Spettrale débacle. La più grave che la Juventus di Heriberto abbia mai subito. Svanite nel nulla le coordinate del movimento, la Juve ripiega in un fazzoletto di campo, aspettando le mazzate, come votata alla punizione, incapace di assorbire. Peggio di un boia il Varese!”. Con queste parole l’inviato di Tuttosport Pier Cesare Baretti sintetizza la rovinosa sconfitta patita dalla Juventus campione d’Italia contro la matricola Varese il 4 febbraio 1968. I bianconeri sono usciti umiliati dallo stadio “Franco Ossola” sotto il peso di un clamoroso di 5-0 (“Questo Varese è stato mostruoso”, commenta Heriberto Herrera nel dopopartita), che permette alla squadra lombarda di issarsi solitaria al secondo posto a quattro punti dal Milan capolista, vestendo i panni della provinciale terribile. Protagonista del match il giovane centravanti Pietro Anastasi, autore di una storica tripletta e plastico esempio del centravanti perfettamente coordinato in un collettivo di movimento che funziona con la precisione di un orologio svizzero.

 

Già: le provinciali terribili. Sono passati esattamente dieci anni dai fasti del “Padova dei poareti”, guidato in panchina da Nereo Rocco e in difesa da Aurelio Scagnellato che, nella stagione 1957/58, ottenne un clamoroso terzo posto imponendo la legge del “catenaccio” (impostazione difensiva mutuata dal “verrou”, che l’austriaco Karl Rappan ideò negli anni Trenta nel campionato svizzero per il suo Servette, correggendo lo spregiudicato sistema inglese a WM, impostazione difensiva poi ripresa in Italia da Gipo Viani con la Salernitana e perfezionata da Alfredo Foni nell’Inter che, anche grazie all’accorta fase difensiva, con la presenza del libero Blason posto alle spalle del centromediano, si aggiudica due scudetti nelle annate 1953/54 e 54/55). E quasi altrettanti, nove, per l’esattezza, ne dovranno passare prima dell’avvento dell’ “Olanda in maglia biancorossa”, ovvero il Lanerossi Vicenza di G.B. Fabbri e Paolo Rossi, capace di stupire per il suo gioco spumeggiante e di competere per lo scudetto con la Juventus portando ben visibile sulle magliette la R maiuscola, simbolo del Lanerossi, il lanificio Rossi di Schio di proprietà di Eugenio Giuseppe Luraghi, che nel 1953 rileva la società calcistica diventando la prima azienda italiana ad acquisire una squadra mettendone a bilancio i calciatori.

Un giovane Paolo Rossi e Giovan Battista Fabbri, allenatore del Lanerossi

Il proprietario di quel Varese dei miracoli è Giovanni Borghi, ovvero “mister Ignis”, sineddoche del boom economico italiano e personificazione del tipico self-made man dalle intuizioni geniali che, da semplice produttore di fornelli nel dopoguerra (dopo un bombardamento che distrugge la vecchia officina nel centro di Milano, la famiglia Borghi – il padre Guido e i suoi tre figli Giovanni, Gaetano e Giuseppe – abbandona il capoluogo lombardo per rifugiarsi a Comerio, nella vicina campagna di Varese) si ritrova a capo di una realtà industriale di successo grazie a un elettrodomestico entrato di prepotenza nelle case degli italiani: il frigorifero. Presentato come metodo di refrigerazione artificiale da William Cullen nel 1748, a Glasgow, poi perfezionato da Ferdinand Carré e, soprattutto, dalla macchina frigorifera inventata dall’ingegnere tedesco Carl von Linde nel 1876, l’elettrodomestico che gli italiani sognano guardando i film americani è un lusso per pochi, sia per il costo che per l’eccessivo ingombro.

