La sconfitta militare nella Grande Guerra e la successiva grave crisi economica creano in Germania le condizioni per la nascita di un fermento culturale senza precedenti. É l’epoca della Repubblica di Weimar, che diventa il cuore pulsante di tensioni artistiche in un caleidoscopo di movimenti e scuole che si intrecciano per circa tre lustri. Lo Zeitgeist cambia e l’Espressionismo, esasperando la rappresentazione del lato emotivo e deforme della realtà, fa vacillare le architravi dell’idealità borghese propugnando il ritorno all’Urmensch, l’uomo primigenio. La famiglia, la religione e la potenza militare vengono prese di mira da un radicalismo anarcoide che auspica l’avvento di un’umanità più libera e consapevole.

 

Dalla pittura, con gli esponenti del circolo “Il Cavaliere Azzurro” fondato a Monaco da Vasilij Kandinskij, alle riviste dell’avanguardia come “La Tempesta” e “Rivoluzione”, dal teatro di Ernst Barlach, Fritz von Unruch e del giovane Bertolt Brecht, al cinema di Robert Weine e Fritz Lang, dall’architettura di Emil Fahrenkamp alla musica di Arnold Schonberg, non c’è disciplina artistica che non sia coinvolta in questa sorta di rinascita spirituale. In particolare, il movimento artistico Neue Sachlichkeit, la Nuova Oggettività, dal nome dall’omonima mostra tenutasi a Mannheim nel 1925, accentua ulteriormente la critica a una società rimasta prigioniera dei prestigi nobiliari e della ricchezza economica delle élite, inconigliatasi nelle proprie stanze per osservare con distacco quello che avviene fuori dai loro eleganti palazzi.

 

Kandinskij, il cavaliere errante.

 

Le caricature socio-politiche su tela di Otto Dix e la satira degli autori di kabarett come Karl Valentin, diventano allora il paradigma perfetto della disillusione e del ribellismo dei movimenti artistici di quegli anni. Abbracciando il jazz e i film del cinema muto, le avanguardie cercano olteoceano una costante fonte di ispirazione, la modernità sublimata dai campioni dello sport americano non passa inosservata e la boxe, in particolare, diviene l’allegoria pefetta per descrivere plasticamente l’ansia di rompere con la tradizione dell’idealismo sentimentale che permea ancora gran parte della cultura e della società tedesca. In tale clima di aperta dissacrazione della tradizione, il pugile, che nell’immaginario collettivo rappresenta il reietto in perenne ricerca di affermazione, ben si presta a rappresentare la rottura con le convenzioni borghesi, diventando una sorta di icona pop ante litteram. Se il kabarett è la nuova trasgressiva forma di spettacolo che unisce teatro, canzoni e danza, Leni Riefenstahl e l’”angelo azzurro” Marlene Dietrich si allenano al punching-ball, alla ricerca di un nuovo modo di interpretare la femminilità, riuscendo a trasmettere una sensualità indefinita che oscilla dal personaggio androgino a quello della donna fatale.

 

A Berlino la noble art viene proposta in numerosi circoli e club come attività ludico-sportiva, e artisti come Heinrich Mann, Alfred Doblin e George Grosz intrattengono rapporti di amicizia con i più famosi pugili tedeschi. In particolare, l’astro nascente del pugilato Max Schmeling, nato a Klein Luckov il 28 settembre 1905, è una costante fonte di ispirazione per quadri e sculture, e la palestra presso cui si allena diventa un luogo alla moda al pari del celebre Kolibri-Festaäle. Il richiamo al modernismo americano e l’eco delle epiche sfide che si tengono sui ring delle metropoli d’oltreoceano sono una continua fonte di stimolo per lo spirito emulatorio tedesco. Nel suo dramma “Nella giungla della città”, Brecht utizza la metafora pugilistica per descrivere il conflitto fra un ricco mercante e un umile impiegato di biblioteca, reo di avere opinioni sui libri. Ecco allora che l’idolo delle folle tedesche Max Schmeling cerca di replicare sul suolo natio le gesta del campione statunitense Jack Dempsey. E proprio il pugile di Klein Luckov, che oltreoceano troverà la sua definitiva consacrazione, è il campione che la federazione pugilistica tedesca ha scelto per rappresentare la Germania in un incontro dall’alto contenuto simbolico: raccogliere il guanto di sfida lanciato dai gerarchi fascisti italiani.

