Non c’è niente di più americano di Tom Brady. Che cosa può rappresentare meglio il patto che descrive la filosofia di vita degli Stati Uniti, se non un talento messo a frutto per produrre risultati e generare ricchezza, inquadrato nella consapevolezza di sé di un perfetto WASP? Il calvinismo che pervade lo spirito della società USA, intriso di puritanesimo, lascito della prima colonizzazione delle coste atlantiche, ricalca il concetto dell’“essere Brady”: la predestinazione al successo si traduce anche nella sua figura, con il volto da attore hollywoodiano, la mascella marcata, i capelli corti e i muscoli d’acciaio. Domenica, al Mercedes-Benz Stadium di Atlanta, Brady, quarterback dei New England Patriots, ha vinto il sesto Super Bowl in carriera. Un record smisurato, che nel football americano lo pone al di sopra di altre icone riconosciute, da Joe Montana a Terry Brashaw.

 

Una leggenda come Peyton Manning, che ha conquistato il titolo per due volte, e l’ha fatto – caso unico per il ruolo – con due franchigie diverse, gli Indianapolis Colts e i Denver Broncos, sembra un campione minore se messo a confronto con Brady. Sarebbe noioso soffermarsi su tutte le portentose statistiche messe a referto dall’immenso genio dei Patriots, mentre basterebbe dire, per far comprendere anche agli avventizi del gioco quanto la grazia l’abbia toccato, che fuori dal campo è salito alla ribalta delle cronache per aver sposato la top model brasiliana Gisele Bündchen, che gli ha dato due figli, dopo che ne aveva avuto uno dalla precedente compagna, l’attrice Bridget Moynahan, la stupenda Natasha che contende a Sarah Jessica Parker l’amore di Big in “Sex and the City”. Impossibile che un americano non idolatri Tom Brady. O forse no.

 

Tom Brady con la sua Gisele

Distinguiamo la titanica grandezza delle affermazioni sportive da quello che Brady trasmette agli appassionati statunitensi. Ha scritto Matteo Persivali sull’edizione on-line del “Corriere della Sera”: “Lui, che 19 anni fa dopo essere stato ingaggiato dai Patriots disse al presidente che si trattava della «miglior decisione che abbia mai preso nella sua vita», non riesce mai a simulare quel minimo di artificiale modestia che rende più sopportabili i vincenti sempre e comunque (perfino Michael Jordan era bravo a fingere che le vittorie dei Bulls fossero un lavoro di squadra, dei compagni e del coach)”. Perfino nell’America in cui l’autoaffermazione fa parte della cultura mainstream, Brady appare “troppo”.

 

Troppo scientificamente sublime, troppo bello, troppo irraggiungibile. In Italia, terra di campanilismi nati lungo il tragitto di una storia di divisioni e confini stretti, dalle guerre tra i Comuni alle invasioni nell’età delle Signorie, non sarebbe sorprendente vedere uno come lui suscitare le discussioni e scatenare diverbi con tanto di sopraccigli inarcati nei dibattiti televisivi. A guardar bene, va in questo modo da sempre, nel calcio, e gli esempi in proposito sono infiniti. Per restare a tempi piuttosto recenti, si pensi ad Alessandro Del Piero e Francesco Totti: fuoriclasse unici, ma uno juventino e l’altro romanista, e allora vai di sgombiatine, fischi a tombolate e frasi del tipo “Sarà forte, ma vorrei vedere se giocasse altrove…”.

 

Gli Stati Uniti, però, sono diversi. Le rivalità nello sport non hanno un radicamento nell’antropologia del Paese: the winner takes it all. Il vincitore prende tutto, compresa la devozione dei fans. Brady, però, riesce a spaccare gli USA. Già nel 2013 era, secondo un sondaggio pubblicato da “Forbes”, l’ottavo giocatore più odiato della NFL, ma a precederlo c’era gente con trascorsi in galera (Michael Vick) o che aveva mentito in pubblico (Manti Te’o), oppure abbonati a quella violenza “non necessaria” che viene sanzionata in una partita di football americano e che confina con il sadismo agonistico (Ndamukong Suh, placcatore dall’aggressività extralarge come la sua taglia). Figure che i media descrivevano con toni sulfurei, mentre Brady è un’elegia, più che un semplice, e straordinario, giocatore.

 

La carica agonistica del campione NFL

 

Eppure, e qui sta il controcanto anomalo per l’America, soltanto lui sa attirarsi addosso quel sentimento molto europeo, e totalmente italiano, che è il tifo contro, il compiacimento per la sventura altrui, la Schadenfreude. Sempre Persivali, due anni fa, con i New England Patriots che rimontarono in maniera clamorosa al Super Bowl e con Brady, che li aveva trascinati al trionfo, si mise alle dita il quinto anello, ha scritto: “Quando i Patriots erano sotto di 22 punti con gli Atlanta Falcons apparentemente destinati alla vittoria (stavano asfaltando Brady 25-3) Twitter e Facebook erano esplosi nell’ironia contro Brady. Colpevole peraltro di aver già girato uno spot nel quale esultava per la quinta vittoria, necessità commerciale comprensibile ma altrettanto notevole mancanza di sportsmanship”.

 

Mettiamo sul conto, già piuttosto salato, l’endorsement in favore di Donald Trump e l’adesione morale al teorema politico del “Make America great again” che ha condotto alla Casa Bianca il tycoon, della cui amicizia non fa mistero, in una NFL che è stata scossa dalle proteste del movimento “Black Lives Matter” e dal kneeling di Colin Kaepernick, ed ecco che Brady qualche  nemico se l’è fatto, per usare un eufemismo. La sconfitta dei Patriots nella finale del 2018, a Minneapolis, con i Philadelphia Eagles del quarterback-antieroe Nick Foles, ha deluso i sostenitori di New England e fatto gioire il resto degli Stati Uniti, un po’ come avviene alle nostre latitudini quando la Juventus perde. Proprio Brady dovette bere l’amaro calice dello sbaglio decisivo, con il sack subito da Brandon Graham, defensive end degli Eagles, e conseguente fumble, ossia palla persa, e dopo tramutata da Philadelphia nell’ultimo e determinante field goal.

 

La stretta di mano tra Brady e Foles dopo il combattimento sul campo

 

Per tornare alla metafora dell’italica pedata, si pensi a un Cristiano Ronaldo che faccia autogol nell’ultimo atto della Champions League, siglando la sconfitta juventina. Stefano Pistolini, su “Il Foglio”, commentò con lirica partecipazione l’avvenimento: “Ebbene, stavolta il più bravo di tutti, l’american boy così perfetto e cristallino da far sospettare la progettazione in laboratorio, è finito ko, mestamente accasciato sul prato (sintetico), a rimirare le forme della propria rivelata imperfezione, nell’attimo (e nel gesto) in cui si era proiettato a scrivere un altro capitolo del fantasy sportivo che porta il suo nome. Invece proprio il passaggio che, secondo tradizione, avrebbe condotto i suoi Patriots all’ennesimo sorpasso in extremis, ha fatto una brutta fine, e sono state le verdi Eagles finalmente a volare fino alla vittoria 41-33, risultato che avrà reso particolarmente dolce questa domenica di febbraio per milioni di americani”.

 

Già, perché anche negli Stati Uniti, la patria del capitalismo sfrenato, talvolta capita che il romanzo prevalga sul copione e che la saga di Brady non piaccia più. L’odi et amo di Catullo, ci si creda o meno, a volte va in onda sulla CBS, altre lo trasmette la HBO, via cavo e rigorosamente a pagamento.