 

Ma oltre a essere un imprenditore lungimirante, Giovanni Borghi è animato da quella testardaggine e da quel puntiglio nella cura dei particolari che è la caratteristica di chi ha il successo iscritto nel destino, e allora studia, prova e riprova, infine riesce insieme ai suoi tecnici a trovare la soluzione per ridurre le dimensioni dei frigoriferi d’oltreoceano, troppo voluminosi per gli appartamenti italiani, ridimensionando altresì (grazie a una particolare schiuma di poliuretano) lo spessore del materiale isolante, così da garantire il 25% di spazio in più nei vani interni. Questi accorgimenti rivoluzionano la filosofia dell’elettrodomestico che, da prodotto elitario fabbricato in Italia su licenza americana, diventa di massa. Insieme a Giuseppe Fumagalli e Aristide Merloni, Giovanni Borghi punta alle grandi quantità per tagliare i prezzi applicando il classico principio fordista: i margini di guadagno non sono elevati, ma lo diventano grazie ai volumi di produzione, e gli elettrodomestici Ignis, Candy e Ariston diventano i marchi simbolo delle cucine degli italiani.

 

Nel 1955, nel nuovo stabilimento di Cassinetta, non lontano da Comerio, sono già 600 i pezzi assemblati in una giornata. Comincia la concorrenza al colosso americano Frigidaire e tutta Europa viene invasa dai frigoriferi dell’ingegner Borghi, che sbaraglia la concorrenza di tedeschi e francesi. Dieci anni dopo l’ex piccola officina è una realtà industriale in grado di offrire lavoro a diecimila operai ed esportare in ottanta Paesi, con un fatturato annuo di quaranta miliardi di lire. Il 25 ottobre 1965 il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat visita lo stabilimento della Ignis a Cassinetta, simbolo della laboriosità lombarda al pari dell’Alfa Romeo di Arese e dei distretti della cosiddetta “città dell’industria”, Sesto San Giovanni, con le Acciaierie Falck, le industrie elettrotecniche Ercole Marelli e Magneti Marelli, l’OSVA, la Moto Garelli, l’industria bevande alcooliche Davide Campari e la Breda, di Ernesto Breda, capace di produrre l’elettrotreno ETR “Settebello” e le carrozze per la Metropolitana milanese. Altri tempi.

Giovanni Borghi agli agli inizi della sua carriera sportiva, con Poblet al traguardo della Milano-Sanremo (foto da laprovinciadivarese.it)

Siamo alla fine degli anni Sessanta, il Paese è attraversato da sommovimenti profondi che coinvolgono i gusti, i consumi e gli immaginari collettivi. Gli italiani hanno sostituito la bicicletta prima con la Vespa, poi con la Lambretta, infine, magari grazie a qualche cambiale, con la Seicento. Siamo in pieno miracolo economico, la fine dell’universo contadino ha ridisegnato le geografie sociali, e tutto il Paese è interessato dall’esplosione del movimento studentesco, con le occupazioni che si estendono a macchia d’olio negli atenei della Penisola e in cui emergono i primi leader agitatori, come Guido Viale a Torino (“Non vogliamo diplomi, vogliamo una scuola”, titola Il Giorno, mentre circola “Lettera a una professoressa”, di cui alcuni brani diventarono slogan sui volantini studenteschi (fra i laureati i figli di papà sono il 91%, i figli di lavoratori dipendenti l’8,1%).

 

È il Paese del Carosello e delle prime réclame televisive, allora si chiamavano così, che accelerano gli investimenti pubblicitari delle grandi aziende, in primis quelle di elettrodomestici e di bevande alcoliche, e anche Giovanni Borghi ne approfitta ingaggiando personaggi come Nino Manfredi, Adolfo Celi e Leo Gullotta per divulgare il marchio Ignis. È l’Italia che ha scoperto il metano grazie alle temerarie e geniali intuizioni di Enrico Mattei, con l’Agipgas, il gas liquido del sottosuolo. Ma è anche l’Italia degli industriali mecenati, e mentre la sua creatura Ignis si espande in tutta la penisola (da Verona a Cosenza, da Bologna a Catania, le filiali spuntano come funghi), Giovanni Borghi finanzia il mondo dello spettacolo (nel teatro di prosa istituisce un premio riservato agli attori drammatici) e, soprattutto, quello dello sport, a cominciare dal suo grande amore: il ciclismo, specie su pista, quello della mitica Sei Giorni al Vigorelli di Milano, manifestazione rilanciata dall’imprenditore varesino nel 1961 dopo l’epopea dei Binda e dei Girardengo, e che negli anni Sessanta ridiventa kermesse ciclistica ma anche evento mondano, con attori, cantanti e industriali ripresi dalla televisione nella tribuna d’onore.

