Anfield Road è la sceneggiatura ideale per chi sogna di scrivere una storia d’amore con i propri piedi: lo sa piuttosto bene Steven Gerrard che al Liverpool (e per il Liverpool) ha donato una porzione piuttosto importante della sua vita. Essere profeta in patria è il sogno di chiunque, riuscirci è un privilegio che spetta a pochi, il numero otto fa parte di questa ristretta élite; ma lui è andato oltre. Nell’evoluzione del gioco SG8 ha rappresentato il punto di incontro tra il progresso e quelle radici culturali britanniche che tanto esaltano i tifosi inglesi: impavido, umile e legato alla tradizione. Il suo percorso di crescita non è però diverso dall’idea hegeliana la quale è il divenire, a sua volta regolato dalla dialettica: il procedimento dialettico pensato dal filosofo tedesco è tripartito e consiste di tesi, antitesi e sintesi.

L'esultanza dopo il gol all'Everton, ad Anfield, nel 2014

L’esultanza dopo il gol all’Everton, ad Anfield, nel 2014

Tesi (o idea in sé)

Rappresenta l’affermazione immediata di un concetto, la sua coscienza. Ovvero il primo Steven Gerrard: il 29 novembre 1998 un ragazzo appena diciottenne esordisce con la maglia del Liverpool. Esuberante, dotato di una tecnica fuori dal comune e capace di segnare longshots come se fossero dei passaggi al compagno di reparto. Le prime fasi della storia di Steve G sono costellate di quell’imprevedibilità giovanile che caratterizza ogni teenager: colui che diventerà il numero otto sapeva perdersi nella sua stessa bellezza, salvo poi ritrovarsi in una traiettoria sparata dai 40 metri che si stampava sotto la traversa. Anfield Road ci mette poco a nominare idolo quel ragazzo che allora indossava la 28: nato a Liverpool, tifoso dei Rossi nella città dei Beatles, talentuoso e dannatamente Scouser. Lo Scouse è l’accento che contraddistingue i nativi della zona del Merseyside ed è particolarmente distintivo. A tal punto che gli inglesi delle altre contee li etichettano Scousers con disprezzo (mentre il nome corretto è Liverpudlians). I tifosi dei Reds si sono appropriati di questo soprannome per differenziarsi dagli altri sostenitori britannici: durante le partite casalinghe nel settore della Kop potreste leggere uno striscione che recita: “We are not english, we’re Scousers“. Un sentimento che colpiva parecchio il giovane Steven Gerrard, totalmente immerso nel clima di Liverpool che viveva in maniera genuina, da tifoso accanito. Questa passione deriva dalla sua famiglia (nonostante una parte dei suoi parenti tifa Everton ed un suo zio lo ha immortalato con la maglia delle Toffees), un amore viscerale che ha allontanato Gerrard da suo cugino, tragicamente scomparso nella tragedia di Hillsborough (morirono 96 persone).

Qui dopo il gol contro il Fulham nel 2014

Qui dopo il gol contro il Fulham nel 2014

Antitesi (o idea fuori di se)

Rappresenta la negazione della tesi, il passaggio ad un concetto opposto in quanto l’oggetto sembra altro rispetto al soggetto. Superata la fase dell’adolescenza e della spensieratezza Steven Gerrard viene sovraccaricato di responsabilità: arriva la chiamata dell’Inghilterra e la fascia di capitano del Liverpool, massima ambizione per chi è un tifoso dei Reds. Il numero 8 fa la muta e sembra abbandonare il suo temperamento caloroso per far spazio ad una consapevolezza tipica di giocatori con un’esperienza decennale nel mondo del calcio; Gerrard diventa meno istintivo e molto più pragmatico. E’ un uomo in missione ma i suoi obiettivi sembrano troppo distanti. La Champions League appare inarrivabile, il club di Anfield è una squadra che ha una grande tradizione ma è da tempo che non riesce ad imporsi sulla scena europea; la Premier League si è trasformata nel campionato più competitivo del mondo e l’Arsenal degli Invincibili, insieme al Man United di Sir Alex Ferguson, la fanno da padrone. Trovare uno spiraglio tra queste due dimensioni è impossibile anche per un uomo capace di disegnare tele meravigliose con ambedue i piedi: o meglio, è irrealizzabile sia per il primo Steven Gerrard che per il secondo, non per il terzo ovvero la versione definitiva del numero otto.

Gerrard segna un gol all'Everton, a Goodison Park. E' il 2001 e il leone è uscito dalla sua tana

Gerrard segna all’Everton, a Goodison Park. Ha solo 21 anni ma vuole sentire l’urlo dei propri nemici

Sintesi (idea che torna in se, Aufhebung)

