Il Senso del Gioco è solo l’inizio, promette D’Arrigo, mentre si accende la sigaretta. «Una mente in riflessione perpetua, che più invecchio più sono pieno di dubbi. Ma questo è un bene!» ci dice. Fresco vincitore del Premio Letterario Antonio Ghirelli per la Categoria Tecnica «Un bel riconoscimento, considerato che non è stato facile scriverlo. E non è facile nemmeno leggerlo, ma senza presunzione». Tra gli altri vincitori della sesta edizione, per gradire, Carlo Ancelotti e Paolo Condò, non due qualunque. Nel libro “Il Senso del Gioco” edito da Casa Usher nella collana Nuove Prospettive, non a caso, una lunga riflessione e analisi: come mai il calcio italiano è in crisi di risultati da anni? Come mai non siamo riusciti a stare al passo con le innovazioni di gioco prodotte nei Paesi europei? Spunti per ispirare i propri allievi, per ricercare col gioco ‘qualcosa di straordinario’, se al giorno d’oggi vogliamo vestire i panni dell’allenatore. Dopo anni di mestiere, di campi da calcio e stadi da Nord a Sud da allenatore professionista in Serie C, Francesco D’Arrigo oggi è docente di Tecnica e Tattica calcistica presso la Scuola Allenatori della Federazione Italiana Giuoco Calcio. I più “anziani” lo ricorderanno in panchina il 6 aprile 1994, Pontedera-Italia 2-1. Si, l’Italia di Sacchi che pochi mesi dopo arriverà seconda al Mondiale americano perde contro il Pontedera di D’Arrigo. «Figurati, oggi non allenerei più come allora», dice schietto. E’ l’inizio di una chiacchierata a quattr’occhi che affronta i malanni del calcio italiano al giorno d’oggi, l’importanza di formare dal basso gli addetti nel Settore Giovanile e i problemi da affrontare per rendere effettiva la crescita del movimento-calcio. Sintomi, diagnosi e degenza del calcio italiano.

Partiamo da lontano, ma non troppo. E’ il 2011, il Direttore della Scuola Allenatori, Renzo Ulivieri, la cerca per entrare a far parte di una squadra che l’Italia la gira ancora, ma per formare i tecnici del presente e del futuro. Lei nel frattempo ha maturato delle idee, spesso in controtendenza con quelle degli stessi colleghi.

Se andiamo dentro (si riferisce a Coverciano, ndr), troveremo cento persone che alla domanda Cos’è il calcio? ci risponderebbero in cento modi diversi. Alcuni diranno che è uno sport, altri che è un gioco semplice. Io mi sono fatto pervadere dal dubbio, sono partito da una considerazione, che mi ha fatto portare determinate idee nei corsi dopo essere stato ispirato ed aver condiviso pensieri con Renzo Ulivieri: il calcio è prima di tutto un gioco. Ed è tutt’altro che semplice.

C’è scritto anche nel suo libro: per fare questo passo è dovuto tornare a studiare. Cosa che dovrebbero fare tutti gli allenatori.

Si, soprattutto quelli che pensano di essere depositari di verità incontrovertibili. Quando ci ritrovammo avevamo un obiettivo: cambiare lo stato delle cose. Abbiamo iniziato a lavorarci. Il cambiamento deve partire da dentro, dall’allenatore stesso e dal suo modo di lavorare.

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“Ogni giocatore deve portare a termine qualsiasi scelta in campo, credendo che qualcosa di straordinario sia possibile”

Lei stesso ha disintegrato le sue idee e si è rimesso in gioco come docente, propugnando idee del tutto differenti da quando andava in campo con le sue squadre. E’ il meccanismo che cerca di sbloccare nei suoi allievi per sensibilizzare quelli che saranno gli allenatori del futuro.

C’è introspezione, riflessione, alla base di questo. Quando mi propose il ruolo, il Direttore Ulivieri mi disse: «Ora devi tornare a studiare». Io non capivo cosa volesse dire. Ho fatto venti anni di professionisti e devo studiare? Un mese e mezzo di lezioni con lui e ho buttato via tutti i miei pregiudizi. Era il mese di luglio, ricordo un gran caldo e un panino (sorride, ndr), poi cinque ore di incontro. Non volevamo inventare niente o scoprire qualcosa di nuovo, all’estero già correvano veloce, ma cambiare il modo di pensare e di lavorare dai giovani alle prime squadre.