 

Ancora nel 1977, per chi non sapesse di cosa si sta parlando, il ciclismo su pista a Milano faceva grandissimi numeri

 

E del ciclismo su pista, Antonio Maspes è l’indiscusso dominatore. Vincitore di sette titoli mondiali, un po’ clown un po’ gladiatore, il ciclista milanese è la quintessenza del bauscia: fisico da gladiatore, abile nella parlantina, guascone e viveur, Maspes è imbattibile nello sprint e manda in visibilio il pubblico con i suoi celebri surplace, gesto che si colloca a metà strada fra la performance circense e l’esibizione atletica. Ma anche su strada la squadra di ciclisti della Ignis si fa valere, partecipando alle principali gare in linea dell’epoca e naturalmente alle edizioni del Giro d’Italia e del Tour de France, ottenendo numerose vittorie di tappa. Poi c’è la boxe, altra passione del “cumenda”, che sceglie prima Giancarlo Garbelli, poi Sandro Mazzinghi e Duilio Loi come ambasciatori del marchio Ignis nel mondo.

 

E il basket, sport in cui l’ingegnere rileva la società cestistica cittadina nel 1956 conducendola su una strada costellata di trionfi, contendendo per anni lo scettro del primato agli odiati rivali milanesi del Simmenthal, fino a diventare lo squadrone pigliatutto degli anni Settanta, quelli dell’èra di Aza Nikolic prima, e di Sandro Gamba dopo, capace con Dino Meneghin, Bob Morse, Manuel Raga, Aldo Ossola e compagni di vincere sei scudetti, cinque Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. E proprio durante la magica stagione 1967/68, sui parquet dei palazzetti di Varese e Napoli si esibiscono l’Ignis Varese e l’Ignis Sud, quest’ultima rinata dalle ceneri della gloriosa Partenope e simbolo della fabbrica di Barra, zona vesuviana, dove nel 1964 Giovanni Borghi ha fondato uno stabilimento che dà lavoro a 800 addetti e che crea due modelli automatici e rivoluzionari di lavatrici, la Gran Lusso e la Spaziale. E quando l’11 febbraio 1968 va in scena il grande derby, vinto dai cugini del sud per 71-70, tutta Napoli si stringe idealmente intorno al “cumenda” venuto dal nord. E poi c’è il canottaggio, con la Canottieri Ignis, e ovviamente il calcio, lo sport più popolare, con il Varese da risollevare e rilanciare.

L’Ignis Varese stagione 65-66

Dopo una prima breve esperienza alla presidenza nel 1951, quando subentra per pochi mesi all’industriale conciario Franco Aletti, Giovanni Borghi rientra nella società calcistica nel 1965 subentrando a Luigi Filiberti, patron delle stufe Argo, assumendo come general manager il fido Alfredo Casati, un passato da dirigente nel basket nelle fila del Simmenthal Milano prima, e della Ignis Varese poi. Dopo un ottimo campionato nei cadetti, il Varese risale prontamente nella massima serie al termine della stagione 1966/67 grazie ai gol di due scarti eccellenti provenienti dalla capitale, le ali Lamberto Leonardi (ex Roma) e Antonio Renna (ex Lazio). In quella stagione si mette in luce un diciottenne centravanti siciliano, Pietro Anastasi, chiamato Pietro ‘u turcu per la sua carnagione scura come la pece, visto all’opera da Casati in un Massiminiana-Paternò pochi giorni prima della Pasqua del 1966. La Massiminiana è la creatura di Massimino, in seguito alla presidenza del Catania, e di quella squadra Anastasi è la stella emergente. Casati rimane folgorato dal modernismo del centravanti, che si muove su tutto il fronte d’attacco senza dare punti di riferimento ai difensori, e se ne assicura le prestazioni strappandolo alla sua terra.

