E’ una domenica del novembre 1968 quando le vite di migliaia di giovani stanno per cambiare per sempre, nell’Italia che sorpassa il decollo economico e si avvicina alle angosce del decennio successivo. Allo stadio di San Siro, nei pressi della “Rampa 18” di quello che diventerà l’odierno “secondo anello arancio”, un gruppo di ragazzi attacca un lungo drappo a strisce verticali rossonere, vergato con lettere bianche dal profilo sottile e squadrato. Nasce così la Fossa dei Leoni, il primo gruppo Ultras italiano. Questo è l’incipit di una storia che racconta le gesta di un unico protagonista, ovvero il “dodicesimo uomo” in campo, da ormai mezzo secolo. Da quel pomeriggio, il “modus vivendi” allo stadio non sarà più lo stesso ed il tifo diventerà radicalismo e militanza giornaliera, un autentico “stile di vita”.

 

 

Attenzione però, guai a ritenere che la fede nella squadra del cuore non fosse già una faccenda terribilmente seria anche in precedenza. Infatti, sebbene il “football” fosse stato inizialmente appannaggio dell’alta borghesia, morbosamente attratta dalle “esotiche” importazioni da Oltremanica, il miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne aveva avvicinato anche le masse lavoratrici delle città. Figurarsi poi, se un passatempo del genere, rappresentazione sportiva dell’assalto alla trincea nemica e a difesa della propria, non avesse potuto suscitare sentimenti campanilistici, mai sopiti lungo il “Belpaese”, oppure proprio nazionalisti.

 

Il più antico gruppo Ultras d’Italia

 

All’epilogo della Grande Guerra, il calcio è già entrato nelle grazie degli Italiani, divenendo poi uno dei temi più spendibili dalla propaganda fascista, insieme al ciclismo ed al pugilato. Dopo l’incubo del secondo conflitto mondiale, è il mito del Grande Torino ad allietare le domeniche durante la Ricostruzione, finché negli Anni Sessanta la “ritualità del pallone” sostituisce il teatro e supera perfino la Messa, assurgendo ad “ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, Pasolini docet. Arrivati così al Sessantotto, la neonata “Società dei consumi” ha ritagliato un abito troppo stretto per le spalle dei giovani, che cercano quindi di trovare i propri spazi nelle piazze e nelle università. Esaurita la spinta contestatrice, saranno i settori popolari degli stadi a rappresentare tali “zone liberate”.

 

 

Giungiamo così agli “Ultras”, una dicitura che presenta già intrinsecamente la prima contraddizione. Infatti non è chiaro se tale nomea derivi dal francese “ultra-royalistes”, etichetta dei più intransigenti  monarchici durante la Restaurazione post-napoleonica, oppure se la sua origine sia da ricercare sui muri di Genova, tra piazza della Vittoria e scalinata Montalto. Qui gli “Ultras Sant’Alberto”, attuali “Ultras Tito Cucchiaroni”, marcavano il territorio con l’acronimo di avvertimento “Uniti Legneremo Tutti i Rossoblu A Sangue“.

 

 

Infine, come racconteremo nel prossimo episodio, se il gene della protesta sessantottina conferisce la vocazione eversiva ed antagonista, dalla militanza politica i ragazzi e le ragazze mutuano il peculiare linguaggio estetico e comportamentale che li differenzia in primis dai cosiddetti “tifosi normali”, poi dal coevo hooliganismo britannico.

 


Bibliografia

“Ultrà. Le sottoculture giovanili negli stadi d’Europa” di V. Marchi (Hellnation, 2015)

“I ribelli degli stadi. Una storia del movimento ultras italiano” di P. Spagnolo (Odoya, 2017)

“@Ultras. Parole e suoni dalle curve” di D. Mungo e G. Ranieri (Edizioni Il Galeone, 2017)