Novembre 2017: Silvio Berlusconi rompe gli indugi ed ufficializza la sua partecipazione alle prossime elezioni politiche. In attesa che la Corte europea si esprima sulla sua incandidabilità, mentre cela le carte da giocare nella prospettiva di un eventuale piano B, l’ex Cavaliere arringa i suoi sostenitori ed avverte i detrattori: In campo come nel 1994!. Così, agli addetti ai lavori, tra giornalisti ed osservatori, non concede nemmeno il tempo di realizzare l’analogia, sollevandoli dallo sforzo di giungere alla scontata affinità tra il suo esordio politico e la candidatura alle venture consultazioni. Già, ma cosa significa veramente questo richiamo all’originale discesa in campo? Quando Berlusconi afferma di “avere l’energia di un quarantenne”, viene da chiedersi: quali sono l’impegno e le motivazioni che lo animavano ventitré anni fa? Noi di Contrasti cercheremo allora di indagare la figura ed i retroscena dell’uomo che più di chiunque altro ha lasciato il segno negli ultimi tre decenni della nostra Repubblica, divenendo uno dei principali fautori dell’Italia e degli italiani di oggi. Assistmen di pensiero ed umili faticatori della mediana del campo dell’informazione “sportiva”, ci proponiamo di indagare il periodo inaugurato dall’acquisto del Milan e concluso dall’entrata sul palcoscenico politico, compiuta dalla porta principale.

L'inizio dell'era

L’inizio dell’era rossonera

Riavvolgiamo il nastro e partiamo dai primi giorni del 1986. Il Presidente dell’A.C. Milan, Giuseppe “Giussy” Farina, non paga l’IRPEF dal suo insediamento in via Turati (1982) ed in società ci si prepara a portare i libri in tribunale. Il salvagente, che lo trae in salvo dal mare di debiti in cui sta affondando, lo lancia Silvio Berlusconi, astro nascente dell’imprenditoria nostrana, che il 20 febbraio diviene il nuovo Patron rossonero.

“Dal punto di vista economico abbiamo fatto una puttanata, però ho chiuso gli occhi e mi sono buttato. Non potevo tradire la mia fede milanista”.

Sarebbe la rivelazione fatta ad un collaboratore, subito dopo la formalizzazione dell’accordo. Insomma, si potrebbe parafrasare spiegando che al cuor non si comanda, mentre al portafoglio a volte sì, ripensando anche al reciproco interesse sbocciato con l’industriale Ivanohe Fraizzoli, presidente del Biscione, a cavallo del 1980. Tuttavia, come vedremo nelle prossime righe, l’ascesa nel Pallone da parte di Berlusconi non sancirà soltanto l’alba della presidenza più vincente di sempre, ma anche un vero sconvolgimento concettuale nell’ambito del fare calcio, contribuendo ad eliminare il confine tra squadra ed azienda.

 

Una volta salvato il Diavolo, Berlusconi riorganizza l’organigramma societario introducendo i migliori dirigenti di Fininvest, colosso di cui è fondatore, già attivo nei campi dell’edilizia, comunicazione e media. Tra di essi, spiccherà sempre di più la figura di Adriano Galliani, già attivo nella sopracitata holding e nei vertici del Monza, che per i successivi trentanni si occuperà delle sorti del Milan, divenendo uno dei dirigenti più potenti del football nello Stivale. Questa decisione è il chiaro proposito di non concedere più nulla al caso e di voler scongiurare i rischi di una gestione lasciata in mano ad appassionati dilettanti, o peggio faccendieri. Ormai sulla scena degli anni 80’ si sono affacciati nuovi attori, arrembanti e preparati, cioè i “managers, e proprio a questi professionisti sarà affidata la metamorfosi che condurrà il Milan da squadra di calcio ad impresa.