 

In quegli anni, Roma e l’Italia stanno assistendo all’agonia dello stato liberale. Dopo la marcia su Roma, di fatto, Vittorio Emanuele III ha consegnato il potere a Mussolini e, a partire dal 1925, il Fascismo si consolida come sistema autoritario. Il modernismo italiano di quel periodo è rappresentato in larga parte dal Futurismo, un movimento d’avanguardia che, auspicando un profondo rinnovamento di tutte le arti, cerca di proporre un nuovo senso del vivere. L’aggressività simboleggia una nuova etica ispirata al nascente capitalismo, alle metropoli d’oltreoceano, ai nuovi metodi di produzione fordiani e alla velocità, come espressione di rapido cambiamento, e in tale contesto, il salto mortale, lo schiaffo, il pugno, appunto, si elevano a simbolici e provocatori atti di rottura con le convenzioni del passato. Nella foga di rovesciare l’accademismo, proprio il linguaggio della boxe viene evocato come metafora dei nuovi tempi. E se Mussolini descrive il pugno come “mezzo di espressione squisitamente fascista”, e Savinio dipinge il famoso dipinto “Le boxeur”, è l’incipit del “Manifesto dell’Adompetonismo”, pubblicato da Ardingo Soffici nella rivista fiorentina “Lacerba”, fondata da Giovanni Papini, ad affermare che “l’arte è uno sport del genere della boxe”, considerandola uno sfogo di eccedente energia muscolare.

 

Max Schmelling e i suoi pugni.

 

Appropriandosi della noble art, il Fascismo riconosce nel campione di pugilato un simbolo perfettamente funzionale alla sua propaganda, collocandolo nel più vasto fenomeno del divismo, strumentale al regime per consolidare il consenso. Mussolini ha bisogno di eroi, occorre nutrire il nascente e ancor debole sentimento di orgoglio patrio iniettando nell’immaginario collettivo della nazione robuste dosi di coraggio, forza e carattere. E Primo Carnera, il gigante buono del Friuli, alto più di due metri per centoventicinque chili di peso, e con scarpe taglia cinquantadue, sarà l’eletto del regime per rappresentare nel mondo la pura razza italiana. Avrà successo, e diventerà campione del mondo dei pesi massimi sul suolo americano. Nel 1935, prima dell’incontro con Joe Louis, il Washington Post lo raffigurerà come il simbolo delle 250.000 truppe italiane in procinto di invadere l’Etiopia. Ma prima dell’epopea del gigante friulano, un altro pugile è scelto dal regime nascente per raffigurare il perfetto rappresentante della noble art italica: il piemontese Michele Bonaglia.

 

Nato a Druento in provincia di Torino il 5 ottobre 1905, di soli sette giorni più giovane di Max Schmeling, chiamato “Lo Spaccapietre” per la potenza dei suoi pugni, Bonaglia, campione italiano dei mediomassimi, è il pugile favorito del Duce, e dopo due felici difese del titolo i gerarchi fascisti ritengono che sia arrivato il momento propizio per lanciare il guanto di sfida alla Repubblica di Weimar. Il Commissario di Torino, Umberto Ricci, ex prefetto di Bolzano, esercita pressioni verso nobili e personaggi influenti per convincere il Consiglio Nazionale e i più importanti gerarchi che attorniano il Duce. Una sfida, si, una sfida del Regime alla Repubblica. Questa, l’idea di Ricci. E, quale migliore occasione di un incontro di pugilato? Il Duce, fervido appassionato di sport, non perde tempo e sguinzaglia i suoi fedelissimi per trovare un accordo con i tedeschi, accordo che si traduce in un incontro che metterà in palio la corona europea dei pesi massimi, match da disputarsi in casa del detentore del titolo, a Berlino, il 6 gennaio 1928.