Al fine che si realizzi il processo dialettico non basta opporre semplicemente due concetti, bensì si deve comprendere la manchevolezza dell’uno rispetto all’altro. Il 25 maggio 2005 è una data che ogni tifoso del Liverpool (o del Milan) difficilmente scorderà: se avrete l’opportunità di parlare con un tifoso dei Reds di quella sfida ve ne parlerà sempre come THE Game, rigorosamente in maiuscolo perché notti così si vivono una volta nella vita. Istanbul è una mescolanza di Reds e diavoli rosso-neri: in palio c’è l’onorificenza più grande a cui un calciatore possa ambire con il proprio club, la Champions League. Una serata strana, il cielo si è tinto di rosso e sembra non voler lasciare spazio alla notte oscura, il clima è perfetto per una partita di tale calibro e la tensione è visibile ad occhio nudo. Entrati in campo i giocatori non realizzano lo scenario che hanno davanti, ci riesce solamente uno di loro, quello con maggiore esperienza, Paolo Maldini che dopo neanche un minuto porta avanti i suoi. Poi arriva il secondo e subito dopo il terzo: si va sotto la doccia e il risultato è un perentorio 3-0 che lascia basiti i tifosi Reds. Nello spogliatoio si realizza l’Aufhebung: Steven Gerrard capisce che oltre a caricarsi di responsabilità deve tornare ad essere quel ragazzo disteso che incantava la KOP – la quale non ha mai smesso di cantare, neanche quando i gol di scarto erano tre. Al ritorno sul rettangolo verde gli occhi del numero 8 non incontrano quelli dei suoi compagni né quelli del pubblico: è focalizzato sull’obiettivo. John Arne Riise riceve palla sulla corsia di sinistra e cerca il traversone, respinto, la sfera torna sui piedi del norvegese che ci riprova: Steven Gerrard capisce che quello è il momento per tornare ad essere leggeri, si inserisce in area e di testa (non certo il suo cavallo di battaglia) porta a due la differenza reti, spostando l’inerzia della partita a favore del Liverpool che riesce a pareggiare realizzando un’impresa che ha presto assunto i connotati di leggenda. Era scritto nel destino come sarebbe dovuta finire quella partita: negli ultimi istanti quel rettile a sangue freddo chiamato Schevchenko si presenta a tu per tu contro Dudek ma da due passi il portiere compie una parata che non ha nulla di razionale nella sua esecuzione. La partita finisce lì, i giocatori lo capiscono proprio in quel momento: è come la testata di Zidane, toglie tutte le energie morali ai compagni e le regala agli avversari. Il portiere polacco diventa invincibile e ai calci di rigore è One-man showIl Liverpool torna sul tetto d’Europa e quell’uomo in missione ha trascinato i suoi compagni alla gloria (eterna).

Gerrard innalza il sogno; lo porta a compimento una volta per tutte

Gerrard innalza il sogno; lo porta a compimento una volta per tutte

Si può definire incompleta la carriera di chi ha vinto una Champions League da protagonista? No, non sono le vittorie a segnare la storia di un giocatore ma quel pizzico di rammarico per non essere riuscito a vincere la Premier League tormenterà sempre Steven Gerrard, eppure ci era andato così vicino. Il Liverpool 2013-2014 targato Brendan Rodgers è semplicemente meraviglioso: le tre S (Suarez-Sturridge-Sterling) guidano l’attacco dei Reds che incanta l’Inghilterra intera, l’unica rivale sembra essere il Manchester City con il Chelsea di José Mourinho più defilato. La partita risolutiva della stagione si gioca ad Anfield contro i Citizens: i padroni di casa partono forti, 2-0, ma la risposta degli uomini di Manchester arriva nella ripresa. Sul punteggio di parità Philippe Coutinho realizza un gol meraviglioso che sembra valere uno scudetto intero: manca solo uno scoglio, il Chelsea, sempre ad Anfield Road. Forse la partita più incredibile della storia del campionato inglese. Mou ha litigato con la FA ed ha deciso di far scendere in campo tutte le riserve, si prospetta una vittoria meno ardua dei pronostici, non sarà così. Al termine della prima frazione (dominata dai Reds), Steven Gerrard scivola sul pallone e manda in porta Demba Ba che fredda la Kop. Nel secondo tempo Schwarzer è insuperabile ed impedisce ai padroni di casa di trovare il gol del pari: nel finale rischia di realizzarsi l’incubo a cui nessuno voleva assistere. Fernando Torres, traditore per antonomasia in quel di Liverpool, parte in contropiede ma a tu per tu con il portiere decide di non alimentare lo psicodramma degli Scousers e offre il più facile dei gol a Willian. Il sogno finisce qui: Steve G, autore di una stagione sensazionale, non riesce a portare nella Merseyside un titolo che manca da oltre 20 anni. Non ci saranno altre possibilità per lui ma forse è proprio ciò a renderlo più vicino ai suoi tifosi: essere arrivato lì, ad un passo dal trionfo, e poi essere crollato è uno dei sentimenti più umani che esista. Non ce l’ha fatta e durante il congedo le lacrime che hanno bagnato il suo viso ci hanno riportato alla sua adolescenza, il cerchio si è aperto e chiuso. In quei due momenti ci ha mostrato tutte le meraviglie che un artista del pallone potesse mai partorire. A noi spettatori non è rimasto altro che osservare: nel giorno del suo ritiro ci siamo sentiti obbligati ad alzarci in piedi ed omaggiare, ognuno a suo modo, un giocatore unico. Non ci sarà mai più un altro Steven Gerrard; ma aver avuto l’opportunità di viverlo è uno dei più grandi privilegi della nostra intera vita calciofila.