Schiacciato tra due super potenze economiche, politiche e sportive quali Russia e Cina, c’è un Paese grande 8 volte l’Italia, popolato solo da tre milioni di persone con la densità abitativa più bassa dell’intero globo terraqueo: la Mongolia. Della Mongolia si sa pochissimo, a parte qualche racconto sulla sua storia millenaria tramandato da Marco Polo ed il frate francescano Guglielmo di Rubruck. Echi lontani di racconti gonfiati dalla voglia di miraggi e meraviglie, nemmeno oggigiorno smettono di arrivare dalla terra di Xanadu.

“Kublai [Khan] domanda a Marco [Polo]: — Quando ritornerai a Ponente, ripeterai alla tua gente gli stessi racconti che fai a me?
— Io parlo, parlo, — dice Marco, — ma chi m’ascolta ritiene solo le parole che aspetta. Altra è la descrizione del mondo cui tu presti benigno orecchio, altra quella che farà il giro dei capannelli di scaricatori e gondolieri sulle fondamenta di casa mia il giorno del mio ritorno, altra ancora quella che potrei dettare in tarda età, se venissi fatto prigioniero da pirati genovesi e messo in ceppi nella stessa cella di uno scrivano di romanzi d’avventura. Chi comanda al racconto non è la voce: è l’orecchio.” – Italo Calvino, “Le città invisibili”

 

“Accade”, da “Tabula rasa elettrificata” (1997) l’album del Consorzio Suonatori Indipendenti composto dopo il suggestivo viaggio in Mongolia del c.d. nucleo emiliano della band, ovvero Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni

 

Distanze infinite, clima ostile, una cultura agli antipodi rispetto a quella occidentale. Lande sterminate, deserti rossi come il fuoco frustati dal vento, altopiani popolati solo forme di vita non umane, laghi che segnano confini invalicabili ed ancora oggi sacri sono abitati da un popolo fiero ed antico, tutt’ora nomade nell’animo ma che è costretto a fare i conti con la modernità che avanza e con dei vicini alquanto importanti ed ingerenti. Nulla è facile in Mongolia, dal procurarsi il cibo, allo spostarsi nella steppa innevata, al domare gli animali o, semplicemente, divertirsi. Tutto questo però ha generato degli uomini e delle donne forti, impavidi, instancabili che altro non sono che dei moderni guerrieri dei grandi Khan…e in perfetta continuità con l’origine bellica del gesto atletico, sono anche degli sportivi eccezionali.

 

Il deserto del Gobi, 2018 ©Giacomo Amorati

 

In Mongolia lo sport non è fine a se stesso. Le attività quotidiane dei nomadi sono le attività sportive tradizionali: tiro con l’arco, corsa con i cavalli e lotta (il Khapsagay). Lo sport è sopravvivenza, immersione totale nella natura, assecondarla e non opprimerla, rispetto di ogni essere vivente: lo sport viene sublimato come via per il Nirvana. La lotta è lo sport nazionale, benché per tradizione abbia regole e metodologie tutte loro, con una ritualità ben definita che ripercorre gesti della mitologia ed espressioni faunistiche degli altopiani mongoli. Negli anni sono stati in grado di non abbandonare questa tradizione ma allo stesso tempo di adattarsi e competere con le varianti olimpiche della lotta quali lotta libera, greco-romana ed il Judo. Ai Giochi Olimpici queste discipline sono il maggiore serbatoio di medaglie per il paese asiatico, come testimoniano i 2 ori a Pechino 2008. Il pugilato, invece, viene praticato con una certa frequenza benché sia considerato minore e non proprio nobile secondo la cultura mongola, ma la prestanza fisica e la durezza di questo popolo li fa eccellere sia a livello continentale sia a livello olimpico.

 

La strada per Erdenet, d’inverno, 2018 ©Giacomo Amorati

 

Sotto la grande famiglia della lotta vi è anche il Sumo, nonostante sia la lotta tradizionale giapponese, i recenti yokozuna (in parole povere il campione dei campioni) sono tutti mongoli, così come il lottatore di Sumo più vincente di sempre: Dolgorsürengiin Dagvadorj, ribattezzato “il drago blu del mattino”. Dagvadorj in soli 10 anni di attività ha raccolto 25 titoli in totale: per sconfiggerlo hanno dovuto ingiustamente squalificarlo e lui per dimostrare la sua tempra si ritirò scontata la squalifica, tale era l’orgoglio per aver subito un’ingiusta punizione. A completare la leggenda di questo personaggio vi è un ulteriore fatto: quando il mondo del Sumo giapponese venne sconvolto da uno scandalo scommesse uno dei pochissimi ad uscirne pulito fu proprio Dagvadorj. Questo aneddoto è esplicativo di come lo sport sia una cosa seria in Mongolia: nulla è banale, l’agone sportivo viene affrontato con rispetto e dedizione, è un compito quasi religioso. Una particolarità legata a questo aspetto ieratico sta nel fatto che i mongoli hanno insito in loro un fair play invidiabile, un rispetto talmente profondo da assumere – appunto – una dimensione quasi sacra nei confronti degli avversari e degli arbitri.

 

La superficie giacciata del lago di Khosvogul, 2018 ©Giacomo Amorati

 

Tra gli sport occidentali i mongoli seguono poco il calcio, mente hanno una vera e propria mania per il basket NBA, trasmesso in chiaro tutti i giorni: la stessa lega nazionale di pallacanestro si chiama MNBA (Mongolian Nationals Basket Association), ma l’esterofilia termina qui, dato che gli sport tradizionali restano al centro della popolarità. L’apice della stagione sportiva è a luglio quando ci si affronta per il Nadaam, la festa nazionale in cui i migliori atleti ed atlete del paese si affrontano in due giorni di sfide serrate nelle discipline classiche: si praticano il Khapsagay, la spettacolare lotta tradizionale mongola, e il tiro con l’arco, sia a piedi che a cavallo. Caratteristica particolare della manifestazione è che le discipline tradizionali non sono affatto interdette alle donne, anzi. La loro partecipazione è ristretta solo con la lotta tradizionale, mentre le ragazze partecipano alle gare ippiche e le donne adulte possono partecipare alle gare di tiro con l’arco.

 

Ragazzine mongole imparano l’arte del tiro con l’arco. ©T. Voekler – CC BY-SA 3.0

 

In palio non ci sono denaro o fama, ma si compete per la maggior gloria dei Khan. Il Nadaam si tiene da più di tremila anni, secondo solo ai Giochi Olimpici di origine greca, e da otto secoli è anche l’occasione per rievocare le gesta di Gengis Khan, l’orgoglio della Mongolia. Il culmine della festa si raggiunge nelle gare di una lotta tanto dura quanto spettacolare, in cui cinquecento uomini si battono in modo brutale e senza categorie per conquistare il titolo di Leone della Mongolia.

 

Cerimonia del Nadaam a Ulan Bator nel 2006. Foto: Vidor – Wikipedia.

 

Tutto questo è molto lontano dai canoni europei e occidentali, ma ci fa carpire qualcosa in più di un popolo lontano ed affascinante, costretto a fare i conti con la modernità che incalza a ritmi serrati: velocità supersoniche se paragonate alla lentezza elegante di un nomade della steppa o di un cacciatore dell’Altai. Una lentezza che è profonda pietas, ancora una volta simbolo di uno spirito fiero ed indomito che non si può comperare con gloria terrena, fama da rivista patinata o con banale denaro. Lo si forgia nel deserto e lo si eredita dal grande cielo blu che sovrasta la sconfinata Mongolia, patria di Khan, nomadi e uomini veri.