Quanto verificatosi allo stadio Paolo Mazza di Ferrara era (ed è) esattamente ciò che non doveva accadere con il VAR. E qui non si parla delle opinioni personali sull’assistenza video, dei dubbi sulla tecnica che ormai domina l’uomo o della preoccupazione per cui l’irrazionale vuole essere cancellato anche dal pallone. Certo, di base noi vogliamo sempre la “verità”: la scienza e la tecnologia ci devono dare risposte, e non siamo disposti ad accettare che la ruota giri un po’ per tutti, dobbiamo sempre avere il controllo (anche perché, c’è da dirlo, l’errore ci sta fino a quando la ruota che deve girare non è truccata). Ormai siamo diffidenti in tutto e abbiamo anche ragione. Non crediamo più ai politici o ai media perché ci hanno raccontato una valanga di baggianate, e non ci fidiamo più del sistema arbitrale perché in passato, insomma, l’esperienza ci ha spesso portato a pensarla così.

Un rapido riepilogo fotografico

Tuttavia per i fatti di ieri non parliamo di questo. Lo abbiamo detto infatti mille volte, l’assistenza video nasce per intervenire solo su un “chiaro errore”, e quanto successo tra Spal e Sampdoria non fa altro che allontanare i tifosi da una procedura apparentemente infallibile ma perversa (che poi parliamo di Spal – Sampdoria, altrimenti il caso terrebbe banco sulle prime pagine di tutti i giornali). Qualcuno ci dovrebbe spiegare perché Pasqua è stato chiamato al VAR per un fuorigioco (?) millimetrico di un calciatore che forse influisce (??) sulla dinamica dell’azione. Un episodio che a rivederlo da casa dieci e cento volte, con moviole e fermi immagine, comodamente sul divano, resta a dir poco oscuro: certamente non si parla di un errore evidente, ed è difficile capire anche solo se fosse un errore.

 

E non basta l’urlo strozzato in gola dei tifosi di casa – conseguenza questa, del VAR, che già sfiora la crudeltà assoluta, quella dell’esultanza mancata o del timore di non poter gioire in contemporanea. No, ieri abbiamo assistito a un caso in cui il VAR diventa quasi kafkiano, profondamente ingiusto e insensato ma allo stesso tempo impossibile da combattere. A questo punto stiamo paradossalmente con quei tifosi, anche della Curva Ovest, che hanno rotto il codice d’onore dello stadio, abbandonando il Paolo Mazza prima del triplice fischio in rivolta contro il mondo moderno: in fondo questa è (ancora) la cosa più umana a cui abbiamo assistito ieri.