Che vi siete persi. La scritta che apparve sul muro del cimitero di Napoli il 10 maggio 1987, la data del primo scudetto. Maurizio de Giovanni c’era; e non solo non si perse niente, ma qualche anno dopo ha deciso di tradurre in parole quelle emozioni dando vita a diversi racconti con protagonista la “malattia” per il Napoli. Perché non bisogna farsi fuorviare dal fatto che scriva libri gialli. Nella sua vita il colore dominante è l’azzurro

Maurizio, prima ancora che scrittore tu ti sei sempre considerato anzitutto un lettore. Qual è stato il tuo primo approccio alla letteratura sportiva?

Veramente prima di tutto sono un tifoso del Napoli, poi sono un essere umano, infine un lettore, volendo fare una classifica di quelle che sono le mie caratteristiche (ride, ndr.). Il mio primo approccio alla letteratura sportiva è avvenuto con Osvaldo Soriano, come per la maggior parte dei lettori della mia generazione; anche se devo dirti sinceramente che sono contrario ai generi letterari: creano dei pregiudizi che ti fanno perdere delle cose bellissime. Un po’ come avviene con i generi cinematografici: se non ti piacciono i film di guerra rischi di perderti i vari Soldato Blu, Salvate il soldato Ryan, Full Metal Jacket, così come se non ti piacciono i film western ti perdi Il piccolo grande uomo o Balla coi lupi. La stessa cosa succede con i libri. I generi sono delle gabbie che il lettore mette a se stesso. L’unica vera distinzione è fra libri belli e libri brutti. Grazie a Dio, io questo pregiudizio di genere non l’ho mai avuto. Potrei trovare interessante anche un libro sentimentale, tanto per dirne una. La letteratura sportiva se è letteratura, se è vera passione per la storia, se ha una bella ambientazione e ottimi personaggi, che si tratti di sport, guerra o amore è la stessa cosa.

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Un pilastro della letteratura sportiva e non solo

Perché, secondo te, è raro che un libro di sport diventi un best seller? Non trovi che la narrazione sportiva sia sottovalutata? Eppure si parla né più né meno che dell’uomo…

Sì, sono d’accordo. Credo dipenda dal fatto che il gesto sportivo in sé è talmente bello da vedere che si pensa che sia difficile raccontarlo da un punto di vista letterario. Perdere l’impatto visivo del gesto atletico rischia di ridimensionare il gesto stesso. Ma è vero anche che esiste una dimensione intima, psicologica del gesto sportivo che può tranquillamente sostenere un bel romanzo e una bella storia. E’ questo aspetto che si deve tenere sempre presente.

Come si racconta lo sport? Qual è l’ingrediente che non deve mai mancare?

L’epica. La grandezza eroica dello sport. Lo sport è l’unico evento moderno che conserva i tratti dell’epica; che conserva i tratti dell’eroe, della solitudine, della lotta per superare i propri limiti. Per cui l’uomo cerca di essere meno debole per arrivare a un obiettivo, anche se questo obiettivo è al di là della propria portata. L’epica è la vera dimensione che nello sport c’è e che invece manca negli altri aspetti dell’esistenza umana.

Poco più di un mese fa c’è stato il trentennale del primo scudetto del Napoli. In “Ti racconto il 10 Maggio” (racconto inserito anche all’interno de “Il Resto della settimana”), a mio parere l’apice narrativo è rappresentato dalla descrizione dei festeggiamenti di quel 10 maggio 1987. Ho trovato molto poetico che ad ogni violazione possibile e immaginabile del Codice della Strada non corrispose alcun incidente: un’armonia generata dal caos più totale. E Il lettore si trova spiazzato perché si domanda se occorra davvero poco per essere felici e superare tutte le difficoltà e le differenze sociali, o se il calcio è qualcosa di troppo potente per essere considerato solo un gioco…

Quello che bisogna capire è che il calcio è l’ultima grande passione collettiva, con il venir meno degli ideali politici, delle passioni civili, della solidarietà e delle altre passioni collettive. Quando eravamo studenti scendevamo in piazza per gli operai, gli operai scendevano in piazza per gli agricoltori, gli agricoltori scendevano in piazza per gli studenti. Adesso nemmeno all’interno della singola categoria c’è questa coscienza. L’unica passione che unisce – al di là del ceto e della cultura – è rimasta il calcio. Io parlo, però, del tifo a favore; perché il tifo contro è un altro tipo di passione collettiva condannabile ed esecrabile sempre. Ma il tifo a favore è un bellissimo momento di unità popolare, ed è una cosa che va tenuta in un’adeguata considerazione. Quando poi tutto questo si manifesta in una città che è l’unica grande metropoli che ha una squadra sola, nessuno rimane escluso. La vittoria dello scudetto del Milan esclude i tifosi dell’Inter; la vittoria dello scudetto della Juventus esclude i tifosi del Torino, a Torino; la vittoria dello scudetto a Napoli è la vittoria di Napoli. Questa cosa secondo me è molto rilevante, e rende lo scudetto del Napoli qualcosa di unico, di enorme. Il tutto in una metropoli enorme che per sua natura è portata alla festa e al casino. Quindi è la festa di quelli che fanno le feste.

