Alessandro Del Piero ha gli occhi lucidi ma le lacrime non rigano il volto spensierato, che emana tranquillità. Con la semplicità che lo contraddistingue accenna un sorriso malinconico, ed a piangere sono tutte quelle persone che per quasi un ventennio hanno potuto godere della purezza delle sue giocate calcistiche. Si alza in piedi con le braccia tese al cielo, come aspirando a quel regno che dia riposo al suo corpo reduce da infinite battaglie, dove si incontrano tutti i più grandi calciatori una volta ritiratisi. Lungo il suo percorso è riuscito a farsi ascoltare da chiunque, ha raggiunto l’apice massimo nello stesso momento in cui si è sacrificato per la sua amata ed ora – arrivato alla conclusione del suo viaggio – indica agli altri che il cammino da seguire è quello giusto, che la strada intrapresa porta a sedersi nei migliori ristoranti europei, parafrasando proprio l’ultimo allenatore a cui ha prestato i suoi servigi in terra nazionale. È la festa di una squadra che dopo anni passati negli inferi si trova nel purgatorio ed alzando la testa riesce a vedere, in lontananza, le luci del paradiso, quasi abbaglianti. I festeggiamenti sono però condizionati da quel magone allo stomaco, come quando ti stai lasciando per cause di forza maggiore – ad esempio l’interferenza e le decisioni familiari – con la tua ragazza, e sai che da quel momento non la vedrai mai più con quelle scarpe che le stavano talmente bene ai piedi. Del Piero non vorrebbe che i festeggiamenti si tramutassero nei suoi festeggiamenti, ma è inevitabile.

 

L’epica dell’addio

 

Non intendiamo elencare tutti i goal che Alex è riuscito a segnare nella sua carriera, né tanto meno ricordare i titoli ed i trofei che è riuscito a vincere. Quello che intendiamo fare è ricordare Alex come si ricorda il primo amore: come simbolo e capitano della Juventus, ancor prima che come calciatore. Che fosse destinato a grandi cose si poteva già intuire alla nascita, perché se nasci il 9 novembre forse è già scritto nelle stelle che interferirai nella storia, cambiando il corso degli eventi in maniera positiva o negativa, a seconda della tua posizione all’interno di essa. In questa data nel 1799 Napoleone Bonaparte sale al potere grazie ad un colpo di Stato. Per il popolo tedesco rappresenta addirittura una sorta di festa nazionale, chiamata Schicksalstag (letteralmente “Giorno del destino”) in riferimento ai grandi avvenimenti accaduti quel giorno come, ad esempio, la proclamazione della repubblica come nuova forma istituzionale nel 1918 al termine della prima guerra mondiale, o la caduta del Muro di Berlino nel 1989 che sarà conseguenza della disgregazione del bipolarismo, a vantaggio di un assetto mondiale molto più unipolare. E chi se non l’uomo nato nel giorno del destino poteva segnare il goal che sanciva l’eliminazione della Nazionale teutonica dal mondiale da loro giocato in casa? In quel goal Del Piero comincia a correre finché i muscoli non gli bruciano e le vene non pompano acido da batteria. Poi continua a correre. Del Piero quel goal lo segna come un goal alla Del Piero. Tiro a giro sul secondo palo, come una pennellata azzurra sul quadro sbiadito di un pittore. Non esulta con gesti stupidi o trasudanti “hype”, ma istintivamente continua a correre cercando con lo sguardo il volto di sua moglie Sonia in tribuna. Per ironia della sorte, ed a causa di un errore nel biglietto, Sonia è stata fatta sedere in un altro settore del Westfalenstadion di Dortmund. Questo Alex non lo sa, ma riesce comunque a trovarla con lo sguardo.

 

Un goal che resterà scolpito nella mente e nel cuore di tutti gli italiani

 