 

La piccola comunità di Druento si stringe intorno al suo campione, cercando di incitarlo e spronarlo in quegli allenamenti che a Michele proprio non vanno giù. É un animale da ring, ma tutte quelle sedute in palestra e quelle corse mattutine nei campi non fanno per lui. La sfida al prussiano campione d’Europa Max Schmeling però è un’occasione troppo ghiotta, che vale qualsiasi sacrificio. É un viaggio che rappresenta una missione per conto di un’intera nazione, quello di Bonaglia, una sfida ai repubblicani di Weimar dallo speciale significato simbolico.“Pica Michel”, è il grido di battaglia che i fedelissimi di Bonaglia lanciano durante i match del loro beniamino. Tre anni prima, a Milano, il 25 ottobre del 1925, quell’incitamento ha spinto Michele alla sua prima vittoria da professionista, conquistata contro il francese Jean Leroy. Poi ancora l’anno successivo, il 29 giugno 1926, a Roma, quando il piemontese si è guadagnato il titolo italiano dei medio-massimi, sconfiggendo Rinaldo Palmucci, titolo successivamente lasciato vacante per un misterioso abbandono e riconquistato contro lo stesso Palmucci il 7 febbraio 1927, al motovelodromo di Casale Monferrato. Da questo momento Bonaglia diventa il favorito del Duce.

 

Il campione del Duce.

 

Il suo avversario, Max Schmeling, è un osso duro. Dopo aver girato la Germania ingaggiato da un circo come “l’uomo più forte del mondo”, al pari di quanto accadrà in Francia all’amico e collega Primo Carnera, Schmeling si appassiona alla boxe diventando in poco tempo un fortissimo peso massimo. Famoso per la mortifera potenza del suo destro, ”l’Ulano nero”, come è chiamato in patria, abbatte con irrisoria facilità qualsiasi avversario gli si pari davanti, conquistando prima il titolo di campione tedesco sconfiggendo Max Dieckmamnn, poi quello di campione europeo battendo Fernand Delarge. Ormai il pugile prussiano è pronto per l’avventura oltreoceano, dove l’attenderà un periodo di gloria imperitura. Prima, però, lo attende la sfida contro il pugile italiano, una sfida che Schmeling non si può permettere di perdere.

 

É una fredda mattina di gennaio quando Michele Bonaglia arriva a Berlino accompagnato dal padre e dai suoi tifosi. La comitiva è accolta dagli organizzatori con tutti i riguardi del caso, e il pugile viene fatto alloggiare in una lussuosa suite del Central Hotel. L’attesa per l’incontro è frenetica, sulle prime pagine dei quotidiani si leggono titoli che annunciano la sfida lanciata dal Fascismo alla Democrazia di Weimar e il pugile, una volta di più, è la metafora collocata nell’avamposto delle aspirazioni di un gruppo sociale, questa volta, addirittura, di una intera nazione. Tutti i biglietti vanno a ruba con largo anticipo e non sono pochi coloro disposti a sborsare cifre iperboliche dai bagarini pur di non perdersi il match. Solo i gerarchi fascisti a seguito del pugile italiano non hanno problemi con i biglietti, accolti con tutti gli onori nella tribuna autorità. Al Central Hotel i giornalisti incontrano il campione italiano e lo trovano particolarmente teso, poco loquace, a parte poche frasi di circostanza e un pallido sorriso rivolto agli operatori cinematografici.

 

Nella conferenza di presentazione del match i due pugili evidenziano aspetti caratteriali del tutto simili. Freddo, distaccato, calcolatore, Schmeling ha dato prova della sua indole in più di un’occasione, come quando combatte e vince uno dei suoi tanti incontri pochi giorni dopo aver causato la morte della sorella quattordicenne, deceduta a causa di un incidente dovuto all’imprudenza del pugile nella guida della moto. Anche Bonaglia, pur non amando molto la fatica dell’allenamento, sul ring si trasforma, diventando un picchiatore freddo e spietato, come quella volta al velodromo di Milano, il 29 agosto del 1926, quando sfianca l’americano di colore Al Baker distruggendolo in dodici riprese; o come a Buenos Aires, contro il cubano Esteban Gallard, conosciuto come Kid Charol, umiliato davanti ai numerosissimi sostenitori di casa.

 

Berlino, anni 20.