“Il manager, il Presidente ed il Barone”

Il manager, il Presidente ed il Barone

Il secondo passo è ancora più innovativo ed implica l’adozione del modus operandi delle aziende. In questo senso, vengono ordinate due ricerche di mercato per studiare e comprendere la porzione più esigente e cruciale degli stakeholders, ovvero i tifosi, in altri termini i clienti a cui sarà offerto il prodotto Milan. Nel frattempo, l’immagine stessa del club viene rinnovata, dalla maglia allo stemma, e si pongono le basi per l’istituzione dell’Associazione Italiana Milan Club, i cui centri dovranno radicare e diffondere il credo rossonero sul territorio, andando a costituire una vera e propria rete commerciale. Passiamo ora ai calciatori, affidati alle sapienti cure di Nils Liedholm, che ha conquistato una posizione di prestigio nel pantheon del calcio nostrano, a partire dal suo arrivo come calciatore nel ’49. La stagione 85/86 si è conclusa con un banale settimo posto che, considerate le tribolazioni interne ed il passaggio di mano, non può fare storcere la bocca più di tanto. Per quanto riguarda la rosa, a giocatori ormai maturi come Di Bartolomei, “Pablito” Rossi e Virdis, sono affiancati virgulti di belle speranze come Maldini, figlio d’arte con il rossonero nelle vene, Alessandro “Billy” Costacurta e Filippo Galli, letteralmente condotti dal capitano Franco Baresi.

 

Tuttavia, alla presentazione estiva della stagione 86/87 si avverte che nulla sarà più come prima. Berlusconi si presenta in elicottero, facendo risuonare nell’etere la “Cavalcata delle Valchirie”, chiaro omaggio ad “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola, uscito nel ’79 ma già assunto a pietra miliare della settima arte. Tra il serio ed il faceto, sfruttando un’abile sceneggiata di marketing, Berlusconi getta la maschera: la musica è cambiata e devono saperlo tutti, in campo, negli uffici di via Turati e sugli spalti del Meazza. Per quanto riguarda la concorrenza, il veicolo del messaggio è rappresentato dal calciomercato, che porta a Milanello il portiere Giovanni Galli, Massaro e il promettente Donadoni dall’Atalanta. Proprio l’acquisto del centrocampista orobico rappresenta la dichiarazione d’intenti più significativa del nuovo corso milanista. Berlusconi lo soffia alla Juventus, lanciando il suo guanto di sfida all’aristocrazia del Pallone. La missione è così dichiarata:

“Il Milan deve diventare la squadra più prestigiosa del mondo attraverso le vittorie dei più importanti trofei internazionali e in forza di un gioco spettacolare nel rispetto degli avversari”.

Franco Baresi e Daniele Massaro atterrano a Milanello al principio della nuova stagione

Franco Baresi e Daniele Massaro in missione per conto del Cavaliere

A questo punto, “Mentre si fa il Milan, bisogna fare i milanisti” si potrebbe affermare, mutuando ossequiosamente la citazione da Massimo D’Azeglio. Infatti, dalle indagini condotte sul popolo rossonero, si è evinto il profilo di un tifoso troppo remissivo e rassegnato. L’orgoglio casciavit, tratto distintivo della classe lavoratrice meneghina, è ora sopito e l’ambiente è suggestionato dal ricordo dei fastosi anni ’60, così come dalle due recenti retrocessioni in serie cadetta. Adesso il Milan ha bisogno di sostenitori che si identifichino totalmente nel nuovo brand e che abbraccino il sogno del loro presidente. C’è un “però”; le schiere del Diavolo dovranno essere guidate attraverso la metamorfosi da un comandante diverso da Liedholm. Il Barone vanta un blasone meritatamente guadagnato tra campo e panchina, ma rappresenta ormai uno degli esponenti della nobiltà pedatoria, che Berlusconi ha deciso di rovesciare. Egli cerca un allenatore che possa incarnare la sua stessa voglia di emergere, una fame ossessiva di successi. Un homo novus che desideri scalare le gerarchie del calcio, tanto quanto lui di imporsi nel panorama dell’imprenditoria nazionale e non solo. Il profilo designato è quello del tecnico del Parma, squadra di B in grado quell’anno di espugnare proprio il Meazza, eliminando il Milan dalla Coppa Italia.