Così, a proposito di studiare, nel libro troviamo di tutto. Lei utilizza la psicologia, passando per la filosofia per arrivare al pallone. La conoscenza, la cultura da intendersi con la lettera maiuscola, irrompe sulla scena…

Certamente. Penso sia fondamentale oggi non avere a che fare solo con il “mestierante”, allenatore che sa (crede di sapere) solo di calcio. La realtà del gioco ha a che vedere con infinite variabili e infiniti aspetti. Dobbiamo conoscere la psicologia, si lavora con persone, dobbiamo farci salvare dalla cultura e dalla conoscenza. Ci sono persone che operano nel settore ancorate alle loro idee ormai desuete, poco inclini a modificare il loro credo, portatori non-sani di verità assolute. Fortunatamente, li definisco in via di estinzione, scherzosamente ma nemmeno troppo.

L’idea che portate avanti con la vostra docenza non rischia di divenire integralismo a sua volta?

Il cambiamento porta crescita. Se vogliamo avvicinarci a determinati modelli ora più che mai. Io ho cambiato il mio modo di vedere le cose e annientato tutte le verità che credevo di conoscere. Nel calcio non c’è nessuna verità assoluta. La prima cosa che diciamo con Renzo (Ulivieri, ndr) è questa: noi forniamo degli strumenti, ogni allenatore poi è libero di scegliere. La Federazione non vuole convertire nessuno. Vogliamo aprire le menti.

Lei una verità ce l’ha, ma la possiamo concedere perché come dice nella sua opera, deriva dallo studio delle caratteristiche del gioco. Esemplificativo il titolo del libro appena premiato: lei ha trovato il suo senso del gioco.

Al centro di tutto c’è il giocatore, con le sue percezioni, le sue attitudini e competenze. L’allenatore dovrà partire da questa consapevolezza e ispirarlo.

 

GOTHENBURG, SWEDEN - JULY 27: Carlo Ancelotti (L), head coach of Real Madrid and assistant coach Zinedine Zidane look on before the pre season friendly match between Real Madrid and Paris Saint-Germain at Ullevi on July 27, 2013 in Gothenburg, Sweden. (Photo by Martin Rose/Getty Images)

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I contenuti del libro e le sue dichiarazioni un’indicazione la danno: ci dicono che è in atto un vero e proprio cambiamento.

Qualcosa si muove. Un libro premiato che, mi ripeto, non è facile da leggere con contenuti che si muovono su più piani e discipline. Questo mi riempie d’orgoglio e insieme misura le possibilità che ci sono. Un libro premiato che può circolare, può essere conosciuto, può venire a conoscenza dei più e questo è importante e gratificante al contempo. Inoltre, personalmente, mi ha arricchito cimentarmi in questa avventura da ‘scrittore’ e sto già lavorando al secondo scritto.

Il secondo libro di Mister D’Arrigo quindi che cosa ci dirà?

Andremo all’atto pratico. Ispirare, sprigionare il talento, lavorare per stimolare alti comportamenti allenanti. Riconoscere la bellezza del calcio e la sua natura. Nello specifico, affronterò il campo in modo più dettagliato, sempre con lo stesso credo: ispirare. Per l’allenatore ispiratore, la ricerca di una continua condivisione, un tragitto da percorrere e da presentare ai propri allievi per essere in grado di fornire strumenti con cui ispirare, per essere Allenatori Evoluti. Non si parlerà più di esercizi e metodologie ma di Comunicazione Didattica di Allenamento.

Ricorre spesso il verbo “ispirare”. Lei scrive e cerca di ispirare, sul campo propone agli allievi che studiano da allenatori proposte che ispirino come lei stesso definisce “alti comportamenti allenanti”. A lei, invece, chi l’ha ispirata?

Alla base di questo cambiamento c’è Renzo Ulivieri. E’ un grande leader, un ispiratore anche se ancora non lo sa (ride, ndr). In Federazione siamo passati dal fare le cose e basta a chiederci il perché le facciamo ed è merito suo. Passare dall’imparare a memoria una cosa all’imparare a pensare al perché la fai. Un passo enorme, fidatevi.

