Ci troviamo a Gerusalemme e la squadra protagonista del documentario Forever Pure è il Beitar Jerusalem F.C, club nato nel 1936 e considerato il più controverso dello Stato ebreo. Il perché è facile da intuire: sono sufficienti le prime immagini della pellicola, che mostrano il pullman della squadra accerchiato e bloccato in autostrada dai propri tifosi. Nessuna contestazione, solamente un modo un po’ troppo eccessivo di dimostrare il loro affetto ai propri beniamini. Soprannominato anche Menorah – per via del logo – sin dal momento della sua nascita il club iniziò a rappresentare il movimento giovanile del Partito revisionista sionista, una particolare corrente del sionismo. Con il passare degli anni l’influenza del Beitar sulla politica israeliana non ha fatto altro che aumentare, dando voce alle alla seconda classe sociale della popolazione d’Israele, quella proletaria, ma rappresentando anche le istanze più nazionaliste della società.

Fans of the Jerusalem football team Beitar Jerusalem hold up a banner that reads in Hebrew, 'Beitar Pure forever' during a match in Jerusalem on January 26, 2012. the Beitar Jerusalem football team was in turmoil after some fans lashed out at the owner's plan to sign two Muslim players, insisting the club would remain "pure" and causing uproar during a weekend game. Israeli media reported that Arkady Gaydamak, the Russian-Israeli owner of Beitar Jerusalem, had decided to sign two Chechen footballers from Russian team Terek Grozny. AFP PHOTO/STR ==ISRAEL OUT==

Beitar puro per sempre, recita lo striscione

Il documentario si focalizza sulla stagione 2012/2013, ma occorre fare parecchi passi indietro per capire le dinamiche di quello che poi succederà nella seconda parte del campionato. Un salto fino al 2005, quando la squadra giallonera venne prelevata dall’oligarca russo-israeliano Arcadi Gaydamak, un completo incompetente in ambito calcistico, che descrive il gioco del pallone come una specie di guerra e il cui unico obiettivo era quello di diventare sindaco di Gerusalemme. Se si vuole raggiungere un’importante carica politica in questa città, è strettamente necessario passare per il Beitar. La squadra ha infatti un notevole numero di persone al proprio seguito, il cui voto può risultare decisivo per l’andamento di un’elezione politica. Anche l’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in passato, non ha fatto mancare il suo supporto alla squadra, presentandosi in una piazza gremita di tifosi e incitando la folla all’urlo di: “Forza Beitar!”. 
Prelevare il Beitar non fu tuttavia sufficiente per Gaydamak, il quale non riuscì a vincere le elezioni e automaticamente fece venire meno il suo impegno nei confronti del club. Sino alla stagione oggetto del film, quando il magnate decise di fare un esperimento.

“Ti amo, ti amo, Io giuro, io giuro! Io penso sempre a te, la polizia non mi fermerà
, il mio cuore per sempre giallonero resterà! Beitar io sarò con te fino al giorno in cui morirò, 
io odio Hapoel e Maccabi, 
giallo e nero è il mio cuore, 
vai Beitar, noi vogliamo vederti combattere”

La prima parte di campionato disputata dai gialloneri è strepitosa, con un importante numero consecutivo di vittorie che permette loro di raggiungere la quarta posizione della classifica. Un sogno che inizia a sgretolarsi nel giorno in cui il Presidente organizza un’amichevole in Cecenia. Non è una partita qualunque, ma una gara colma di significato. Andare a giocare in casa dei musulmani è una di quelle cose di cui si farebbe volentieri a meno dalle parti di Gerusalemme. Il Beitar, infatti, non è considerata la squadra più controversa del Paese senza un motivo preciso: i tifosi sono tra i più caldi e soprattutto – una parte di loro – tra i più razzisti del mondo. I gialloneri sono tutto fuorché una semplice squadra di calcio, e tifare quei colori non significa solamente andare allo stadio a trascorrere novanta minuti incitando i propri calciatori. Essere un tifoso del Beitar è una questione di identità, significa rappresentare la religione ebraica nella sua forma più ortodossa che politicamente si traduce in un acceso nazionalismo (l’estrema destra israeliana, tanto per capirci) e che comporta idiosincrasia se non odio per tutto ciò che non sia ebreo.

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I neonazisti israeliani, per rimanere nell’ordine del paradosso

Fino a quella stagione Il Beitar è l’unica squadra israeliana a non aver mai tesserato un giocatore arabo tra le proprie fila: il loro odio infatti è rivolto soprattutto ai musulmani, o meglio agli arabi, come sono abituati ad etichettarli. Nonostante la gara si disputi in Cecenia, dove non c’è traccia di arabo ma esclusivamente di ceceni di religione musulmana, l’evento è da considerarsi storico. Il Beitar incontra il Terek Groznyj e il suo proprietario Ramzan Kadyrov, presidente della Cecenia, membro del partito di Putin Russia UnitaI giocatori israeliani vengono accolti al suono di Allahu Akbar: l’esercito a bordo campo si preoccupa di mantenere sotto controllo la situazione, e i due presidenti pensano da un lato a dimostrare come la squadra più razzista del mondo sia in grado di superare le proprie ideologie xenofobe, dall’altro a far vedere a tutti che un Paese come la Cecenia è in grado di ospitare un evento del genere. La partita si conclude con un ottimo zero a zero che fa felici tutti quanti, ma la sorpresa arriva pochi giorni dopo: i titoli dei giornali israeliani non hanno bisogno di commenti. “Il Beitar ha acquistato due musulmani”. 
Non vengono descritti come calciatori o sportivi, ma musulmani. Un affronto che il presidente non avrebbe dovuto fare a La Familia, la parte della tifoseria più “pura” e razzista, un numero che si aggira intorno alle 3000 persone. I due acquisti sono Dzhabrail Kadiyev, un difensore diciannovenne e Zaur Sadayev, un attaccante di ventitré anni.