 

Il 6 gennaio Berlino si sveglia in una morsa di freddo gelido. La temperatura nella notte è scesa a meno dodici, e un leggero strato di ghiaccio ricopre strade e marciapiedi. Una DEW, l’auto elettrica prodotta dalla DKW, preleva Bonaglia davanti all’hotel e lo accompagna nel distretto di Schöneberg, nella zona sud ovest di Berlino, dove sorge lo Sportpalast. Costruito nel 1910 e concepito come culla degli sport su ghiaccio, da pochi anni l’arena si è aperta anche ad altri eventi sportivi come il ciclismo su pista e, appunto, il pugilato. Alle 18,00 i due pugili si trovano nei rispettivi camerini e, i un’arena gremita in ogni ordine di posto, alle 20,00 fanno il loro ingresso e si posizionano al centro del ring; Schmeling sopravvanzava di poco il piemontese in altezza, ed entrambi sembrano delle pallottole pronte a esplodere.

 

Quando il suono del gong dà il via alla contesa, seguendo i consigli del padre, Michele Bonaglia si avventa sull’avversario costringendolo alle corde; sono momenti di tensione per i quindicimila spettatori, momenti in cui nel cielo di Berlino sembra destinata a brillare una nuova stella. I due contendenti rimangono avvinghiati in alcuni corpo a corpo furibondi, scambiandosi numerosi colpi ai fianchi, fino a quando, colpito da un improvviso colpo alla mascella, Bonaglia crolla al tappeto, e lì rimane privo di sensi per alcuni secondi, quelli sufficienti all’arbitro per decretare la vittoria per ko dell’ ”Ulano Nero”. Sono passati solo due minuti e trentuno secondi dall’inizio del match.

 

Nello spogliatoio Michele Bonaglia non si dà pace, e a nulla valgono le frasi consolatorie del padre. Dopo circa un’ora, la stessa autovettura dell’andata lo riporta al Central Hotel da dove, l’indomani, riparte per l’Italia. I quotidiani tedeschi esaltano la vittoria della democrazia sulla dittatura, ironia beffarda e inconsapevole, come da li a pochi anni gli eventi della storia avrebbero tristemente dimostrato. In quella gelida serata berlinese, il guanto di sfida che il Regime di Mussolini lanciò alla Repubblica di Weimar durò poco più di due minuti. E quei due minuti furono in qualche modo presaghi dei destini dei due contendenti.

 

Max Schmeling in battaglia per il Führer.

 

Max Schmelling proseguirà la sua grande carriera conquistando nel 1930 la corona di campione mondiale dei pesi massimi dopo aver sconfitto Jack Sharkey allo Yankee Stadium di New York.. Rimarranno nell’immaginario condiviso degli appassionati i suoi leggendari match contro Max Baer, Young Stribling e, soprattutto, Joe Louis, in quella che sarà definita “La Battaglia del Secolo”. Dopo essersi distinto come ufficiale nelle truppe aviotrasportate del Terzo Reich durante la Seconda guerra mondiale, soprattutto nella conquista dell’isola di Creta, Shmeling si stabilìrà per lungo tempo negli Stati Uniti sposando Anny Ondra, una attrice di origine ungherese protagonista in due film di Alfred Hitchcock. Rientato in Germania dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1987, vivrà una serena vecchiaia a Wenzerdof e, per pochi mesi, non riuscirà festeggiare il centenario, scomparendo il 2 febbraio 2005.

 

Dopo la sfortunata esperienza di Berlino, Michele Bonaglia combatterà per alcuni anni sul suolo italiano riuscendo a mantenere il possesso del titolo nazionale dei mediomassimi. In un entusiasmante incontro disputato a Milano il 10 febbraio 1929, sconfiggerà Clayes Etienne riuscendo a conquistare il titolo europeo nella stessa categoria. Si ritirerà definitivamente nel 1934. A differenza del collega tedesco, la vita gli riserverà una tragica fine; il 2 marzo del 1944, nella piazza del municipio di Druento, sarà abbattuto da un colpo di moschetto partigiano. Lui che aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Il giorno dopo i quotidiani liquideranno la notizia in poche righe, e “Spaccapietre” cadrà nella dimenticanza. Brillò per pochi momenti la stella di Michele Bonaglia. Quei momenti che sono sempre a pochi secondi dall’oblio.