 

Il futuro “Pelè bianco” della tifoseria bianconera diventa così il prototipo del calciatore che conquista il Nord partendo dai campi scalcinati del profondo Sud, incarnando così per i giovani meridionali un modello da seguire sulla strada dell’emigrazione e del riscatto sociale. Acquisita la massima serie, durante l’estate del 1967 Giovanni Borghi decide di congedare l’allenatore Pietro Magni e assume il trainer della Triestina Bruno Arcari. Grazie agli ottimi rapporti con la famiglia Moratti e con Italo Allodi, Casati riesce a convincere il capitano della Grande Inter Armando Picchi, scaricato frettolosamente da Helenio Herrera dopo l’infausta primavera del 1967, a trasferirsi a Varese, accompagnato da un giovane cresciuto nelle giovanili interiste, il regista Mario Mereghetti, che va a raggiungere altri suoi due ex compagni della squadra primavera neroazzurra: lo stopper Franco Cresci e il libero Giorgio Dellagiovanna.

Pietro Anastasi diventerà un simbolo della Varese calcistica

In quell’annata la formazione tipo della compagine biancorossa vede una linea difensiva composta dal roccioso Pietro Maroso, dal capitano di mille battaglie Armando Picchi, dal veloce Franco Cresci e dall’eterna promessa Giorgio Dellagiovanna, schierati a protezione dei pali difesi da Mario Da Pozzo; a centrocampo giostrano il tuttofare Riccardo Sogliano (destinato a diventare un pilastro nel Milan di Rivera negli anni Settanta, inesorabile marcatore di Mario Corso nei combattutissimi derby milanesi) il classico interno Giuseppe Tamborini e il mediano Enrico Burlando, mentre in attacco il centravanti Pietro Anastasi è supportato dall’esperienza e dall’incisività delle ali Lamberto Leonardi e Giovanni Vastola, un altro marpione con il fiuto del gol, con Antonio Renna come prima alternativa.

 

Senza grandi nomi, ma con lo spirito indomito del “tutti per uno, uno per tutti”, la formazione biancorossa è la sorpresa del campionato di serie A, un campionato dominato dal Milan di Nereo Rocco, che schiera un inedito 5-1-1-3, con una difesa bloccata intorno al libero Saul Malatrasi, a cui dà manforte il mediano difensivo Giovanni Trapattoni e il sette polmoni Giovanni “basléta” Lodetti, il tutto per supportare l’estro offensivo innescato dal “golden boy” Gianni Rivera (autore di un torneo strepitoso) a favore di un terzetto delle meraviglie composto dal “vecchietto terribile” Kurt Hamrin, dal brasiliano Angelo Sormani, e dall’astro emergente Pierino Prati, dello “la peste”. Questa squadra disputerà due annate eccezionali che porteranno nella bacheca milanista il nono tricolore, una Coppa delle Coppe, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale.

 

Il 5-0 rifilato alla Vecchia Signora

 

Pur affrontando la stagione senza particolari ambizioni, per molti mesi il Varese rimane saldo al secondo posto, togliendosi la soddisfazione di sconfiggere fra le mura amiche squadroni come l’Inter (con un gol dell’ex Mereghetti, e con premio una serata speciale per tutta la squadra, prelevata con l’aereo personale del presidente e trasportata a Montecarlo), il Napoli di Bruno Pesaola (1-0), il Cagliari di Gigi Riva (2-1), i futuri Campioni d’Italia del Milan (2-1), fino al roboante 5-0 inflitto ai detentori del titolo juventini. Solo nel finale di stagione la compagine biancorossa subisce una flessione dovuta all’appagamento e, soprattutto, al grave infortunio occorso a capitan Picchi che, riconquistata a furor di popolo la maglia della Nazionale, esce malconcio dal campo di Sofia dove l’Italia è impegnata in un match contro la Bulgaria (Borghi invia il suo aereo personale, un King Air turboelica, per prelevare il suo capitano al fine di accelerarne il rientro in Italia), infortunio che poi si rivelerà più grave del previsto, costringendo l’ex capitano della Grande Inter a un prematuro ritiro.

