King Kong non fu ucciso dopo che si era arrampicato sulla cima dell’Empire State Building, a New York. Lo abbatterono a Tokyo, un giorno di febbraio del 1990. Gli anni ’80 erano appena volati via, Wall Street era crollata ed era stata ricostruita. Pochi mesi dopo George Bush avrebbe dichiarato guerra all’Iraq di Saddam Hussein, che era stato un saldo alleato degli USA contro l’Iran degli Ayatollah. Il mondo stava cambiando sempre più velocemente, ma tutti avevano una certezza: niente e nessuno picchiava più forte di Mike Tyson, il bad boy di Catskill, il duro del ghetto che era stato salvato dalla boxe e dalle cure di Cus D’Amato, il coach italo-americano che somigliava al Mickey di Rocky Balboa.

 

D’Amato, nella sua carriera di allenatore, aveva già scoperto Floyd Patterson. Non credeva che fosse possibile incontrare un talento pugilistico più grande. Invece, un giorno, aveva visto Tyson, e per lui fu come essere stato colpito per la seconda volta da un fulmine. L’aveva forgiato giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, e non solamente in palestra, ma portandolo con sé, facendolo sedere a tavola con la propria famiglia, educandone la ferocia con cui lottava sul ring. Mike era diventato un’arma di distruzione. Il suo rapporto con Cus era filiale, ma D’Amato non riuscì a vedere il suo pupillo – che, tra l’altro, aveva adottato legalmente alla scomparsa della madre, Lorna – conquistare il regno della boxe. Presto la stampa si accorse di quell’uragano che quando saliva sul ring spazzava gli avversari con il furore di un cataclisma. Gli diedero immediati soprannomi: Iron Mike, Kid Dynamite, e poi, ovviamente, King Kong.

 

Un tornado di violenza inscatolato in 178 centimetri. All’apparenza, e secondo la logica, pochi per un peso massimo qual era. Troppi per chiunque lo incrociasse. Aveva appena compiuto vent’anni quando conquistò la corona di campione del mondo per la WBC: un record di precocità che dura ancora. Era il 22 novembre 1986 quando Mike sconfisse Trevor Berbick a Las Vegas. Cus si era spento il 4 novembre del 1985. Tyson continuò a vincere, facendo esplodere la forza esplosiva che aveva dentro di sé attraverso i pugni. Riunì il titolo dei massimi, conquistando le corone IBF e WBA. Uscito dalla miseria, Mike si era trasformato in una macchina da soldi, accaparrata da Don King, il promoter che pilotava il grande business del pugilato, con la sua pittoresca chioma di capelli, sparati verso l’alto come fossero stati attraversati dall’elettricità. Niente sembrava potesse intralciare quella miscela di botte, dollari e sfarzo che era la vita di Tyson. Nessuno, però, considerava che la stessa forza distruttiva che applicava sugli sfidanti, Mike l’avrebbe riversata su se stesso. L’11 febbraio del 1990, in Giappone, al Tokyo Dome, la scoperta fu tanto vera quanto sconvolgente. Ma di chi parliamo?

 

Allievo e maestro

 

James Douglas non pensava neanche di diventare un pugile, mentre giocava a basket con la canotta dei Red Ravens del Coffeyville Community College. Dall’Ohio, lo stato in cui era nato, si era spostato in Kansas per studiare. Era un’ala forte che si guadagnò in breve l’apprezzamento dei compagni di squadra, dell’allenatore e del pubblico che seguiva le partite. Aveva continuato con la pallacanestro quando era tornato in Ohio, per proseguire l’università al Sinclair College di Dayton. Ma se un postulato antropologico vuole il frutto non cada lontano dall’albero, e se James era figlio di William, boxeur professionista che aveva combattuto negli anni ’60 e ’70 tra i pesi medi e i leggeri, il suo futuro sportivo era, necessariamente, scritto. Di nuovo a casa, a Columbus, la città in cui era nato e cresciuto, nel sobborgo di Linden, ottenne la fama di eroe locale, in una comunità a larga maggioranza nera. I suoi primi incontri non furono, tuttavia, un’ininterrotta striscia vincente. Perse con David Bey, chiuse con un pareggio il duello con Steffen Tangstad. Non grandi nomi, come non lo era quello di James, ribattezzato “Buster”, una parola che significa qualcosa che è tra il bellimbusto e il giovanotto. Nessuna analogia con il senso di devastazione di King Kong, di Iron Mike o di Kid Dynamite, senza voler citare un’altra delle definizioni che accompagnavano Tyson, ossia the Baddest Man on the Planet, l’uomo più cattivo del pianeta. Douglas lo vide da vicino il 27 giugno del 1988 quando sconfisse Mike Williams in uno degli incontri di contorno alla sfida tra Tyson e Michael Spinks, ad Atlantic City. In 91 secondi Spinks andò KO, il combattimento finì e King Kong, a quel punto, era ben al di sopra dell’Empire State Building. Non poteva immaginare che a farlo cadere da lassù sarebbe stato proprio Buster Douglas.