Ci viene in mente un parallelismo affascinante. In pieno illuminismo Kant diviene professore e nell’annuncio pubblicato prima del semestre utilizza la dicotomia “imparare la filosofia-imparare a filosofare”. In parole povere, l’allievo non deve imparare dei pensieri, ma imparare a pensare. L’allievo deve imparare a pensare, pensare calcio nello specifico.

Può essere interessante vederla così. Sicuramente c’è una consapevolezza che prima non c’era, su quella che è la realtà del gioco e su cosa è al centro di questa: il giocatore. Dobbiamo smettere di dire ai giocatori cosa devono fare. Piuttosto iniziamo a dire loro cosa potrebbero fare e come possono farlo. Rendiamoli protagonisti, nei settori giovanili come nelle prime squadre.

Lei sente la responsabilità di portare avanti questo cambiamento? A distanza di anni riuscite a cogliere i primi risultati?

Si, adesso all’interno della Federazione c’è questo obiettivo e si vedono dei risultati. Alla base di tutto c’è il grande lavoro di Renzo Ulivieri. Ad esempio, a breve mi incontrerò con lui per presentare un protocollo che indichi i principi con i quali lavorare, con il quale cerchiamo di smuovere le acque a fare qualcosa di concreto. Lentamente anche all’interno del corpo docenti si lavora con profitto per remare tutti nella stessa direzione.

Anche perché concorderà con me quando le faccio notare che ancora all’interno della stessa scuola allenatori le idee che circolano sono diverse. Due docenti, due idee diverse, una situazione usuale.

Qualcosa sta cambiando. E’ un processo dinamico e in pieno svolgimento. Diciamo che piano piano ci stiamo arrivando, se prima eravamo tre su dieci ora siamo sette (ride, ndr).

Se entriamo sul campo, lei è uno che ha smesso perché credeva fosse colpa dei giocatori. Nel libro ne parla: la definisce disaffezione, in più rimase turbato dal comportamento dei giocatori.

Avevo questa convinzione stupida. Credevo che ciò che portava al fallimento fosse dovuto a loro. Invece ero io. Ero io che avevo credenze errate. Fortunatamente mi sono ricreduto e sono riuscito a maturare una nuova idea.

Oggi, con tutto quel che gira intorno a questo mondo, forse ne troverebbe di peggiori non crede?

Li troverei sicuramente, ma sono cambiato io, ho una nuova coscienza delle cose. Mi approccerei in maniera differente su molte questioni.

Un maggior dialogo, intende? C’è un filo di malinconia e qualche rimorso?

Dialogo sì, ma con me stesso! In quanto al rimorso invece, in realtà no. Oggi mi gratifica questo ruolo.

Tornerebbe ad allenare per mettersi alla prova con le sue nuove idee?

Nel caso, lo farei nel settore giovanile. Ma visto che non ho rimorsi, vorrei continuare a non averli. Lasciare quello che faccio ora, che mi realizza e gratifica, mi turberebbe.

Passato, presente e futuro

 

Parlando di giovani, si compara spesso quello che succede all’estero con quello che succede in casa nostra. Alla luce di questo, non è retorico dire che il nostro movimento è in difficoltà e lontano dalle realtà europee. Cosa possiamo fare?

Ispirare allenatori che a loro volta ispirino giocatori.

Voi formate per formare. Gli allenatori che studiano oggi da voi, allenano i giocatori di domani. Il succo della questione è questo: da noi l’allenatore troppo spesso si sente al centro del palcoscenico e a pagarne le conseguenze sono i giovani giocatori.

L’ho scritto nel libro. E non si può prescindere da questo. La realtà del gioco ci dice che al centro di tutto c’è il giocatore. Con le sue percezioni, con il bombardamento di stimoli, unico, che ne deriva. La dimensione emotivo-affettiva, la sfera socio-relazionale sono solo alcune delle cose che su due piedi vengono in mente, che una persona che allena deve saper maneggiare con cura. E allora si torna al conoscere. E’ un circolo vizioso ma positivo in questo caso. Alla lunga, la complessità del gioco va riconosciuta e rispettata, per programmare percorsi altamente allenanti e ispiranti per i nostri giovani.