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L’armonia dal caos: una città intera in festa per lo scudetto del 1987

Lo scorso 17 maggio c’è stato un altro anniversario, quello della conquista della Coppa Uefa (1989). Nei servizi e negli articoli dell’epoca, molti napoletani intervistati raccontavano orgogliosi che grazie al Napoli si stavano girando l’Europa intera, cosa che non avevano mai fatto prima. Anche questo è un potere del calcio, a ben vedere. Ti chiedo se anche la tua prima esperienza all’estero è legata al tifo e, se non è così, qual è stata la tua prima trasferta da tifoso.

La trasferta a cui sono maggiormente legato – anche se non è stata la prima – è quella di Monaco (Bayern-Napoli Coppa Uefa 1988-89). Io ero allo stadio quando Maradona si mise a palleggiare sulle note di Life is Life durante il riscaldamento. Credimi, quel palleggio è uno dei ricordi più belli legati a questa grande passione. Fu una dimostrazione di tranquillità, serenità e forza. E sono sicuro che fu quello a permettere al Napoli di affrontare a viso aperto il Bayern e di qualificarsi.

In occasione dello spettacolo di Alessandro Siani “Tre volte 10” tenutosi al Teatro San Carlo lo scorso gennaio, hai abbracciato Maradona. Lo so che è difficile, ma visto che sei uno scrittore, qualche parola che descriva compiutamente l’emozione provata in quei momenti forse riesci a trovarla…

Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal piede sinistro. Un piede normale, che aveva una scarpa normale, forse un mocassino. Sembrava quasi uguale all’altro. E io invece pensavo a tutto quello che quel piede era stato in grado di fare. Era come stare al cospetto di una reliquia. Non riuscivo a togliere gli occhi da quel piede.

Tra i napoletani e Maradona il rapporto è simbiotico, per cui Diego è intoccabile. Ti chiedo: quante volte sei stato costretto a prenderne le difese, nelle discussioni calcistiche e non, per via della sua vita privata? Ti sei sentito anche tu – come molti – una sorta di avvocato?

Migliaia di volte. Io ho cercato di far capire disperatamente alla gente che la tossicodipendenza era un qualcosa che influiva in negativo sulle sue prestazioni. Il discorso più sbagliato che si potesse fare era quello di pensare a Maradona come a un dopato. Giocava come giocava nonostante la droga, e non grazie alla droga. L’altro aspetto è che dal punto di vista personale uno può fare ciò che accidenti vuole. E che io se una persona cara fosse malata, preferirei portarla da un medico che come persona è scadente ma che è un bravissimo medico, piuttosto che da uno che è tanto una brava persona ma come medico è scadente. A me interessa Maradona per quello che ha fatto in campo. Per il resto è un uomo normale che sbaglia e che ha pagato sulla propria pelle tutti gli errori che ha commesso.

Unico e irripetibile

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Ti senti di subire una violenza quando dicono che Messi è più grande?

Sì. Ma mi dispiace per loro. Perché le persone che hanno visto questo campione sono meno fortunate di noi che abbiamo visto Quel campione. Non c’è discussione. Avere poi la consapevolezza di averlo visto giocare nella tua squadra ed esserne il capitano è una cosa indimenticabile. Quando io dico che se il Napoli meraviglioso di Maurizio Sarri vincesse il campionato e quindi coronasse il sogno di un’intera generazione di tifosi, noi comunque non spodesteremmo dal nostro cuore quel primo scudetto. Perché quel primo scudetto fu il primo innanzitutto. E soprattutto era lo scudetto del più grande campione di tutti i tempi, che aveva vinto un mondiale da solo, cosa che Messi – che pure può godere di una squadra nettamente più forte dell’Argentina dell’86 – non riesce a fare. Anche questo mi sembra indicativo.

C’è stato in quei meravigliosi sette anni un episodio, un capriccio che proprio non sei riuscito a perdonargli? Penso, ad esempio, alle bizze fatte per partire per Mosca… (Spartak Mosca-Napoli, Coppa dei Campioni 1990-91)

Ci sono cose che all’epoca mi dispiacquero molto. Ma tu sai che le storie d’amore lasciano solo le cose belle, per cui credo che all’interno di quel genio dovessero esserci anche queste contraddizioni. Ma se il prezzo da pagare per tanta bellezza era quello, secondo me era un prezzo giusto.

