Il tennis è una guerra. Io gioco per vedere quanto valgo”. Parola di Jim Courier, che si prepara a sfidare Andre Agassi in finale al Roland Garros del 1991. A Barry McKay, il numero 1 Usa nel 1960, ricordava Jimmy Connors. “È un Andre Agassi con più cuore” spiega. È la prima finale tutta americana a Parigi dal 1954, è molto più di una partita. Per anni, Courier ha cullato l’invidia per Agassi come una motivazione. Erano in competizione per ottenere l’attenzione di Nick Bollettieri, il coach guru che li ha seguiti entrambi e con la sua accademia ha cambiato per sempre la scuola tennistica Usa. Courier è il primo dai tempi di Bjorn Borg a vincere due edizioni consecutive dell’Orange Bowl, uno dei tornei giovanili più importanti del mondo. Eppure, Bollettieri parteggia per Agassi. Quando si affrontano al Roland Garros del 1989, Jimbo lo scopre con la coda dell’occhio ad applaudire il rivale. È furioso anche se, ammetterà poi al New York Times, “era solo la reazione infantile di un ragazzo di fronte a un uomo che aveva preso una decisione d’affari e aveva scelto di stare dalla parte di chi avrebbe potuto far progredire di più il suo business”.

 

Ha imparato a giocare al Dreamwold Tennis Club a Sanford, il circolo gestito da una prozia, Emma Spencer, già coach della squadra femminile di tennis di UCLA, l’università della California. È lì che il tennis, racconta ancora sua madre in un lungo articolo su Sports Illustrated, ha smesso di essere un gioco. Emma gli insegna a comportarsi bene in campo, e a non masticare mai chewing gum durante le partite. Jimbo non è uno di quei bambini abituati ad avere tutto, che crescono con il coach privato e con chi gli paga le spese. Ha dovuto lottare, ha imparato a difendersi da genitori un po’ troppo coinvolti e a non farsi sopraffare quando gli urlavano che stesse cercando di rubare un punto al loro figlio. È diventato una persona migliore, ma ha perso presto la gioia della gioventù. Il tennis è una cosa seria. Talmente seria che a 11 anni comincia a frequentare l’accademia di Harry Hopman, che ha formato le migliori generazioni di tennisti australiani, da Rod Laver a Roy Emerson, di cui seguiva allenamenti, diete e abitudini anche fuori dal campo con una severità poi ammorbidita dopo il trasferimento negli Stati Uniti. Allora c’era un altro ragazzino che prendeva lezioni lì e lo batteva. “Se potessi giocare cinque ore al giorno” dirà il piccolo Courier ai genitori, “potrei diventare più forte”.

Nella finale de’91 contro Agassi (Foto Getty)

E diventa più forte. Si trasforma nell’icona delle potenzialità della scuola americana, di quel metodo basato sulla ripetizione ossessiva del gesto e l’allenamento intensivo i cui effetti si rivedono nella più riuscita delle versioni letterarie della tipica accademia privata made in Usa, la Enfield Tennis Academy intorno alla quale David Foster Wallace articola molte delle storie di Infinite Jest. Servizio solido, dritto poderoso, rovescio non elegante ma potente e robusto. È un gesto che ricorda il movimento dei battitori di baseball, non a caso l’altra sua grande passione. Chi lo conosceva allora, racconta che a 12 anni fosse anche molto promettente ma nel baseball non ci sono le classifiche a quell’età. A tennis, invece, sapeva di essere già l’ottavo miglior prospetto degli Usa nella sua classe d’età: la scelta è presto fatta.

 

Lascia Bollettieri all’inizio del 1990 e si affida a Jose Higueras, uno spagnolo nato in una piantagione di olive a Granada, che ha imparato a giocare nel tempo libero lavorando come ballboy al Real Tennis Club di Barcellona, uno dei circoli più snob della nazione. Primo spagnolo a entrare in top 10 dopo Manolo Orantes, due volte semifinalista al Roland Garros, tre volte qualificato al Masters, ha deciso di trasferirsi negli Stati Uniti a metà degli anni Ottanta. Qui ha capito che il tennis è solo un lavoro, vive la parte finale di carriera con meno pressioni, vive meglio e vince di più. Diventa un ottimo allenatore, c’è lui al fianco di Michael Chang che nel 1989 cambia la storia e diventa il più giovane campione Slam di ogni epoca. E a lui penserà Patrick McEnroe nel 2008 quando introdurrà la figura del direttore dei coach della Usta, la federazione americana. Cambiano i ruoli, ma la pazienza resta la base di ogni grande progetto.

Sull’erba sacra, nel 1996 (Foto Getty)

 

Quando iniziano a lavorare insieme, però, di pazienza Courier non ne ha. Non sa nemmeno cosa sia. “Jim aveva una sola marcia, quella più veloce” racconta Higueras nel ricordare l’inizio del loro lavoro insieme. “Nessuno gli aveva mai chiesto di pensare, perciò il suo tennis era piuttosto facile da leggere”. Sotto la guida di Higueras, il gioco si fa più vario, la costruzione delle strategie più matura, più razionale. “La cosa peggiore che ti può capitare è perdere, e in fondo anche perdere non è poi una tragedia” gli ripete lo spagnolo. C’è un tempo per seminare, e c’è un tempo per raccogliere. Higueras semina pazienza e consapevolezza, e i frutti maturano a Indian Wells nel marzo 1991. Di fronte c’è sempre Agassi, l’avversario delle occasioni che cambiano la vita, che domina il primo set 6-2 e martella col dritto. Courier cambia strada, non prova più a sfondare di forza da fondo, cambia angoli, direzioni, tagli e ribalta la partita. “Per la prima volta ho vinto di testa” commenta. “Ora che so che posso tirare forte e pensare allo stesso tempo”.