Alex è l’uomo che transita la storia della Signora da un’epoca all’altra, raccogliendo il testimone di Roberto Baggio, se non di Le Roi Michel Platini. Perché nell’immaginario collettivo Del Piero rappresenta il culmine massimo e più splendente di un cammino, quello della Juventus, intrapreso un secolo prima, ed impossibile non solo da superare, ma anche da eguagliare. Se invece c’è una cosa che possiamo quantomeno discutere riguardo Alex è il suo modo di vestire, che sembra ripreso da uno di quei film muti in bianco e nero. Forse, molto sottilmente, la scelta è voluta e riconciliabile al bianco e nero che indossava anche all’interno del rettangolo di gioco. Oppure siamo solo noi che non riusciamo a vedere Del Piero con nulla di diverso dalla divisa juventina, come fosse cucita addosso o come fosse un tatuaggio indelebile sulla pelle. Parlando di bianco e nero, proprio l’11 novembre 1991 esce in contemporanea mondiale il singolo di Michael Jackson Black or White, appunto bianco o nero. Due, come i giorni che separano quella data dal compleanno di Alex; due, come gli anni che separano quella data dal trasferimento di Del Piero alla Juventus. Una canzone che simbolicamente rappresenta una rampa di lancio, in cui Alex in volo abbraccia però entrambi i colori, senza sceglierne uno tra i due. Quando Del Piero si presenta per la prima volta davanti alle telecamere sembra un ragazzino che ha appena terminato la partitella con gli amici ai giardini sotto casa. Invece ha appena segnato il suo primo goal in maglia bianconera contro la Reggiana, è il 19 settembre 1993 ed alla giornalista, che gli chiedeva qual è stato il suo percorso formativo calcistico, conclude rispondendo: «…e poi adesso sono qua, vediamo un po’ come va». Come è andata lo sappiamo tutti.

 

Un pezzo di storia

 

L’umiltà ed i valori, irraggiungibili, su cui la carriera di Alex poggia le fondamenta sono da sempre motivo di imbarazzo per chiunque tenti di emularlo. Guardando il percorso di Del Piero ti viene quasi da chiedere se riuscirai mai ad essere per tuo figlio quell’esempio di vita che è stato Alex per te. Se riuscirai mai a far tuoi ed a trasmettere, magari anche involontariamente, quei valori rari da trovare nell’uomo contemporaneo, dando un contributo a chi ti è vicino non chiedendo niente in cambio, proprio come ha fatto lui. Quando Del Piero si presenta davanti alle telecamere per l’ultima volta in maglia bianconera è il 13 maggio 2012 ed esordisce dicendo semplicemente: «È stato bellissimo tutto». In quel tutto sono racchiusi diciannove anni in cui troviamo veramente tutto. Le salite faticose, le discese troppo veloci, gli infortuni e le rivincite. Le lacrime di gioia e di rivalsa, il rapporto coi compagni – leader silenzioso in mezzo al campo – e quello coi tifosi, l’amore più sincero e corrisposto. Il rapporto con gli allenatori – mai una parola fuori posto – e quello idilliaco con la famiglia Agnelli. Le pennellate alla Pinturicchio, i goal alla Del Piero, ancor più belli se accompagnati in sottofondo dalla composizione River Flows in You del pianista sudcoreano Yiruma, come nel tributo dedicatogli da Michele Placido. Mantenendo sempre quell’eleganza e quella compostezza involontaria di un carattere mai esuberante, e trasmettendo senso di sicurezza con un sorriso sempre così spontaneo. Il giornalista si lascia andare la domanda che tutti noi ci stavamo inconsciamente facendo: «Ma è davvero finita?».

 

Alex Del Piero, uno impossibile da odiare anche per gli anti-juventini più incalliti

 

Quello instaurato con Alex è il rapporto che instauri col tuo migliore amico che conosci da diciannove anni. Quando hai litigato coi tuoi genitori, quando hai preso un brutto voto a scuola, quando la tua ragazza ti ha tradito, quando ti sei fatto male e quando non avevi voglia di vedere nessuno eccetto lui, lui c’era. Mai volgare: ti faceva la linguaccia come a volerti dire di star tranquillo, che tanto sarebbe andato tutto bene. È quel tuo migliore amico che dopo diciannove anni è costretto a trasferirsi in Australia, ed al momento di salutarti trattiene le lacrime e sorride cercando di rendere il tutto meno triste, perché le lacrime stanno già scendendo a te. Alex Del Piero ha viaggiato e continua a viaggiare molto. Dopo il continente oceanico è stata la volta dell’India, ma lo vediamo spesso sia che siano gli Stati Uniti – a Los Angeles, dove vive – o gli studi televisivi dove figura come un gigante affianco a conduttori e pseudo-intenditori. Quell’aura di purezza che emanava, ora sembra ancor più luminosa, celestiale. Ha assunto le sembianze di un’icona irraggiungibile, moralmente ancor più che nelle gesta. Ufficialmente non ha mai dichiarato di essersi ritirato dal mondo del calcio, ed il motivo pensiamo sia molto chiaro: non vuole che voi rinunciate ai vostri sogni, che senza la sua guida cadiate in uno stato semi-depressivo, rinunciando ad emulare il tiro alla Del Piero ogni qualvolta calciate l’oggetto più amato dagli italiani. Alex è sempre pronto a darvi una mano, ad accennarvi un sorriso ed a farvi la linguaccia, per dirvi che, alla fine, andrà tutto bene. Semplicemente.