Allora, agganciando il passato al presente, qual è il tuo approccio circa la questione della maglia numero 10? Conservatore o progressista?

Ti sorprenderò, ma credo che la maglia vada assegnata. Innanzitutto credo che ogni generazione debba avere il proprio numero 10: non è giusto relegare a un tempo passato una cosa così bella come il numero 10. Il ragazzino che gioca per strada o nel proprio cortile deve sognare di poter indossare un domani la maglia del proprio campione. Non credo sia giusto privare i bambini del sogno di poter essere come Insigne, ad esempio. E questo è il primo punto; il secondo punto invece è che oggi il numero non è più distintivo di un ruolo: c’è anche chi indossa la maglia numero 99, per dire. Adesso il numero è identificativo del giocatore stesso, non del ruolo. Da ragazzini si diceva: io gioco a 5, io gioco a 7, io gioco a 9. Ora è tutto profondamente cambiato, perciò credo che la maglia vada assegnata. Mi piacerebbe tuttavia che questa assegnazione fosse fatta da Diego stesso. Cioè che fosse Diego a dare la maglia numero 10 a qualcuno, se gli va di darla. Perché quando tu ritiri la maglia la dai idealmente a quel campione.

NAPLES, ITALY - MAY 06: Lorenzo Insigne of SSC Napoli celebrates after scoring goal 3-0 during the Serie A match between SSC Napoli and Cagliari Calcio at Stadio San Paolo on May 6, 2017 in Naples, Italy. (Photo by Francesco Pecoraro/Getty Images)

L’identità trasversale di una città, un sogno chiamato Napoli

Dopo l’ultima giornata di campionato hai manifestato, in un post su Facebook, tutta la tua amarezza, se non rabbia, verso i cori discriminatori perpetrati da alcuni tifosi sampdoriani ai danni del popolo napoletano. Insomma la storia non sembra essere cambiata. All’epoca il Napoli veniva odiato perché vinceva, oggi perché gioca il miglior calcio d’Europa. Perché è così difficile da accettare che una squadra del sud – ma questo può valere anche per una singola persona e in qualunque ambito – possa distinguersi per meriti?

Il metro non è questo. Il Napoli non viene odiato perché gioca bene. Napoli è odiata perché è diversa dal resto del Paese: è l’unica metropoli del Meridione d’Italia. Metà di questa nazione, dal punto di vista territoriale, è rappresentata da quest’unica città. Nei confronti di Napoli viene convogliato il malanimo che si ha verso questa parte d’Italia. La cosa atroce è che anche dal Meridione d’Italia avviene questo. La cosa terribile è che i foggiani, nel momento in cui il Foggia sale in serie B, fanno i cori contro il Vesuvio. Questo è davvero inaccettabile. Io sono convinto che Napoli sia fieramente portatrice di una diversità, e che questa diversità ha delle parti bellissime così come delle parti terribili. In ogni caso credo che quest’odio sia uno degli atti più vigliacchi, più nascosti, più vili che si possano immaginare. Cioè io urlo il peggio di me perché sono nascosto tra la folla: questo mi rende un vigliacco. Questi cori sono fatti da vigliacchi. E che tutto ciò avvenga nell’acquiescenza e nel silenzio delle istituzioni sportive secondo me è una cosa di una gravità estrema. E’ veramente grave.

A questo punto non ci si deve meravigliare dello scarso patriottismo dei napoletani. Il 3 luglio del ’90 (al Mondiale italiano, ndr.) molti tifarono per l’Argentina, e forse non solo perché c’era Maradona…

Ma io credo che non ci sia niente di male. Se il popolo si riconosce in un eroe, perché quell’eroe non deve avere il sostegno di Napoli? Maradona era l’eroe dei napoletani, e li difendeva anche contro il resto dell’Italia. Non vedo per quale motivo i napoletani non avrebbero dovuto fare il tifo per il proprio campione, che poi tifare per Maradona non vuol dire tifare contro l’Italia. Parliamo sempre di tifo a favore e non di tifo contro.

Ora ti faccio la stessa domanda che hanno fatto a Sarri dopo ogni vittoria roboante, quindi una domanda piuttosto frequente: cosa manca a questo Napoli per vincere il campionato? Record di punti della sua storia, miglior calcio d’Europa, squadra meno battuta del campionato e superamento indolore della cessione di Higuain, eppure solo terzo posto. E’ un problema di natura tecnico-economica oppure si può dire che manca solo un quid di convinzione, dal momento che i punti decisivi sono stati persi con squadre sulla carta inferiori?