 

Doveva essere soltanto un test di preparazione all’avvenimento pugilistico che avrebbe segnato il decennio che era appena cominciato. Mike Tyson contro Evander Holyfield, questo esigeva lo showbiz della boxe. Tra il 1988 e il 1989 Tyson si è sposato e ha divorziato. Il suo matrimonio con la bellissima attrice Robin Givens è stato travolto dall’instabilità di Mike. Tyson, in quel periodo, e nei mesi che anticipano l’incontro con Douglas, è in pieno delirio d’onnipotenza. Sente di poter fare e prendere tutto quello che vuole. Spende centinaia di migliaia di dollari in vestiti, macchine, gioielli. Racconterà, nella sua imperdibile autobiografia “True”: “Non agivo secondo una logica normale. Pensavo di essere un campione barbaro. «Se non ti piace quello che dico, ti distruggerò, ti straccerò l’anima». Ero Clodoveo, ero Carlo Magno, ero un incredibile figlio di puttana”. Ed è in questo modo che Tyson arriva a Tokyo. Lo aspetta Douglas, e per gli allibratori non c’è neppure da quotare il risultato. A Las Vegas la vittoria di Buster è addirittura uscita dal tabellone: ha superato il 40 contro 1. Larry Merchant, giornalista e commentatore di boxe per il canale via cavo Hbo, aveva chiesto a Tyson se Douglas avesse una possibilità di sconfiggerlo, e la risposta era stata tranciante e sarcastica: “Solo se piazzano un cecchino nel pubblico”.

 

Eppure Iron Mike è agitato da troppi fantasmi. Lo scrittore Hunter S. Thompson, ricordando quanto avvenuto a Tokyo, osserverà: “L’altro dettaglio memorabile di quella settimana è che Tyson era volato da solo in Giappone, 25000 chilometri di viaggio, trentasei ore su un aereo di linea, perché era pubblicamente uscito di testa e devastato dopo la rottura del suo matrimonio con la superfamosa attrice tv Robin Givens, che lo stava mandando ai pazzi”. Thompson, nello stesso tempo, confessa di non aver nutrito alcun dubbio sull’esito del combattimento con Douglas, ammettendo: “L’unico motivo per cui lo guardai su Hbo è perché sapevo di doverci scrivere un pezzo in settimana. Nessun altro volle guardarlo con me. Ci avevano fregato una volta di troppo facendoci pagare un sacco di soldi per vedere Tyson che attraversava il ring di corsa e pestava quasi a morte l’ennesimo pugile terrorizzato in novanta secondi, oppure ottantacinque, e tutto qui. Non c’era altro”. Mike rivelerà di essere salito su quell’aereo per Tokyo “scalciando e urlando”. Il motivo? Tremendamente semplice: “Non volevo combattere; in quel periodo avevo solo voglia di fare feste e scopare. Quando partimmo avevo messo su quasi trenta libbre”.

 

Robin Givens e Mike Tyson: c’eravamo tanto amati

 

La preparazione giapponese di Tyson non fu meno viziosa e colma di sesso facile e quotidiano. Quella di James Douglas, invece, si è svolta sotto il segno della fede, ma anche del dolore. Pochi mesi prima, nel luglio del 1989, Buster si è convertito al cristianesimo. Sua moglie l’ha lasciato, mentre sua madre si è ammalata, venendo a mancare proprio nei giorni che hanno preceduto la data fissato per l’incontro. Se Mike si comporta come un demonio perverso, James è un credente che in Dio e in Gesù ha trovato la redenzione. Dietro l’arroganza di Tyson, però, c’è una debolezza su cui Thompson si sofferma: “Mike Tyson ha un ego estremamente fragile quando gi capita di venire respinto da una donna. Non si conoscono sue reazioni diverse dallo sbroccare ed entrare in una spirale di violenza”. Nonostante tutto, sempre Thompson, ripensando alle sue attese, davanti alla televisione, mentre aspettava il gong del primo round, chiarisce: “Ero sicuro che (l’incontro) sarebbe finito presto, come tutti gli altri. Perché non doveva essere così?”.

