Doveva essere un super-weekend di Serie A. Così annunciavano Sky, Premium, giornali e giornalai vari. E’ stato il trionfo del braccino corto, a iniziare dal sabato. Doveva muoversi qualcosa in zona Champions, dove la “lotta” sembra essere più d’inerzia che per altro. Se il derby romano è finito 0-0, azzardiamo a dire che è stato anche e soprattutto per merito del pareggio nerazzurro della banda-Spalletti sul difficile campo di Bergamo, contro l’Atalanta. Anche qui, 0-0, come a Milan-Napoli e a Fiorentina-Spal. Oltre ai già elencati “x”, un altro pareggio a reti inviolate, quasi scritto nelle stelle, per la dubbia utilità della partita in questione, è stato quello tra Chievo e Torino.

Insigne e Sarri; esteti, al momento, senza idee (foto Marco Luzzani/Getty Images)

Iniziamo dal sabato di calcio. Mentre in Premier League il City di Pep Guardiola piazzava un tassello importante per la vittoria del campionato, poi incredibilmente certificata dalla sconfitta del Manchester United contro l’ultima in classifica, il West Bromwich Albion (di domenica), in Serie A si giocavano quattro sfide: Cagliari-Udinese, finita 2-1, la già citata Chievo-Torino, Genoa-Crotone, con l’importante successo del Grifone ai danni di Zenga e compagni, continuamente in bilico tra sogno ed incubo, e infine, match serale atteso da molti, a modo suo, tra Atalanta e Inter. Gasperini e soldati, che dopo l’ingiusta eliminazione dall’Europa League si sono riaffacciati a capofitto sul campionato nostrano, venivano da un periodo di bel calcio e ottimi risultati (se togliamo la sconfitta in casa contro la Sampdoria nel turno recuperato dopo la morte di Davide Astori); e contro l’Inter, probabilmente, avrebbe meritato di vincere la Dea.

La disperazione di Perisic dopo essersi divorati l’1-0 sul finale (foto Marco Luzzani/Getty Images)

L’Inter continua a credere nella Champions League, ma a differenza delle due romane (distanti da lei di un solo punto) sembra avere meno idee, una peggior condizione fisica (e ce ne vuole…) e un attacco in grandissima difficoltà. Per i nerazzurri sono tre le partite consecutive finite senza segnare una rete. Spalletti è in evidente crisi. Di lui potremmo dire, dopo tanti anni di attività ad alti livelli, che rappresenta perfettamente il soggetto contraddittorio, paradossale, ma verissimo di vincente perdente. Di partite ne mancano ancora sei; saranno fondamentali, per i nerazzurri, le sfide contro Juventus e Lazio (l’ultima, in casa dei biancocelesti, però). La sensazione, tuttavia, è che l’Inter, ora come ora, sia costretta a guadagnarsi il pane quotidiano in ogni occasione in cui scende in campo. Il rischio di un fallimento è dietro l’angolo, a parlare sarà il campo (più degli addii di Capello e Sabatini dal gruppo Suning).

L’incredibile parata di Handanovic su Barrow, che ha graziato l’Inter (foto Claudio Villa – Inter/Inter via Getty Images)

Dopo lo scialbo 0-0 delle 12.30 tra Fiorentina e SPAL (altro punto d’oro per i ferraresi; Crotone staccato di un punto e mantenuta la rete inviolata), alle 15 gli occhi di mezza Italia erano puntati sull’altro “big match” della 32a (oltre a Lazio-Roma), quello tra Milan e Napoli. Alla domanda: il Milan ha ancora qualche chance di entrare tra le prime quattro? noi rispondiamo con un “no” che è più globale che particolare. Se il campionato rossonero fosse iniziato dal subentro di Gattuso al posto di Montella, eccome se avrebbe avuto qualcosa dire, almeno in zona Europa (quella che conta, s’intende). Ma i punti dal quarto posto sono sette; tanti. Difficilmente l’Inter, che già deve rincorrere Roma e Lazio, si farà sfuggire il primato cittadino in classifica nelle ultime sei di campionato.

La disperazione del Napoli a fine gara (foto Marco Luzzani/Getty Images)

Cosa dire, a questo punto, del Napoli? Di fronte non aveva un avversario facile, ma nemmeno insuperabile. Una squadra da Scudetto il Milan riesce a batterlo (per maggiori informazioni, chiedere alla Juventus). Anche oggi, per il Napoli, pochissime idee. La sensazione che si ha da fuori è che il miracolo nei minuti di recupero col Chievo di settimana scorsa sia stato più un lampo solitario che un segnale vero e proprio. Tanti, troppi pareggi per il Napoli. Dopo la sconfitta con la Roma, pesantissima e decisiva, per 1-4, sono arrivati i pareggi con il Sassuolo, con il Milan e con l’Inter. E’ anche vero, d’altronde, che questa Juventus, lei davvero mai doma (almeno in campionato), uccide l’avversario senza troppi clamori.