 

Meno di un mese prima del Roland Garros, nell’estate del 1991, Courier è in top 10 ma si lascia rimontare da Andrei Cherkasov, russo solido dal tennis monocorde, al terzo turno. “Ho vent’anni, sono numero 9 del mondo e sono così infelice della mia vita” sbotta durante il match. A fine partita Brad Stine, allenatore che lo accompagna nei tornei insieme a Higueras, lo ferma nel parcheggio del Foro Italico. “Ti sei comportato da idiota, se ti senti così fermati due mesi e torna a giocare quando sarai numero 20 o 30 del mondo”. Senza quel discorso, ammetterà Courier, il Roland Garros non l’avrebbe mai vinto.

 

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I duellanti, nella finale del ’91 sullo Philippe Chatrier (Foto Getty)

 

Courier, portato al quinto set al terzo turno dallo svedese Magnus Larsson, elimina via via Todd Martin, Stefan Edberg e Michael Stich per giocarsi il titolo ancora contro Andre Agassi, alla terza finale Slam in dodici mesi. Tra una partita e l’altra allenava il suo francese con la fidanzata di allora, Morgane Frühwirth, laureata alla Sorbona. E le dedicava canzoni, soprattutto “Scenes from a Velvet Recliner”, dei Toad the Wet Sprocket, la riflessione di un clown costretto a sorridere mentre cammina sul filo e col trucco nasconde la tristezza perché sorridere è anche un po’ mentire. La suona con la sua Fender Stratocaster anche se il primo amore è la batteria, la prima gliel’hanno regalata a tre anni, prima ancora che prendesse in mano una racchetta. È la prima canzone country esistenzialista. La canteranno anche i Rem in concerto a Sydney il 26 gennaio 1995. Alla batteria proprio Jim Courier, il campione esistenzialista che ha vinto 23 titoli in singolare e 13 in doppio, che ha trionfato due volte in Davis e giocato la finale in tutti i quattro Slam, uno dei soli tre statunitensi a riuscirci con Don Budge e Agassi.

 

Courier, che adora la nouvelle cuisine francese e i libri, oltre ala musica, culla un senso di colpa non estirpabile di fronte all’idea di rilassarsi. Un campione esistenzialista pienamente consapevole, come spiegava al New York Times, che “il tennis è questione di vincere o perdere una partita. Ma la vita è questione di perdere persone a cui vuoi bene, e può farmi stare molto peggio”. Uno dei pochi, ha sottolineato uno dei più grandi coach del tennis moderno, Brad Gilbert, che una volta arrivato in vetta ha iniziato a lavorare ancora più duro di prima.

 

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Alla batteria.

Il giorno della finale del Roland Garros 1991, su Parigi soffia un vento che toglie controllo e premia l’istinto. “In quelle condizioni” commenta Courier, “poteva succedere di tutto, e di tutto è successo”.  Agassi veleggia, è proprio il caso di dirlo, nel primo set e sale di un break nel secondo. Poi, arriva la pioggia. “Non è stata quella la fine del match” dirà Courier, “ma la partita è iniziata in quel momento per me”. “Jimbo” ha modo di parlare con coach Higueras, che gli fa notare come stia giocando troppo al centro e troppo corto, senza creare problemi ad Agassi che aveva tanto campo scoperto per piazzare vincenti in diagonale. Gli suggerisce di mettersi un po’ più indietro in risposta, per avere più tempo di cercar la palla e aumentare la profondità dei colpi. Alla ripresa, Courier salva due palle break nel quinto break, firma un break a zero nel successivo e stampa una notevole risposta vincente di rovescio lungolinea per chiudere il secondo set.

 

In poco più di mezz’ora, Agassi chiude il terzo set ma Courier cancella lo svantaggio in un tempo ancora più breve. Completa il break a zero nel secondo game, cancella una chance di controbreak sul 4-1 e in 27 minuti, quando l’avversario sbaglia l’ultimo rovescio, forza il match al quinto. È Jimbo il primo ad allungare, 4-3 e servizio, con un gran dritto incrociato. Ma Agassi, sempre di dritto, firma il punto che vale il controbreak immediato sul 4-4. Ma non tiene il servizio nemmeno nel game successivo. È un pallonetto, un colpo che Rod Laver suggeriva anche agli attaccanti di allenare perché come pochi destabilizza l’avversario che cerca di chiudere il punto a rete, a decidere il game e di fatto il match. Un colpo ancora più rischioso con la palla spostata dal vento. “Tutto quel game ruotava su un solo aspetto: dovevo fargli giocare sempre un colpo in più. Anche sulla palla break, è vero che ha sbagliato lo smash, ma io ho giocato il pallonetto e l’ho tenuto in campo”. Courier gioca l’ultimo game come fosse il primo e completa l’impresa col settimo ace del match, al centro. Dopo 3 ore e 19 minuti di partita, dopo 123 errori gratuiti complessivi fra i due, Jim Courier batte Andre Agassi 3-6, 6-4, 2-6, 6-1, 6-4, e conquista il primo titolo Slam della sua carriera.

 

Immagini della finale

 

Alla cerimonia di premiazione, ringrazia i tifosi in francese. Il pubblico parigino, notoriamente sciovinista, si scioglie. “I grandi atleti” si legge in un commento sul New York Times, “sono modelli di riferimento. E lui ha dato l’esempio, ha dimostrato che gli americani possiedono la saggezza, lo spirito per imparare altre culture e la grazia per compiere un gesto simile”. Il gesto di un campione, di un artista, di un americano a Parigi.