 

Arrigo Sacchi, nativo di Fusignano, ha alle spalle una modesta carriera dilettantistica con la maglia della compagine locale. In seguito, lavorando come venditore per il calzaturificio del padre, ha girato la Romagna e compiuto la gavetta sulle panchine di Alfonsine e Bellaria, fino al successo con la Primavera del Cesena. Successivamente, grazie all’intercessione di un amico di famiglia e del dirigente Italo Allodi, è stato iscritto alla scuola di Coverciano, dove si è distinto per brillantezza. Quindi è approdato al Rimini, è passato alle giovanili della Fiorentina e ritornato poi nella città dei Malatesta. Percorsa la Via Emilia in direzione nord, nell’85 si è fermato a Parma dove ha conquistato la promozione in cadetteria. Nell’estate dell’87 Berlusconi vede in lui “la paranoia della vittoria” e lo porta nel capoluogo lombardo insieme ad Ancelotti, Mussi e soprattutto i tulipani Ruud Gullit e Marco Van Basten, futuri palloni d’oro. Il quarantenne romagnolo non solo si dimostra realmente ossessionato dal lavoro ed al successo, ma anche totalmente devoto alla sua idea calcistica, tanto rigida quanto rivoluzionaria. Il suo modello di gioco prevede un 4-4-2 con i reparti ravvicinati, che facilitino un pressing volto a soffocare la costruzione dell’azione dal basso, da parte degli avversari. Dietro si gioca a zona, come voleva già Liedholm, sposando il sistema su cui è stato costruito il Totaalvoetbal olandese. Ci si difende attaccando, mentre il mantra ripetuto ai giocatori recita:

La palla la devi toccare una volta sola e se non la tocchi è meglio”.

Dall’alto della collinetta da cui dirige gli allenamenti, fa finta di non sentire le lamentele dei giocatori stremati e, convinto che “Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati, per forza, dei campioni… un fantino non ha mai fatto il cavallo!”, sfida immediatamente l’inquisizione pallonara, tradizionalmente affezionata alla dottrina “catenaccio-centrico”.

Sacchi in allenamento, a colloquio con la squadra

Sacchi in allenamento, a colloquio con la squadra

“L’ambiente del calcio e una parte dei giornalisti mi consideravano un eversore, un diverso, un avversario, perché mettevo in crisi la loro leadership e il loro ruolo di detentori di un sapere antiquato, vecchio, mentre i giovani e i meno conservatori mi guardavano con interesse”.

Nonostante la dedizione, al principio del campionato 87/88 i dettami tattici faticano a concretizzarsi e la squadra stenta. Alla sesta giornata, la trasferta nella tana dell’Hellas Verona rappresenta già un crocevia per Sacchi. Alla vigilia della gara l’allenatore chiama e Berlusconi risponde. Il presidente intercede presso i giocatori e risolve le titubanze e gli scetticismi. Non avrebbe mai potuto scaricare alle prime difficoltà un tecnico che considera un suo omologo. Sacchi e Berlusconi rappresentano due uomini che si son “fatti da sé”, l’ossessione per la vittoria e la fede cieca nella cultura del lavoro li hanno resi fratelli per ideologia. Come il mister di Fusignano è per lo più dileggiato dall’ambiente per la sua visione sovversiva, allo stesso modo Berlusconi è trattato come un volgare arricchito, un parvenu. Addirittura Gianni Agnelli, massimo esponente di questo “ancient regime” pallonaro, ne parla così:

Il suo Milan lo paragonerei agli Harlem Globetrotters e lui al capo del Madison Square Garden”.

Al Bentegodi segna Virdis e il Diavolo decolla verso il tricolore, ottenuto al termine di una rimonta sul Napoli, sancita proprio da un 2-3 al San Paolo. In estate arriva anche Rijkaard e si punta alla conquista prima dell’Europa, poi del Mondo. Effettivamente gli almanacchi del biennio 89/90 alla voce Milan degli Immortali annovereranno due Coppe dei Campioni, due Supercoppe europee, una italiana e due Coppe Intercontinentali.

 

Infine, al termine della stagione 90/91 Sacchi non è più in grado di reggere la pressione ed è costretto a chiedere una tregua. La rivoluzione sua e del presidente si è compiuta, ma i nervi sono logorati e l’animo del Profeta è stato arso da un fuoco sacro, acceso dalla propria visione. Berlusconi però ha ancora fame di allori e decide di affidarsi a Fabio Capello. Il Friulano ha un importante curriculum da centrocampista e conosce l’ambiente avendo sostituito Liedholm nelle ultime quattro partite dell’86/87. Facente già parte del progetto “Polisportiva Milan”, può essere considerato un autentico uomo azienda, caratterizzato da uno spirito di ferro. La scelta si rivela nuovamente azzeccata e la squadra, rinforzata con colpi del calibro di Papin, Savicevic e Boban, inaugura un altro ciclo di clamorosi successi. Così, mentre il palmares rossonero si arricchisce ulteriormente Berlusconi si accorge che il calcio non gli basta più e volge la sua insaziabile ambizione all’intero Paese.