Credo che non si possono vincere tante partite con cinque gol di scarto e poi perdere punti in casa contro il Palermo. Non si può andare a vincere a Roma e a Milano e poi tra Sassuolo e Atalanta fare 2 punti su 12 disponibili. Tuttavia credo che il Napoli sia arrivato terzo correttamente. Non sono uno di quelli che dice che il Napoli sia stato defraudato. Anche i 14 rigori dati alla Roma non cambiano la sostanza delle cose. Io vorrei vedere più vittorie di misura, non lo vedo mai vincere per 1-0, che poi sono quei risultati che alla lunga ti fanno vincere i campionati. Il Napoli ha trovato un’armonia di squadra e di gioco spettacolare, ma se non gioca bene e non segna tanti gol non vince. Nella sfida diretta può battere chiunque, ma a lungo andare questa dipendenza dal bel gioco non ti fa vincere le partite decisive per il campionato. Ci vuole il cinismo, in certi casi. Da un altro punto di vista va detto che il Napoli non ha nessun fuoriclasse, e forse proprio per questo riesce ad esprimersi in maniera così corale. Credo che nessun giocatore del Napoli sarebbe titolare nei top club europei.

FLORENCE, ITALY - DECEMBER 22: Maurizio Sarri manager of SSC Napoli looks on during the Serie A match between ACF Fiorentina and SSC Napoli at Stadio Artemio Franchi on December 22, 2016 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

All’ideologo rivoluzionario manca solo un pizzico di machiavellismo…

Senti, uno degli ostacoli che si frappongono tra il Napoli e la vittoria potrebbe essere, paradossalmente, il troppo amore dei tifosi, ovvero l’esagerata pretesa di essere ricambiati? Mi spiego meglio: non credi che si sia parlato troppo del caso Higuain e che forse non parlarne, considerandolo un giocatore alla stregua di tanti altri, avrebbe comunque giovato a tutto l’ambiente?

Be’, non puoi perdere un giocatore del genere che stabilisce il record di reti in un singolo campionato della storia della serie A, 36, e non parlarne. E poi non è stata la cessione in sé, quanto il fatto che sia andato alla Juve. Le cessioni di Cavani – che a mio modo di vedere è più forte di Higuain – e di Lavezzi, ad esempio, sono state ‘solo’ cessioni. Ma cedere Higuain alla tua diretta avversaria, la Juventus, significa perderlo tu e aggiungerlo a loro. Rendi gli avversari doppiamente più forti. E’ inutile negare che se anche Mertens ha fatto 28 gol, in quel mese e mezzo di ‘sbandamento’ a causa dell’infortunio di Milik e dello studio del nuovo ruolo con tutti i movimenti da perfezionare, il Napoli ha perso quei punti che poi non è stato più in grado di recuperare.

Il caso Donnarumma (poi rientrato?) ti ha rimandato al caso Higuain o ha ti ha fatto apprezzare ancora di più il senso di appartenenza di Hamsik?

Forse anche qui ti sorprenderò, ma credo che sia legittimo che un professionista, Raiola, assista e svolga il proprio lavoro secondo il proprio interesse e quello del calciatore. Le bandiere come Hamsik e Totti hanno fatto delle scelte comunque molto convenienti dal loro punto di vista. Secondo me si abusa del termine “mercenario”. Ho l’impressione che si parli secondo criteri valevoli per gli altri. Se ad essere coinvolto fosse il proprio figlio gli si darebbe del mercenario? Se Donnarumma riesce a strappare un contratto ancora migliore rispetto a quello che gli offre il Milan – peraltro una società in ricostruzione che al momento non può offrire garanzie di competitività – secondo me fa bene ad accettare. Perché può darsi anche che fra qualche anno il ragazzo non mantenga le promesse del suo talento o che, qualora non arrivassero i risultati col Milan, vada soggetto a deprezzamento. Insomma, il treno sta passando adesso. Mi rendo conto, da un altro punto di vista, che i tifosi si incazzino. Legittimamente, aggiungo. Purché lo facciano senza violenza e senza eccessi, è chiaro. Non c’è niente di male nel fischiare un avversario quando viene a giocare nel tuo stadio. E’ alla base della passione per il calcio. Buffon a mio modo di vedere ha sbagliato a definire miserabili coloro che si sono rallegrati della sconfitta della Juve in finale di Champions. Primo perché non accettiamo lezioni di morale da Buffon, e poi perché ad esempio anche la Catalogna si è schierata a favore della Juventus e nessuno in Spagna ha detto niente. Non vedo perché in Italia ci dobbiamo rammaricare perché c’è qualcuno legittimamente contento che la Juve abbia perso la finale di Champions. Anche perché, nel caso, sarebbe stata una vittoria della Juventus, non dell’Italia. Non credo che ci si debba sentire meno italiani per aver fatto il tifo per il Real Madrid, quando poi nella Juve giocano tre italiani su undici.

