Pochettino è la cultura della vittoria definitivamente estetizzata. Come molti correnti artistiche contemporanee ripescano estetiche ormai passate, anni ’80 o ’90, come il gusto per il vhs e l’analogico, così l’allenatore argentino è riuscito a creare una macchina perfetta quanto bella partendo da concetti antichi – quasi da calcio dei nostri padri – contrapponendosi alla bellezza mainstream, d’alta definizione, del guardiolismo e dei suoi figli. Questa arte non nasce dalle accademie, né dai circoli letterari, e per ora non è mai passata nelle gallerie prestigiose. Eppure c’è, esiste, cresce e condiziona migliaia di giovani. Basta con la cultura della sconfitta come romanzo di un qualcosa di bello, che non è stato ma un giorno sarà; non c’è poesia né domani nel calcio dello sceriffo Mauricio.

Verticalità, pressing, recuperare pallone ora e subito, sacrificio, vittoria. 

L’inizio della sua carriera si concentra tutto nella notte in cui il maestro Bielsa lo scelse proprio come si fa in una caserma. Sono le quattro di notte, a casa Pochettino tutti dormono quando sentono bussare: oltre la porta c’è proprio El Loco che con la sua classica affettuosa autorevolezza fa saltare il piccolo Mauricio giù dal letto, come un giovane militare, e osserva quelle gambe da ragazzo. «E’ perfetto, giocherà nel mio Newell’s».

Bielsa-Pochettino

Allievo e maestro a colloquio

Un rapporto che l’ha segnato nel profondo, come quello tra padre e figlio, fatto di un amore duro e vero, che talvolta sembra affossare ma che nel lungo periodo si rivela fonte di ispirazione e crescita. “Ero riconosciuto come il miglior centrale di Spagna e quando Bielsa mi chiese di darmi un voto dentro di me pensai 9 o 10, ma alla fine decisi di andarci cauto e dissi 7 o 8. Eppure Bielsa mi guardò e mi disse che avevo fatto schifo”. El Loco gli spiegò che con quel tipo di prestazione non sarebbe mai stato il suo centrale difensivo ideale, e che di conseguenza non avrebbe neanche ottenuto la chiamata in nazionale.

“Quando sei giovane devi sempre scontrarti contro la realtà, perché quando sei nella tua bolla tutto ti sembra giusto. C’è bisogno di qualcuno che ti ricordi costantemente cosa ti sta accadendo”

Come Bielsa spronava i suoi a dare il meglio, allo stesso modo spesso distruggeva qualche fantasista abituato ad essere la star della squadra. “Non c’erano primedonne, dovevi essere un altro semplice soldato. Dovevamo marcare uomo a uomo a tutto campo, difendere ed attaccare con la stessa intensità e abituarci a coprire zone di competenza altrui se ce ne fosse stato bisogno”. Pressare, ad ogni costo, anche se si subisce troppo in difesa. Perchè l’errore alla fonte è sempre e comunque quello di aver sbagliato tempi e modalità di pressione. Eppure la carriera di Pochettino trova il suo punto di svolta dopo aver tagliato definitivamente il cordone ombelicale dal suo maestro, quando cioè nel 2009 viene promosso all’improvviso come primo allenatore dell’Espanyol, dopo aver guidato la squadra femminile. Ancor più precisamente, la data da ricordare è il 21 Febbraio 2009: i catalani sfidano l’altra squadra di Barcelona, quella del triplete, quella soprattutto di Pep Guardiola. Il risultato finale sarà 1-2 per la squadra di Pochettino, vittoria storica per il club ed emblematica per il proseguo della carriera dello Sceriffo.

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Lo Sceriffo e Pep da ragazzi (della panchina)

Tanti i giocatori che ha saputo far sbocciare attraverso disciplina e sacrificio. Uno di questi Coutinho, quando proprio ai tempi dell’Espanyol (in prestito dall’Inter) era visionato da mezza europa ed in particolar modo dal Southampton che però, partita dopo partita, si rese conto di volere proprio lui, Pochettino, lo sceriffo. Alla lista si aggiunge Callejon, talento puro divenuto grande giocatore solo dopo aver scoperto le proprie doti di indispensabile pedina tattica, insostituibile per tutti gli allenatori del Napoli, tra sacrificio e movimenti tanto semplici quanto puntuali. Lallana, giocatore offensivo con buone doti tecniche, che ha trovato la sua definitiva dimensione solo nel mettersi servizio della squadra, con più quantità che qualità, nonostante il ruolo e il senso del gol. E poi ancora Clyne, Walker, Rose, tutti terzini con grandi doti fisiche ma proprio per questo spesso soggetti a grandi lacune difensive, prontamente mascherate dall’allenatore argentino attraverso la cultura del lavoro, inserendoli nel contesto giusto. Insomma Pochettino plasma talenti che facciano parte di una orchestra senza figli e figliastri, senza fantasie o individualismi a sè stanti. Un generale che addestra i suoi soldati. Qualcuno particolarmente sbrigativo potrebbe allora pensare: “Eccolo, un nuovo Mourinho”. Chiacchiere da bar. Pochettino è schivo, impenetrabile e nei primi anni di Inghilterra (con il Southampton) porta sempre con sé il fido traduttore. Le sue esternazioni non sono mai calcolate, ed infatti ogni tanto regalano qualche piccolo sorriso imbarazzato, come di chi non riesce a stare proprio sempre sull’attenti.