Capello e Tassoti capeggiati da Galliani, al rientro in Italia con la Coppa dell'89

Capello e Tassotti a braccetto con la Coppa al rientro in Italia. E’ il 1989

“Io sono un sognatore pragmatico, cioè mentre gli altri di solito si fanno dei sogni che restano sogni, io cerco di trasformare i miei sogni in realtà”. (Silvio Berlusconi)

Alla fine del 93’ il Patron rossonero decide di cogliere nuovamente l’affare e pianifica di diversificare ancora di più il suo business. Già vicino agli ambienti del segretario del Partito Socialista Italiano, Bettino Craxi, il presidente del Milan sfrutta la crisi della Democrazia Cristiana ed il vuoto di potere conseguente allo scandalo di Tangentopoli per avviare il suo progetto politico. Se durante il rilancio del Milan aveva saputo sfruttare l’esperienza della gestione delle prime televisioni private, questa volta è il calcio a fornirgli la carta vincente. Infatti, la campagna elettorale che segue la dichiarazione della discesa in campo verte sulla polarizzazione dello scontro “amici-nemici”, propugnando una retorica tipicamente sportiva. L’elettore deve pensare alla politica allo stesso modo che alla partita e l’emozione del tifo deve prevalere sulla razionalità all’interno della cabina elettorale. La strategia si rivelerà vincente, di nuovo. Questa volta manca la suggestione dell’elicottero e la colonna sonora, ma il 10 maggio 1994 viene inaugurato il primo governo Berlusconi.

 

Nel calcio del futuro ci saranno dei grandi protagonisti e, se vuole sapere, saranno legati ad aziende multinazionali che approfitteranno delle squadre di calcio per diffondere un loro messaggio dl comunicazione e di immagine.

Così spiegava al giornalista Massimo Fini nell’89. Alla luce di questo vaticinio, Fininvest, Milan e Forza Italia sono legate da un filo rosso di strategie operative e dialettiche. D’altronde non esiste campagna pubblicitaria più efficace di quella volta alla promozione di sé stessi. In conclusione, nell’86 la penna dello stesso intellettuale scriveva: “O il calcio distruggerà Berlusconi o Berlusconi distruggerà il calcio” e proprio da questo anatema potremmo trarre un bilancio, che possa aiutare a cogliere lo sconvolgente esordio dell’imprenditore meneghino nel calcio, al di là dell’innegabile “fatturato” di trofei conseguito. Chi scrive sostiene la tesi di coloro che individuano in Berlusconi uno dei principali fautori del mefitico “calcio spettacolo”, ormai totalmente asservito alle logiche del Mercato e dello show-business. E’ innegabile che la rivoluzione perpetrata all’interno del Milan abbia favorito ed accelerato la trasformazione del pallone da festa domenicale nazional-popolare – scandita dalle sue ritualità irrazionali e simboliche – all’attuale carrozzone, gonfiato di anabolizzanti finanziari. Una manifestazione divenuta ormai esclusivamente un cupo programma televisivo, depredato di qualsiasi scintilla emotiva, passionale e spontanea che possa renderlo indigesto all’ingordo grande pubblico. Perché infine, malgrado Berlusconi riconoscesse che “il calcio è liturgia e che come tutte le liturgie non ha da essere cambiata”, non pare troppo ardito ammettere che sia stato tra i massimi carnefici del pallone, avendo immolato sull’altare della Vittoria l’anima mai vergine, ma almeno verace, di questo sport.

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

1. “91’ Minuto. Storie, manie e nostalgie nella costruzione dell’immaginario calcistico” di Franco Giubilini (Minimum Fax, 2016)
2. “Il mio calcio. Intervista di Massimo Fini a Silvio Berlusconi” (www.massimofini.it, 1989)
3. “B, il calcio, lo sport” (www.massimofini.it, 2015, originale 2001)
4. “Analisi tattica: Il Milan di Arrigo Sacchi” (www.assoanalisti.it)