90.000 spettatori, Micheal Buffer al microfono e due generazioni a confronto: quello del 29 aprile sul ring del nuovo Wembley è stato il match dell’anno. All’angolo blu la feroce giovinezza di Anthony Joshua, 27enne anglonigeriano detentore del titolo con 18 vittorie su 18 incontri in meno di 10 anni, tutte per KO: è un predestinato, il secondo al mondo dopo Joe Frazier a diventare campione del mondo tra i pro da campione olimpico in carica.

All’angolo rosso invece le speranze di rivincita di Wladimir Klyčko, 41enne detronizzato 18 mesi fa da Tyson Fury, al suo ultimo ballo di pugni. Nei dieci anni in cui lui e il fratello maggiore Vitalij hanno dominato tutte le cinture dei pesi massimi, Wladimir è stato spesso accusato di aver “addormentato” lo stile, di non dare spettacolo, ma per quest’evento si è preparato come mai in passato e ne ha dato prova, cambiando il suo tocco a sufficienza per tentare l’impossibile.

Faccia a faccia: pronti per la sfida dell'anno

Faccia a faccia: pronti per la sfida dell’anno

La cronaca ci restituisce un incontro entusiasmante e poco lineare: le prime tre riprese a basso ritmo hanno contribuito ad aumentare il pathos dell’evento, con solo un diretto messo a segno da un agile Klyčko. Era nel suo interesse portare lo scontro il più avanti possibile: Joshua sulla distanza non ha mai combattuto, e alla vigilia non era affatto scontato che alla sua imponente crescita muscolare fosse seguito anche un miglioramento della sua resistenza psicologica. La quarta ripresa va a Joshua ma lo spartiacque del match è il quinto round: con un inizio repentino e inaspettato, AJ entra nella guardia di Klyčko e con tre fendenti lo manda al tappeto. Dr Steelhammer si rimette in piedi e reagisce portando a sua volta altri tre colpi in rapida successione, tanto che alla 6^ ripresa è l’inglese a crollare a terra, nella delusione del pubblico. Dalla 7^ alla 10^ ripresa è una climax di emozioni e tensione: prima con Klyčko che fino all’ottavo round sembra in dominio sul difensore del titolo, poi con il britannico di origine nigeriana che tenta di spostare il combattimento su un altro piano, schernendo l’avversario. Joshua non era mai andato oltre il settimo round, e si percepisce che da un momento all’altro sarà sferrato il colpo decisivo: resta da vedere da quale guantone. Il 10° round è nettamente per l’ucraino, ma l’undicesima ripresa si rivela un dramma per lui: un Joshua redivivo scarica subito tutta la sua potenza portando a segno tre colpi che fanno crollare a terra Klyčko. Questi non bastano a sconfiggerlo. Rialzatosi rapidamente, l’arbitro controlla e fa proseguire: bastano però pochi secondi ad AJ per caricare un montante destro insopportabile per Klyčko. Forse in quel momento più di ogni altro si è visto tutto Klyčko: la bordata sarebbe stata letale per chiunque, ma il campione di Semej riesce inspiegabilmente a rimanere in piedi. In quella frazione di secondo ci sono 21 anni di professionismo, 68 incontri con 64 vittorie e un carisma costruito anche nello studio della disciplina che pochi pugili possono sostenere. Messo all’angolo dalla furia di AJ, è l’arbitro a fermare l’incontro per KO tecnico, constatando il crollo di ogni difesa di Klyčko.

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Joshua guarda il suo avversario dall’alto verso il basso: è lui il re ora

Vince Anthony Joshua, in un match spettacolare e inaspettato. Le sue parole e i suoi gesti a incontro terminato sono di profondo rispetto verso il vecchio campione, di una deferenza e di una stima tali da poter sembrare quasi esagerati. Eppure tutto l’incontro, dalle dichiarazioni pre-evento al match stesso è stato caratterizzato da vera sportività, cosa non così banale nella boxe moderna. Lo stesso Klyčko dirà: “Oggi ha vinto il migliore. Sul ring avete visto due gentlemen, qui a rendere onore al Paese dove la boxe è stata inventata.”

Rivincita? Il rematch sarebbe previsto per contratto ma ormai Klyčko è un capitolo chiuso per AJ. Joshua infatti, portato in trionfo nella notte di Londra, esclama con l’esaltazione del campione: “Non sono perfetto, ma ci sto provando”, e chiude invocando il connazionale Fury, autosospesosi per disintossicarsi e guarire dalla depressione, (è ancora lui il campione iridato lineare con 25 vittorie su 25 incontri): “Dove sei, Fury? Ti sto aspettando”.