 

Perché quel gol di Dybala contro la Lazio, di qualche settimana fa, ha dell’impossibile, per dinamica, realizzazione e minuto della partita, ormai conclusa. Il Napoli, prima di quel gol, ci credeva ancora. Nella stessa notte viene travolta dalla Roma e stacca la spina, più o meno consapevolmente. Lottare? Questo senz’altro. Ma al netto delle decisioni infra-stagionali (la doppia eliminazione, tutt’altro che compianta, dalla Coppa Italia e dall’Europa League), cosa è rimasto, a fine stagione, del povero Napoli? Nulla, se non l’estetica e il sogno di un miracolo che, anche quest’anno, sembra svanire nell’effettività empirica, scientifica, dell’aristocratica logica juventina, arrestatasi in Champions contro i mostri del Real Madrid (e il mostro di Oliver), ma finalista di Coppa Italia e, attualmente, vincitrice del settimo scudetto consecutivo, a +6 dai partenopei. In tutto questo, merita una menzione particolare la parata di Gigio Donnarumma praticamente a tempo scaduto, su Arkadiusz Milik; roba, questa sì, da super-weekend.

Inutile sprecare parole

Le altre due partite delle 15:00 ci hanno detto qualcosa: che il Bologna vince soltanto le partite che non contano (2-0 contro l’Hellas Verona, sempre più con un piede nella fossa), e che Diabaté (altre due reti contro il Sassuolo nel 2-2 del Mapei Stadium) ha una media-gol surreale (1 gol ogni 40 minuti giocati). A proposito di Juventus. Da quando i bianconeri, nel girone d’andata, hanno perso per 3-2 contro la Sampdoria di Giampaolo, la Juventus non ha più perso in Serie A. C’è dell’altro: i gol subiti dai bianconeri da quella partita sono stati 4. E’ tutto vero. Un girone intero senza quasi mai subire gol.

 

Numeri da urlo, che danno la dimensione della squadra di Allegri e rinvigoriscono il valore del Real Madrid degli alieni, su tutti quello con la maglia numero 7, che in due partite coi bianconeri ha segnato quasi gli stessi gol (3) di quanti la Juve ne ha presi in un intero girone di Serie A. Ieri, contro la Samp, tre gol facili facili, con tre firme ex-Bundes. Nella settimana in cui il Bayern veniva nominato campione di Germania, segnano Mandzukic (ex Bayern), Howedes (ex Schalke) e Khedira (ex Stoccarda), tutti e tre gol venuti, e creati, dai piedi magici di Douglas Costa, ex Bayern anch’egli. Sei punti di vantaggio sul Napoli, e lieta noia nuovamente in cassaforte.

I tre autori della vittoria bianconera (foto Tullio M. Puglia/Getty Images)

Finiamo col derby di Roma. Al di là dello spettacolo offerto al mondo intero dalle due tifoserie, presenti come sempre sotto questo profilo, la partita in sé, a livello tecnico, ha lasciato molto a desiderare. La paura di scottarsi, da una parte e dall’altra, ha prevalso sulla voglia di vincere. La Lazio ha iniziato senz’altro meglio la partita, aggredendo alta la Roma e non dando modo ai tre d’attacco (Schick-Dzeko-Nainggolan) di agire liberamente. Dall’altra parte i giallorossi, stanchi più mentalmente che fisicamente (così crediamo dopo l’autentico miracolo di martedì contro il Barcellona), ma troppo poco propositiva. Perché se è vero che una vittoria del genere in Champions League, specie nella città eterna, ti toglie tanto, è vero anche che tanto ti dà, a livello mentale.

Il duello tra Nainggolan e Leiva, tra i più interessanti dell’incontro (foto Paolo Bruno/Getty Images)

Ci si aspettava una Roma “libera” dal peso (relativo, se non per la classifica) del derby, svuotato improvvisamente di significato dopo la remuntada ai danni di Messi e compagni. Eppure, a fare la partita è stata la Lazio. Poi, col passare dei minuti, alla rabbia agonistica dei biancocelesti, tramortiti dall’Europa League ma non ancora domi in campionato, è subentrata la paura di uno shock che sarebbe stato difficilmente digeribile; quello di perdere anche la stracittadina. I migliori, nella Lazio, Milinkovic e Luiz Felipe Ramos; nella Roma, Dzeko e Fazio. E, se togliamo le sparute occasioni da gol della Lazio (una su tutte, con l’uomo in meno, capitata a Marusic e salvata con fortuna da El Shaarawy), è stata la Roma, alla fine dei giochi, ad aver avuto le tre più grandi occasioni da gol. Una nel primo tempo, su intuizione di Nainggolan (una delle poche, forse l’unica, della sua partita) e palo di Bruno Peres, due sul finale, entrambe prodotte da Edin Dzeko. Ma prima Strakosha e poi il montante hanno respinto, almeno per una notte, i sogni di gloria dei giallorossi ai danni della Lazio. Nel mezzo, il rosso estratto a Stefan Radu, ormai non più una novità. Ha regnato la paura. Vincerà senz’altro chi oserà maggiormente. Ma intanto la Serie A rischia di morire con uno sbadiglio.


Foto di copertina: Giorgio Perottino – Juventus FC/Juventus FC via Getty Images