di alcolismo. Joey, quando ne parla, dice che all’epoca era un ragazzo arrabbiato col mondo, era giovane e sentiva molta pressione attorno a lui: pensava che bastasse una brutta gara e lo avrebbero fatto fuori dalla prima squadra del Manchester City, perché nel calcio oggi sei il migliore e domani il peggiore. La sua dipendenza dall’alcol lo porta, il 28 dicembre 2007, all’arresto per rissa in stato di ebrezza, dopo aver aggredito due teenager. Viene rilasciato su cauzione dopo una settimana, il 3 gennaio 2008, ed inserito in riabilitazione nella Sporting Chance Clinic, di proprietà di un altro ex bad-boy del calcio inglese, Tony Adams, nell’Hampshire. Nonostante abbia dato dell’omosessuale a Fernando Torres prima e Thiago Silva poi, definendosi un ultraconservatore, Barton ha portato (e porta) avanti una campagna contro l’omofobia chiamata Rainbow laces. Quando gli vengono chieste le motivazioni di questo suo attivismo, risponde che suo zio è gay e questo ha influito molto. Inoltre Barton spera che tra dieci anni avremo un calciatore di fama mondiale dichiaratamente omosessuale, il cui orientamento non crei nessun tipo di imbarazzo. Ha più volte invitato gli altri calciatori a rivestire un ruolo fondamentale nella lotta all’omofobia, conscio dell’importanza che la loro fama riveste sul comportamento dei giovani calciofili. C’è comunque chi obietta e giudica opportunista la presa di posizione di Barton, volta soltanto, secondo questi, ad ammortizzare la sua immagine di cattivo ragazzo nel tentativo di ripulirla. In questo senso avrebbe avuto un ruolo fondamentale la sua comparsa nel documentario “Britain’s Gay Footballer”, trasmesso dalla BBC e condotto da Amal Fashanu, nipote di Justin Fashanu, primo calciatore ad aver ammesso la sua omosessualità.

Barton festeggia coi compagni del QPR la finale playoff della Championship, nel 2014

Barton festeggia coi compagni del QPR la finale playoff della Championship, nel 2014

Sul suo sito internet si definisce, oltre che calciatore e futuro coach, studente di filosofia. Legge molto, nelle sue interviste cita Il Principe di Machiavelli e la Lettera a Meneceo di Epicuro, concentrandosi su dualismo e materialismo. Durante le sedute di fisioterapia dibatteva spesso su temi filosofici, ad esempio entrando nella stanza e domandando se la morte fosse negativa per la persona defunta, intavolando un dibattito con i ragazzi più giovani. Barton, infatti, non reputa stupidi i calciatori, quanto piuttosto colpevoli di banalizzare gran parte della propria vita, come fluttuando all’interno di una bolla di sapone. Calcisticamente, Barton nasce come difensore centrale basando il suo gioco sui contrasti; ruolo, questo, che ricopriva ad inizio carriera. Col passare degli anni muta le sue caratteristiche, aggiungendo alle doti difensive l’abilità del calcio lungo – sviluppata dal suo giocare al centro della difesa – e del fraseggio coi compagni, per impostare rapidamente l’azione pur non essendo estremamente tecnico; Barton muta il suo ruolo originario in quello di incontrista. Quando viene schierato come mediano, il suo compito è quello di contrastare l’avversario e recuperare palloni, compito che gli riesce molto bene. Col passare del tempo matura un gioco più offensivo, segnando più goal e realizzando più assist: al termine del 2007, pur giocando da centrocampista, risulta essere il miglior marcatore del Manchester City in tutte le competizioni. In transizione offensiva, Barton occupa la zona di trequarti avversaria avventandosi sulle seconde palle, grazie alla sua reattività, per poi finalizzare in rete. In contropiede, invece, accompagna gli attaccanti fin dentro l’area, aprendo gli spazi e finalizzando una possibile ribattuta, oppure aspettando l’appoggio del compagno. La sue vera dipendenza, dice essere quella della vittoria. Ogni sua azione è incentrata alla vittoria. Gli piace competere, ama vincere, che si tratti di una partita a golf con gli amici o di una gara di freccette in un cafè. Joey Barton non è un personaggio scontato come appare agli occhi dell’opinione pubblica; è anzi molto più pragmatico di quello che ci si potrebbe aspettare: alterna momenti di vita in cui prende le sembianze di un gladiatore romano – o di Spartacus, un ribelle come lui – a momenti in cui predica tolleranza e riflessioni filosofiche, come un santone indiano. Divide in due gli amanti ed i detrattori, tra chi, forse esagerando, vorrebbe vederlo scomparire, e chi invece vorrebbe giocasse in eterno. Lui stesso crede nella vita eterna da quando è morto suo nonno. In quel periodo leggeva la vita di Gengis Khan, guerriero che cercava l’amicizia dei monaci per carpire da loro la chiave della vita eterna. Da quel momento capisce che si vive in eterno attraverso i propri figli, essendo questi l’eco dei genitori. La sua secondogenita, nata del 2014, viene chiamata Pietà, cercando interiormente di esser perdonato per ogni suo peccato commesso in gioventù e trovando nella sua famiglia l’amore che gli è sempre mancato. Come cantava Fabrizio De Andrè: “Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore”.