Senti e invece, tu che con le parole ci lavori, cosa pensi della comunicazione di Sarri e De Laurentiis verso l’esterno e di quella interna tra loro due?

Io credo che il Napoli abbia delle carenze gravissime dal punto di vista societario. Il fatto che sia una società autocratica, con il potere interamente concentrato nelle mani del presidente, secondo me è un modo sbagliatissimo di gestire un club di calcio. Il fatto che non ci sia un dirigente che parli con la stampa, il fatto che nessuno abbia mai sentito la voce di Giuntoli, il fatto che Sarri stesso sia l’unico deputato a parlare e che quindi, in piena adrenalina da post partita, possa dire anche delle cose fuori dal seminato, sono tutti limiti oggettivi che ha il Napoli. E quindi è naturale, con questo tipo di gestione, che ci siano anche dei problemi interni. E’ anche vero – e lo dico da tifoso – che i risultati sono a favore di De Laurentiis, per cui alcune sue uscite sopra le righe, chissà, potrebbero pure essere servite a scuotere la squadra e a ottenere punti. Davanti ai risultati dobbiamo alzare le mani. Non solo. Napoli e la regione Campania in generale non hanno prodotto un imprenditore che fosse uno in grado di acquisire la società Napoli dopo il fallimento. Quindi di fronte a una classe imprenditoriale completamente inerte, dobbiamo accontentarci, essere felici e ringraziare ADL di essere venuto a prendersi il Napoli.

REGGIO NELL'EMILIA, ITALY - AUGUST 23: SSC Napoli president Aurelio De Laurentiis looks on before the Serie A match between US Sassuolo Calcio and SSC Napoli at Mapei Stadium - Città del Tricolore on August 23, 2015 in Reggio nell'Emilia, Italy. (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Il patron in primo piano, l’allenatore sullo sfondo

Generalmente i tifosi guardano solo le partite della propria squadra del cuore. Volevo chiederti se anche tu ti uniformi a questo orientamento o se invece guardi anche altre partite, e se c’è un giocatore avversario o una squadra, sia del presente che del passato, che stimi particolarmente.

No, no. Io le guardo le altre partite, il calcio lo adoro. Mi fermo anche a guardare i ragazzini che giocano per strada, figurati. Sono un appassionato di calcio totale. Se si parla di amore, amo solo il Napoli. Mentre se si parla di stima, il primo che mi viene in mente è Alex Ferguson e il suo modo di gestire, come un padre burbero e con così tanta continuità, il fantastico Manchester United. Così come sono stato sempre affascinato dalla storia del Grande Torino. Tra i giocatori, ho stimato molto Totti, Baresi, Roberto Baggio, tutti campioni straordinari. Però per loro ho nutrito solo stima, l’amore lo riservo ai giocatori in maglia azzurra.

Riusciresti a scrivere di questi giocatori, dal momento che non ne sei emotivamente coinvolto?

Credo di sì. Anche se io farei un discorso diverso. Io in genere scrivo spalle al campo, ovvero sull’effetto che il calcio fa sulla gente che lo guarda, raramente scrivo di calcio immaginando il campo. E quindi Napoli è una dimensione dello spirito che io racconto, per cui forse mi sarebbe difficile raccontare altre realtà. Però, perché no, se ci fosse una bella storia, magari su un bel campione straniero del passato, potrei provarci, questo sì. Viceversa non riuscirei a celebrare la carriera di Dino Zoff, per dirti, che pure ha giocato nel Napoli, ma che i grandi successi li ha ottenuti con una squadra di cui adesso non ricordo il nome (ride, ndr.). Mi risulterebbe difficile raccontare dei campioni che hanno vinto anche contro il Napoli, onestamente.

Tra il Commissario Ricciardi, i Bastardi di Pizzofalcone e adesso anche i Guardiani, i tuoi lettori possono aspettarsi qualche altro intermezzo sportivo? Il gioco del Napoli di spunti sembra offrirne…

Io scrivo di sport sul Corriere del Mezzogiorno con grande gioia e con grande divertimento, per cui la mia passione quotidiana si esprime lì; se invece dovesse accadere qualcosa di epico istintivamente mi ritroverei a scrivere di questo…