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La presentazione di Kadiyev e Sadayev.

Ciò che rende ancora più curiosa questa operazione di mercato è la totale inconsapevolezza del presidente su chi stesse tesserando, agendo semplicemente per motivi imprenditoriali e per condurre una sorta di esperimento sociale e culturale. I circa 3000 razzisti però, a questo punto, danno vita ad una delle contestazioni più assurde mai viste nei confronti di una squadra di calcio. I due ragazzi vengono pesantemente insultati sia durante gli allenamenti che nel corso delle partite, con continui tentativi di aggressione. La goccia che fa definitivamente traboccare il vaso è il gol di Sadayev contro il Maccabi Netanya, al quale la minoranza razzista risponde abbandonando il Teddy Stadium e invitando il restante pubblico a boicottare le partite della propria squadra del cuore. La contestazione viene seguita purtroppo seguita da gran parte della tifoseria, costringendo il club giallonero a giocare le successive partite in uno stadio quasi deserto.

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“Here we are, the most racist club in the country”

Se dai supporters la risposta è la peggiore possibile, lo stesso vale anche per quanto riguarda la stragrande maggioranza dei membri della squadra. Solo due compagni – il capitano e un giocatore di nazionalità argentina – tentano quantomeno di aiutare i nuovi arrivati ad inserirsi. A pagarne maggiormente le spese è il capitano Ariel Harush, che passa in breve tempo dall’essere considerato l’idolo della curva a ricevere i peggiori insulti personali senza il minimo rispetto. Nel frattempo i risultati sono peggiorati a vista d’occhio, e i gialloneri si salvano solo all’ultima giornata; neanche a dirlo, immediatamente dopo il fischio finale i due ragazzi ceceni tornano a casa, salutando Gerusalemme con la speranza di non tornarci mai più.
 Ma ciò che desta ancora più scalpore in tutta questa assurda storia è lo stretto legame tra il mondo politico e il Beitar, sulla base del quale, nel corso degli anni, sono arrivate numerose accuse indirizzate al governo da parte delle altre società del campionato israeliano. È capitato per di più diverse volte che membri del Likud – partito nazionalista liberale – siano stati avvistati nel settore occupato da La Familia, e viene automatico pensare che se anche chi dovrebbe contrastare questo tipo di atteggiamenti invece li appoggia, risulta impossibile immaginare di risolvere una simile situazione.

Evocare la purezza della razza richiama ben altri scenari

 

Forever pure è un documentario girato dalla giornalista Maya Zinshtein, la quale è stata la prima persona ad incontrare i due ragazzi ceceni all’aeroporto per poi passare con loro i primi quattro giorni dell’avventura israeliana. Sentitasi toccata nel personale dalla vicenda (lei immigrata dalla Russia in Israele), dopo aver pubblicato il resoconto dei primi quattro giorni dei due nuovi acquisti decise di continuare le riprese convinta di poter raccontare una storia a lieto fine.

“Nonostante sapessi che sarebbe stato un sforzo per i tifosi del Beitar accettare i nuovi arrivati, non ho ancora potuto capire perché odiassero quei ragazzi così tanto”
  (Maya Zinshtein)

Forever pure in tal senso ci mostra un fenomeno delicatissimo che spesso, colpevolmente, viene considerato risolto o addirittura inesistente, e non solo in Israele. Il problema del razzismo è reale e, nonostante questo sia un caso unico capace di raggiungere un livello brutale, resta il fatto che il primo passo per poterlo debellare sia proprio quello di mostrarlo nella sua forma peggiore. L’esperimento ideato dal presidente era una grande sfida per un gruppo di tifosi così controversi, una prova persa in maniera netta ma prima ancora vergognosa. Le riprese mostrano in maniera eccezionale l’assurda realtà del Beitar, permettendo al pubblico di respirare la tensione e l’inimmaginabile quantità di odio presente in quelle persone; la pellicola ci spiega perfettamente come una minoranza ignorante e razzista sia riuscita ad avere la meglio su una società e su tutti gli altri tifosi (più o meno) moderati. Sarebbe potuta essere la prova per dimostrare che le idee nei confronti di questa realtà fossero sbagliate, che l’attaccamento verso i propri valori fosse forte ma che non oltrepassava alcun limite. 
Sicuramente però i membri de La Familia avranno una visione completamente opposta circa l’esito di questo esperimento, e lo considereranno la migliore rappresentazione del loro modo di essere. Hanno scelto di non barattare la loro purezza con niente al mondo, decidendo di candidarsi ad essere il peggior esempio di tifoseria in assoluto. Maya Zinshtein non ha dunque potuto esaudire il suo desiderio, ritrovandosi a pubblicare una storia dal finale pessimo: una storia però tragicamente vera, nella quale il razzismo e una minoranza estremista hanno avuto la meglio su tutto.