 

Il Varese termina la stagione settimo a pari merito col Torino, a soli cinque punti dal Napoli, finito secondo alle spalle del Milan. Anastasi marca undici gol, diventa l’eroe nazionale degli Azzurri nel vittorioso Campionato europeo del ’68 giocato in patria, prima di incarnare insieme a Furino, Causio e Cuccureddu quell’anima proletaria della Juventus che accomunerà emancipazione, spirito di sacrificio e voglia di riscatto attraverso un’inesauribile fame di affermazione, contribuendo alle fortune della squadra bianconera così come la manodopera del Sud contribuirà a quelle della casa madre Fiat, permettendo inoltre alla compagine torinese di conquistare una grande popolarità fra gli appassionati di calcio meridionali a partire dagli anni Settanta.

Anastasi, alla corte bianconera, continuerà a fare quello che gli riusciva meglio: segnare

Sì, perché dopo quella stagione esaltante, Giovanni Borghi cede il suo gioiello all’amico Giovanni Agnelli, proprio mentre “pietruzzu” sta disputando un’amichevole a San Siro per la coppa Emilio Violanti con la maglia della squadra a cui è stato promesso, l’Inter, in una serata di metà maggio nella quale, insieme al grande amico Sandro Mazzola, dà spettacolo marcando anche due gol in un Inter-Roma 4-1, che segna l’addio di Helenio Herrera alla panchina neroazzurra (stessa sorte toccherà dieci anni dopo a Carlo Ancellotti, che vestirà il neroazzurro in un’amichevole estiva contro l’Herta Berlino, ma che poi vedrà sfumare il suo trasferimento a Milano per motivi mai del tutto chiariti).

 

Poi, nell’intervallo del match un giornalista spiffera la notizia all’esterrefatto centravanti, che così si vede dirottato a Torino per la cifra monstre di 660 milioni, metà pagata in contanti, l’altra metà in motocompressori per i frigoriferi della Ignis. Potere delle relazioni industriali… Al termine di quella stagione l’ingegnere Giovanni Borghi cede la presidenza al figlio Guido accontentandosi della carica di presidente onorario. Per alcuni anni il Varese farà avanti indietro fra la serie A e la serie B, lanciando giovani talenti come Roberto Bettega e Claudio Gentile, ma non riuscirà mai più a eguagliare i fasti della stagione 1967/68.

L’epopea di Giovanni Borghi fu materiale anche per una fiction della Rai, denominata «Mister Ignis, l’operaio che fondò un impero» (in foto l’attore Lorenzo Flaherty, nei panni del patròn)

Come molti altre famiglie industriali, dai Zanussi ai Borletti, dai Campari ai Bassetti, anche Giovanni Borghi dovrà sottomettersi al diktat del mercato, con la crisi economica che apre gli anni Settanta, i fatturati in brusco calo e l’aumento dei debiti dovuti agli investimenti, accettando, suo malgrado, l’ingresso degli olandesi della Philips nel capitale sociale, con il conseguente ridimensionamento dell’azionista di maggioranza, la famiglia Borghi, fino a quando, nel 1972, ormai malato e disilluso dalle mancate promesse dei politici, venderà agli olandesi il suo 50 per cento. Sarà la fine di un’epoca, a cui lo Stato assisterà silente e immobile, uno delle tante occasioni perse dal Belpaese per miopia e atavica mancanza di politica industriale.

 

Giovanni Borghi ci lascerà in una grigia giornata di settembre del 1975, dopo un calvario di interventi chirurgici e ricoveri. Anni dopo, nel 1991, l’americana Whirlpool subentrerà alla Philips, e proprio in quell’annata il Varese retrocederà dalla C1 alla C2 anche a causa del licenziamento dell’allenatore che l’anno prima aveva conquistato la promozione. Quell’allenatore si chiama Pietro Maroso, uno degli eroi della storica stagione 1967/68, e quell’allontanamento sarà l’ultimo chiodo piantato sulla bara dei sogni dei tifosi che hanno vissuto una stagione irripetibile, con Anastasi e compagni a scatenarsi sul campo e il loro amato presidente lassù, in tribuna ad applaudire.