Fermo restando che il calcio è materia dove il vincolo per una buona riuscita o meno del lavoro è legato indissolubilmente al risultato, come accade nei più grandi.

Il calcio è un gioco in cui alla fine c’è un risultato. E’ innegabile. Nei piccoli come nei grandi. Si tratta di capire come voglio vincere e quanto. Nei corsi mi capita spesso di affrontare questo discorso. L’Allenatore Evoluto matura un proprio senso del gioco, una propria idea, fornisce opportunità di apprendimento ai suoi giocatori. Se il percorso è idoneo otterrà risultati. E’ colui che capisce questo che può fare la differenza.

Le parole sono importanti: Allenatore Evoluto, lei lo definisce così. Chi lo è oggi in Italia e non solo?

Marco Giampaolo, Maurizio Sarri, sicuramente. Allegri è un allenatore evoluto, è cresciuto molto. In modo diverso lo sono anche Mourinho e Conte. Carlo Ancelotti un altro di questi al top. Per me colui che ispira più di tutti è Guardiola. Su un altro pianeta. Comunque, ognuno con il suo senso del gioco, propone cose straordinarie.

Pochi giorni fa invece la Nazionale si allenava sul campo centrale di Coverciano, e Ventura ha tirato le orecchie a Ulivieri in merito ai giovani convocabili per l’Europeo Under 21…

Nel caso, Ulivieri si può permettere di tirare le orecchie a Ventura e non viceversa, considerando gli incarichi all’interno della Federazione. Ma sarà stato solo un malinteso. Anche perché credo sia logico pensare siano tutti convocabili. Non penso che qualcuno rischi di arrivare stanco al 2 settembre per aver giocato l’Europeo Under 21. Vorrà dire che faranno qualche settimana in meno di vacanze.

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Francesco D’Arrigo con il Ct della Nazionale

Europeo Under 21 che possiamo vincere, con tutti gli elementi a disposizione.

Certamente, rosa con enorme talento a disposizione.

Talento, parola dal peso specifico importante. Lei ha vinto il premio Ghirelli insieme tra gli altri ad Ancelotti che ha scritto con l’aiuto di Mike Forde. Forde si occupa di Economia e Management e un anno fa di questi tempi scriveva sul Sole 24 ore un articolo molto interessante: “A lezione di management dai più grandi allenatori di calcio”. La sua prima considerazione? A un grosso talento di solito si associa un grande ego.

Vero, direi che è sempre così e sono d’accordo. Fino a che la parola ego non devìa in ego-ismo ed ego-centrismo questo non può che essere positivo.

Il talento va anche coccolato nel caso, scendendo a compromessi, oppure diventa deleterio assecondare troppo una “testa-calda”? Hiddink lasciava andare Romario al Carnevale di Rio, e per rimanere in zona ci viene in mente il rapporto Prandelli-Balotelli in Nazionale.

Assolutamente no. Qui ho una mia idea: parlo di Prandelli. Ricordo bene come gestì la situazione, fece un errore. Disse, giochiamo in dieci più Mario. Un esempio negativo di come il talento se non viene ben calato all’interno di un modello che deve avere principi di condivisione diventa deleterio.

Altra “regola” di Forde che sembra combaciare alla perfezione con la sua idea: un manager non dovrebbe aspirare a dominare il talento.

Sacrosanto. Il talento come abbiamo già detto deve essere lasciato libero di sprigionarsi e creare anche quello che io definisco caos organizzato. Mi spiego, deve essere lasciato libero di esprimersi, sempre all’interno di un contesto di condivisione e di un modello. Così il modello aiuterà il talento e viceversa. Messi ne è l’esempio lampante tra Barcellona e Argentina. Ne Il senso del gioco affronto questo tema.

Talento ingabbiato, impossibile non pensare a Sacchi e Baggio.

Incredibile. Il caso più lampante. Forse l’errore più grande dell’ex CT è non aver mai riconosciuto che senza il talento di Roberto Baggio non saremmo mai arrivati in finale Mondiale a Usa 94. Il talento e l’espressione delle competenze di un giocatore avranno sempre la meglio sui rigidi schemi di un allenatore.