Sylvain Chavanel è ciò che di più francese vi possa venire in mente. Nato a Châtellerault, Nuova Aquitania, una regione istituita nemmeno due anni fa, la sua carriera sboccia e cresce in Francia. Le sue prime squadre: Bonjour e Brioches La Boulangère, dove praticamente corre ancora, dato che sono i primi nomi che la Direct Énergie ha adottato; e anche la Cofidis, per quattro stagioni, dal 2005 al 2008. Per non parlare del palmarès, una dichiarazione d’amore al suo paese: Quatre Jours de Dunkerque, Circuit de la Sarthe, Tour du Poitou-Charentes, Tour del Mediterraneo (che oggi si chiama La Méditerranéenne, nuovo organizzatore e dunque nuovo nome), Étoile de Bessèges, più che altro vittorie di tappa, ma cosa importa quando si trionfa davanti al proprio pubblico. E ancora, Parigi-Nizza, campionati nazionali (in linea, contro il tempo e anche su pista), tre successi al Tour de France, una corsa che un corridore francese non può spiegare a parole perché non è mica vero che ad ogni emozione corrisponde un termine preciso e adatto. Come per Virenque, Voeckler e chissà quanti altri transalpini, la Boucle è Itaca, uno stato d’animo che alla partenza rende vigorosi e nervosi mentre alla fine lascia svuotati e nostalgici. Il Tour de France, per i francesi, è il salotto di casa dopo un anno di militare.

 

Eppure il cognome completo è Chavanel Albira, radici spagnole da parte di madre. Lui dice che lo spagnolo non lo parla, a malapena le parole più famose. Ha conosciuto un cugino durante la Vuelta del 2007, a Zaragoza, che quell’anno fu sede d’arrivo per due tappe consecutive: gli descrisse il nonno quand’era giovane. Da piccolo, in giardino, si divertiva ad affibbiare nomi di campioni a ciclisti in miniatura, quei giocattoli di taglia piccola che hanno fatto la fortuna di intere generazioni e che adesso nessuno guarda più. E le jeune Chavanel era Laurent Jalabert, Miguel Indurain, anche se il suo preferito era Greg LeMond: gli piaceva il suo stile in sella, il piglio col quale correva, lo strano accento col quale parlava francese. In Belgio lo hanno soprannominato “La Machine” perché il vento che ha preso lui in faccia, senza mai nessun ripensamento, è roba per pochi. Sul telaio c’è scritto un più classico “Chava”, non come Jiménez anche se altrettanto selvaggio. Il nomignolo col quale lo conoscono tutti è “Mimo” o, nella forma estesa, “Mimosa”. E’ il personaggio che Chick Ortega interpreta in “Un’epoca formidabile”, film di Gérard Jugnot del 1991 per il quale Chavanel va matto. Mimosa è un SDF, sigla freddina che sta per senza fissa dimora, ed è da questi dettagli che si capisce che i soprannomi contano e raccontano, che saperli dare è arte e talento, che chi li sa dare ha una piccola fortuna in mano e nella testa e magari nemmeno lo sa.

 

Un sorriso, qualche cinque e la consapevolezza che rallentare l’andatura non è sempre un male.

 

Quelli come Chavanel, in Francia, li chiamano barodeur: attaccante, fuggitivo. Oppure anarchico, sanguinario, incendiario. SDF, chi può dirlo. E’ un corridore strano, questo è certo. Patrick Lefèvere lo descrisse come il più fiammingo dei francesi. Quarto alla Sanremo, secondo al Fiandre, ottavo alla Roubaix, ma anche ventesimo al Tour e sedicesimo alla Vuelta.

“Uno dei pochissimi che vuole correre tutte le monumento per fare risultato”,

si elogiò lui stesso anni fa.Ha compiuto trentanove anni a giugno, due in più del fratello Sébastien che però ha già appeso scarpe e bici al chiodo. Il 2010 fu uno degli anni migliori di “Mimo”: due sole vittorie ma entrambe nei primi giorni di Boucle. La prima arrivò nella seconda tappa in linea, quella che terminava a Spa, in Belgio, quando la corsa era già Tour ma non ancora de France. La seconda, invece, nella frazione numero sette, che terminava a Station des Rousses, il traguardo che lo scorso anno ha visto trionfare la reincarnazione di Chavanel, Lilian Calmejane. Entrambi i successi gli valsero la maglia gialla, che vestì in totale per soli due giorni. Quando la riprese per la seconda volta, però, la soddisfazione fu doppia. Nella tappa di Spa, la prima delle due vinte dal francese, ci furono decine di cadute dovute al maltempo; Cancellara, che vestiva di giallo, si prese la responsabilità di far rallentare il gruppo per permettere ai big come Armstrong, Contador, Basso, gli Schleck, di rientrare. Così, all’arrivo, si parlava più del gesto dello svizzero che del successo di Chavanel. E lui, per tutta risposta, si inventò un numero d’altri tempi a Station des Rousses con Cancellara che, nelle retrovie, stava lentamente naufragando.

 

Nonostante età e acciacchi, Mimo non ha ancora abiurato. I watt e i calcoli non gli sono mai piaciuti. “Il ciclismo è tutto fuorché una scienza esatta”, disse nel 2014 dopo aver trionfato al GP Plouay. E quando, nel 2010, Devolder abbandonò la Quick-Step, Chavanel fu felicissimo di prendere il suo posto, quello di outsider:

“Non essendo veloce negli sprint, dovrò attaccare da lontano e vedere cosa succede. Mi piace, così facendo non avrò rimpianti”.

Poco tempo fa, diceva di sentirsi ancora molto bene e di avere in testa soltanto un obiettivo: questo Tour de France. Sarebbe stata la sua diciottesima partecipazione (record assoluto): Voigt e O’Grady sono fermi a diciassette come lui ma ormai non possono più rimediare. C’è sempre stato dal 2001, anche se a Parigi c’è arrivato “solo” quindici volte, ritirato nel 2007 e nel 2012. Confessava che a lui sarebbe bastato basta soltanto un’ultima partecipazione, non gli interessava arrivare a venti e forse più. E’ in forma, certo, “ma non voglio fare come Rebellin, che a quarantasei anni corre ancora”. E non è nemmeno un vecchio despota che esige a priori soltanto perché in passato ha saputo dare tanto. “So cosa vuol dire preparare e correre il Tour de France. Quest’anno ci sarà anche un posto in meno per squadra, quindi sarà difficile. Io ce la metterò tutta e valuterò come muovermi tanto per la Grande Boucle quanto per il mio futuro. Se mi renderò conto di non essere all’altezza, mi farò da parte senza nessun problema. Però ho ancora voglia di pedalare, di soffrire. Voglio ancora farmi male, arrivare al punto in cui il tuo corpo è talmente stanco che non vede l’ora di riposare. E’ una sensazione fantastica. Per questo il giorno che smetterò penso che cercherò ancora di sfondarmi. Non sarò uno di quello che fa cose estreme, ma farò delle escursioni, camminate in montagna, attività del genere”. Al Tour c’è andato. Semplicemente: Sylvain Chavanel.