30-40: possibile palla break. Non va: parità. Prima di battuta out; seconda debole, ma buona. Veloce scambio, poi un rovescio lungolinea che finisce a lato di poco. Nessun break, 4-4, la partita continua come se niente fosse. In queste due palle break mandate in fumo è racchiusa l’essenza di Stefan Edberg, l’esteta della racchetta. Non un lottatore, non un calcolatore: semplicemente un amante del gioco e nulla più. Un istintivo introverso, un genio in giacca e cravatta. Non urla, non sbraita, non dice parolacce: si limita a creare di tanto in tanto e a osservare maliziosamente la folla, nell’attesa di un sopracciglio alzato. Il break annullato è opera di Ivan Lendl, il gigante ceco in tenuta Adidas candida come la neve. Lui se ne frega dell’estetica, guarda alla sostanza. Il piatto deve nutrire, non sublimare lo sguardo. Ciò che conta è salvare il punto e tenere la battuta; poco importa il modo. Una rivalità anomala la loro, iniziata in quel dicembre del 1985, durante la semifinale degli Australian Open. Non capita tutti i giorni di vedere al duello Lancillotto e Cesare Borgia. Edberg è così pulito, così naïf, che pare uscito appunto da una delle tante storie del ciclo bretone. Lendl invece ti mette il Guttalax nel Gatorade. Uno gioca a tennis, l’altro lancia una pallina gialla oltre la rete, pregando che l’altro si dimentichi di restituire il favore.

“Mentre gli altri giocano a tennis, Edberg, a mio avviso, è sempre stato il tennis” (Carmelo Bene)

Stefan ha 19 anni, ma il suo curriculum è già da futuro fuoriclasse: il suo palmarès contempla un Grande Slam juniores e non sono in molti a poterlo vantare. Ivan d’altro canto è il numero 1: ha insidiato il calcagno di McEnroe fino a farlo cadere definitivamente. La cima ora è sua e lo sarà per 157 lunghe settimane. Il suo regno è appena cominciato. È il periodo, questo, in cui l’erba cresce ancora a Melbourne. Il sole va e viene, ma le lenti scure colorano silenziose gli spalti dell’arena: tutti sono accorsi a vedere la grande partita fra il giovane svedese e il campione ceco. Edberg è strano: è svedese, appunto, ma non gioca come Borg. E gli svedesi devono giocare come Borg. Borg è un dio, uno spartiacque: la sua lezione è “la” lezione. Mats Wilander, compagno di merende di Stefan, è un bravo discepolo. Gioca da fondo e di rimbalzo, mai all’attacco. L’altro invece è ossessionato dalla rete. Non fa in tempo a battere che già si trova a contatto col filo. Non concede troppi rimbalzi alle palline altrui: il suo motto è volleare. Non sarà Borg, certo, ma la sensazione che ti dà è quella di un libro aperto sempre alla pagina che ti interessa. Lendl è ceco, ma già da quattro anni vive negli USA e ha fatto abiura delle proprie origini. La cittadinanza americana arriverà solo nel ’92, ma la nuova bandiera è già issata. Essere a modo loro dei reietti è forse l’unica cosa che li accomuna, oltre ovviamente al carattere un po’ introspettivo. Solo che dietro Ivan c’è un algoritmo, dietro Stefan una stella danzante.

La partita è bella, come solo poche sanno esserlo. Il primo set va a Lendl, grazie al tie-break. Il secondo e il terzo li vince Edberg; il terzo, soprattutto, è una poesia. Un 6-1 da mandare a memoria nelle accademie. Ma il quarto è di Ivan, che non molla. Eccoci al quinto, dunque. I primi due game si modellano sulla sequenza di un chiasmo: batte Stefan, vince Ivan, batte Ivan, vince Stefan. 1-1 e tutto da rifare. E si va avanti così, uno scalpo a testa, seguendo il metronomo degli eventi. Edberg alla battuta ha un che di sacrale: tende la schiena come un arco, offre la pallina al sole come a chiederne la forza e poi la spedisce al volo sul rettangolo interessato dall’altra parte del campo. Ogni tanto però scende anche lui sulla terra: solo allora appare un po’ goffo, come un cerbiatto ai primi passi. Gli errori fatali della vita non sono dovuti all’irragionevolezza bensì alla parte razionale di un uomo, diceva qualcuno. Anche Stefan è così: è pensando troppo che fallisce i primi due match-point della gara, quando è avanti 15-40 sul 4-5. Perché la prima di Lendl è come se si fosse spenta e il ceco fatica molto a tenere il servizio, ma sotto pressione dà il meglio di sé. Lo svedese avrebbe anche un terzo match-point, perché si porta in vantaggio sul 40 pari, ma manda fuori un semplicissimo rovescio a campo aperto. Niente da fare, 5-5. I canini di Lendl sporgono quel tanto che basta da farlo sembrare un vampiro. Sa che Melbourne è contro di lui, ma l’odio nei suoi confronti gli dà forza. La partita è incartata. Altri due game a testa e si arriva 7-7. Al quinto set non c’è il tie break, dunque si va avanti finché uno non riesce a strappare il servizio all’avversario.

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Stefan Edberg in azione

Quindicesimo game, batte Edberg. Tende l’arco, scaglia la freccia, subito a rete. Spinge il piede sull’acceleratore mordendo il filo di metà campo: vuole farla finita in fretta. Lendl, per la prima volta nel set, commette due errori consecutivamente. Questa volta è lui a sbagliare un rovescio a campo aperto e in più fallisce una volée di diritto. 7-8. Il sole a Melbourne è sempre più alto e dagli spalti nessuno osa fiatare: il respiro è passato in secondo piano dinanzi a ciò che sta accadendo. La prima di Ivan fatica a stare in campo, ma Stefan pensa. Pensa troppo e sbaglia. Uno, due: 30/0. In certi casi è meglio staccare la spina, anche se spesso non si ha il coraggio di farlo. Lo svedese trova questo coraggio e riapre la partita: a uno smash di Lendl risponde con un altro smash da fondo campo. I conti li pareggia un dritto incrociato che buca il ceco e lascia tutti senza parole. Il quarto match-point è prodotto da un rovescio in rincorsa che va a depositarsi là dove le righe si incontrano. Un dritto lungolinea segna la morte del numero 1: Edberg, a neanche vent’anni, accede alla sua prima finale di uno slam. Dopo questa partita, tutto il mondo saprà il nome dello svedese che amava la rete. L’inizio di una carriera che lo porterà a vincere sei titoli dello Slam e a essere per 72 settimane il numero 1 del ranking. Undici anni dopo si ritirerà, ucciso da quella schiena e da quel servizio che lo avevano reso un’icona, un’icona vera. L’attuale stemma dell’Australian Open infatti, rappresenta il profilo stilizzato di Stefan intento a offrire la pallina al sole, come sempre aveva fatto nel corso della sua avventura nel circuito.

Per un esteta del gioco non ci poteva essere ricompensa migliore.