 

L’impossibile stava per succedere. A Tokyo sono le 9 di mattina quando Tyson e Douglas s’incrociano. Un orario insolito, dovuto alla trasmissione del match negli USA, in rispetto al fuso. Iron Mike, in “True”, descrive così quanto avvenne: “Sul ring non salì il Mike Tyson di sempre. Risultò ovvio a chiunque mi stesse guardando che non volevo trovarmi lì. L’incontro cominciò già male. Volevo colpire fortissimo, sapendo che, per quanto grosso fosse il mio avversario, se l’avessi preso bene non si sarebbe rialzato. Ma non riuscivo a piazzare un colpo”. Buster picchia Tyson. Incassa i rari jab del Campione, gli chiude l’occhio sinistro a suon di colpi. Ma King Kong è ancora aggrappato all’Empire State Building, e all’ottavo round fa crollare Douglas con un montante destro. Il ko pare essere irrimediabile, ma il conteggio va a rilento. Buster si rialza. Un altro prodigio che annuncia quel che nessuno ha mai osato pensare.

 

“All’inizio del decimo lo colpii alla mascella con un diretto, ma poi lui si scatenò con una serie di colpi alla testa, cominciando con un montante destro. Ero così intontito che non li sentii nemmeno, quei colpi; ne udivo il suono. Persi l’equilibrio. Caddi”. L’hanno abbattuto, e adesso sta piombando giù. Tyson atterra, il paradenti gli esce dalla bocca: “Mentre l’arbitro mi contava cercavo di rimettermi in piedi e al tempo stesso di raccogliere quell’affare. Agivo seguendo unicamente l’istinto, ero completamente andato. L’arbitro mi abbracciò dopo aver contato fino a dieci. Tornai nel mio angolo del tutto annebbiato. Masticavo il paradenti senza nemmeno capire cosa fosse”. Iron Mike, Kid Dynamite, the Baddest Man on the Planet ha perso. Il suo management, con in testa Don King, chiederà, invano, il riconoscimento della validità del knock out che ha mandato al tappeto Douglas all’ottava ripresa. Al rientro in albergo, con il volto tumefatto e un occhio massacrato, Tyson sa che è finita, ma non si arrende al maniacale senso di dominio che l’ha invaso: “Steso sul letto, pensai che ero diventato così grande da scatenare l’invidia di Dio”. Ma la verità più autentica uscirà, di nuovo, dalle parole di Thompson: “Riguardandolo alla distanza, quel solo e unico match tra Tyson e Douglas sembra una cosa selvaggia e folle. Buster Douglas pestò letteralmente il campione fino a farlo pisciare sotto. È stato uno dei più fantastici e scioccanti risultati a sorpresa nella storia della boxe professionistica”.

 

Il trionfo di Buster

Le telescriventi impazzirono, i media uscirono di testa. Le immagini della caduta di Tyson schizzarono dappertutto, dilagando per un mondo in cui non esisteva Internet e i cellulari erano apparecchi che pesavano un chilo e che potevano permettersi soltanto i miliardari che avevano fatto il pieno di quattrini sul mercato azionario. Nelle stesse ore, in Sudafrica, Nelson Mandela fu liberato dopo ventisette anni di carcere, ma quella straordinaria notizia, che decretava la resa del regime dell’apartheid, faticò a pareggiare l’eco degli eventi di Tokyo. Il resto della storia, arrivati fin qua, è fatta per essere raccontata altrove, a partire dalla sconfitta di Douglas alla prima difesa del titolo, nell’ottobre del 1990, con Holyfield. Per Buster, però, occorre fare un’eccezione. Coraggioso e sfortunato, nel 1994 andò in coma diabetico. Era arrivato a toccare i 200 chili, tra eccessi nel cibo e nel bere.

 

Nel 2015, intervistato dal “Daily Mail”, dirà: “Mi sono svegliato tre giorni dopo e ho deciso che era il momento di ritornare ad allenarmi. Ero ingrassato troppo e temevo di morire”. Il dolore non l’aveva lasciato. Suo padre se l’era portato via il cancro. Anche il suo fratello minore era mancato. In fondo alle tenebre della depressione, James “Buster” Douglas è riuscito a combattere con una forza perfino più grande di quella che lo aveva condotto a sconfiggere Mike Tyson un giorno a Tokyo: “Dopo il coma ho deciso di guardare il lato luminoso della vita ed a quanto in fondo sono fortunato. Da allora ho vissuto una vita meravigliosa. Alleno un paio di pugili professionisti di cui sono anche il manager e seguo diversi dilettanti. Mi diverto molto a lavorare con questi ragazzi. Per me è come iniziare da capo e tornare dove tutto è cominciato, anche se ora sono io il coach. Sento tutte le emozioni che questi ragazzi provano perché ci sono passato in prima persona. Quando sono abbattuti li sprono sostenendo che tutto andrà bene, che in futuro ci saranno sicuramente giorni migliori”. Tra i giovani che segue ci sono due dei suo quattro figli, Artie e Kevin. Il vero campione, alla fine, è rimasto lui.