“Perchè oggi sono vestito elegante? C’era mia madre davanti alla tv!”

 

Questa diversità si palesa soprattutto quando si mostra in tutta la sua duplicità: generale di ferro, aggressivo e attento alle novità; ma allo stesso tempo conservatore nello spirito e furbamente logico in ogni scelta, fuori e dentro il rettangolo di gioco. La definizione finale è solo una: flessibilità. I moduli di gioco spesso cambiano in base all’avversario (anche se la base è sempre il fedele 4-2-3-1) e ogni principio di pressing non è strettamente legato né a Bielsa né alla scuola tedesca del gegenpressing. La grandezza del tecnico argentino risiede proprio in questa flessibilità che si traduce in capacità di associare il gioco posizionale alla volontà di adattarsi alle costanti storiche del calcio inglese. Cosa che, almeno per ora, sta riuscendo con molta più difficoltà al collega Guardiola. L’attuale Tottenham di Pochettino parte dunque da un semplice presupposto: se la palla è nella trequarti centrale avversaria ho più possibilità di concludere a rete, trovare giocatori liberi sull’esterno, riconquistare palla in una zona delicata per l’avversario. La prima grande intuizione è sicuramente stata quella di utilizzare Eric Dier come perno della cosiddetta salida lavolpiana, che alternandosi nella fase di impostazione con Alderweireld scuola Ajax, permette di sfuggire ad una possibile marcatura a uomo sul regista di turno. Il secondo obiettivo quindi è far arrivare palla il prima possibile nel centro della trequarti avversaria, dove a turno convergono entrambe le ali liberando così spazio per i terzini sempre molto alti. Chi meglio di Rose e Walker come interpreti di questi ruolo? Ma soprattutto, che playmaker incredibile è Eriksen? Giocatore in grado di decidere come e quando mettere pausa al ritmo indiavolato dei suoi, e mettere la definitiva firma sulla trama di gioco. I recenti miglioramenti in termini di risultato sono però figli anche della definitiva esplosione di uno dei più grandi talenti dell’attuale calcio britannico, Dele Alli, in grado di supportare il proprio compagno di reparto e dar vita così ad una delle coppie di trequarti offensive più letali del campionato. 
Il Tottenham non applica un approccio di pressing ben definibile o schematizzabile ma piuttosto sceglie di lasciare libertà individuale ad ognuno di accoppiarsi con i possibili scarichi di palla avversari, forzando un primo collettivo pressing che, se saltato, vede come protagonista il mediano basso (il solito Dier), il quale compito consiste nell’accorciare immediatamente verso la zona della palla e distruggere sul nascere la pericolosa ripartenza avversaria. Altrimenti tutti dietro e linee compatte. Non c’è ansia di recuperare palla sbilanciandosi inutilmente.

LONDON, ENGLAND - APRIL 10: Dele Alli of Tottenham Hotspur celebrates with Eric Dier as he scores their first goal during the Barclays Premier League match between Tottenham Hotspur and Manchester United at White Hart Lane on April 10, 2016 in London, England. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

Dele Alli (’96) con Eric Dier (’94): la stessa scena la potreste vedere con la maglia della Nazionale inglese, e per molti anni

Ma sapete qual è il miglior indicatore della massima realizzazione del gioco di Pochettino? I tanti errori nei passaggi! Più si rischia, maggiori sono le possibilità di indovinare il passaggio verticale vincente e/o innescare immediatamente il pressing centrale, per recuperare il possesso e verticalizzare subito verso la porta avversaria. Spesso infatti le sue squadre sono sia quelle con più possesso che con maggior numero di palle perse. Le possibilità rimango due: se ci sono spazi, le finte ali possono accentrarsi aspettando che dai difensori arrivi il pallone diretto, mentre Kane svaria su tutto il fronte d’attacco; se non ci sono spazi (comunque raro in Premier League) ecco che la regola del buttiamola avanti che poi si ruba palla è ancor più valida e funzionale. 
Un gioco che muta e non lascia mai intravedere inutili eccessi, una macchina destinata a vincere che si alimenta di giovani talenti da plasmare, non tutti in grado di incidere offensivamente ma temprati uno ad uno per sacrificarsi in ogni zona del campo. Se vuoi sottostare ai comandi dello sceriffo devi avere qualità fisiche fuori dal comune ed estrema intelligenza tattica. Insomma, le caratteristiche di un ex difensore argentino che è destinato a lasciare la sua eredità nella storia del calcio, più per il carisma che emana dalla panchina che per i contrasti vinti nel rettangolo verde.