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Leonardo Arigone
28 Maggio

El fútbol vuelve a casa

Il calcio è argentino, non inglese.

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Fa sinceramente paura leggere questa mattina alcune analisi, e soprattutto commenti, alla vittoria per 1-0 del Manchester City sull’Atletico Madrid; anzi di Guardiola su Simeone, perché pare che solo di questo si tratti. È inquietante vedere come il calcio in questo sia uno specchio perfetto della società, e riproponga un metodo ormai proprio degli ultimi anni: quello dell’opposizione irriducibile, dello scontro colmo di ideologia, della delegittimazione e dell’insulto dell’avversario. Ormai quando si parla e si scrive di pallone è come se lo si facesse della campagna di vaccinazione, della guerra in Ucraina o di cose ben più importanti: si alternano toni messianici, accuse, odi più o meno sopiti, mentre chi prova a ragionare senza schierarsi viene travolto dalle orde radicalizzate, con la bava alla bacca e il fucile (metaforico) alla mano. Un’escalation che racconta molto dello stato delle nostre società.

Questa mattina infatti i sostenitori di Guardiola, di una certa concezione di calcio (?) dovrebbero essere i più soddisfatti del risultato maturato all’Etihad. Il City non solo ha vinto ma ha dominato, dimostrando una superiorità spaventosa e suggellata dalle statistiche: 15 tiri a 0 (di cui in porta 2 a 0), 9 calci d’angolo a 0, 71% di possesso palla contro 29%; ma al di là dei dati più visibili un controllo del gioco pressoché totale e un Atletico più che rintanato nella sua metà campo, con i suoi giocatori incapaci di uscire e che, appena provavano a ripartire in contropiede, venivano aggrediti con «la velocità supersonica di certi recuperi-palla dei “Blue Moon”: un rapporto cacciatori-lepre, almeno quattro contro uno», per citare Roberto Beccantini.

Invece, i giochisti estremisti sono i più arrabbiati. Abbondano articoli e commenti colmi di risentimento e frustrazione, che alla sconfitta sportiva del Cholo e dei suoi vogliono aggiungere l’annichilimento e la condanna morale.

È lo stesso atteggiamento di Adani& co, i quali dicono testualmente: “la verità ce l’abbiamo noi e ve la diamo noi”. È come se si sentissero eletti, rappresentanti dei lumi (il gioco propositivo) contro le tenebre (quello reattivo), fautori dell’uscita dell’uomo e del calcio dallo stato di minorità, crociati del progresso contro il regresso. Non è solo un’ideologia calcistica che vuole sconfiggere l’avversario, ma che mira proprio ad eliminarlo: fosse per le truppe radicalizzate e talebane del bel gioco, quelli come Simeone non solo dovrebbero perdere sul campo (più che legittimo) ma non dovrebbero proprio più esistere; sarebbero tenuti a scomparire dalla faccia dalla terra e dalle competizioni internazionali, per il bene del calcio. È questo che fa paura .

La partita di ieri sera in un’immagine

Così decine di siti aprono con i presunti virgolettati di Guardiola: “L’Atletico ha una difesa preistorica”, e c’è chi si spinge ancora più in là: “il 5-5-0 è roba da preistoria”. Peccato che Guardiola queste cose non le abbia mai dette. Semplicemente a fine partita ha dichiarato: «attaccare due linee di cinque uomini era molto difficile nella preistoria, resta molto difficile anche adesso e lo sarà anche tra centomila anni, non c’è spazio. Loro sono molto competitivi, difendono bene e non c’è spazio. Stile? Non ha vinto nessuno stile». Interpretazioni però necessarie ad alimentare il ‘personaggio Guardiolamessia e profeta del bel gioco e del progresso, da lui stesso più volte – e con decisione –rifiutato. Come nella conferenza stampa pre-partita, quando ha tagliato corto:

«Questo è un dibattito stupido. Lui vuole vincere, io voglio vincere. Chi vince ha ragione».

Un dibattito stupido, perché questo è il punto: ogni squadra cerca di vincere nel modo che conosce. L’Atletico con un 5-5-0 da bloccare la digestione, il City con il possesso palla prolungato e il movimento e la qualità dei suoi interpreti. Come ha detto Simeone, replicando a Guardiola: «Attaccare un 5-5-0 è difficile? È lo stesso giocare contro una squadra che attacca molto bene. È molto difficile avere una squadra come quella che hanno loro: escono tre giocatori bravi e ne entrano tre migliori. Abbiamo usato i nostri strumenti, contro quelli che aveva il rivale». E allora perché all’estetica dobbiamo sempre unire l’etica? Perché chi gioca un calcio più godibile è migliore, anche moralmente e intellettualmente, di chi ne gioca uno più rude (il tutto considerate anche le armi a disposizione)?

E ancora per quale motivo non possiamo accontentarci di una vittoria, o accettare una sconfitta, senza usare grammatiche belliche di annientamento? Fa un po’ sorridere in tal senso la presunzione dei jihadisti del bel gioco (una minoranza ma comunque rumorosa) che pretendono che il calcio debba essere offensivo perché spettacolare. Per “alimentare lo spettacolo”, come scrive Maurizio De Santis per Fanpage, che parla dello stile del Cholo come di un «“me ne frego” urlato in faccia agli esteti del calcio moderno, ai teorici della costruzione dal basso, ai fini dicitori del possesso palla, al tentativo da parte della Uefa di alimentare lo spettacolo archiviando la regola del gol in trasferta».

Oggi d’altronde si deve venire incontro alle esigenze dello show, e quindi di chi deve vendere il prodotto, anche quando magari si tratta di una grande squadra contro una piccola: quest’ultima da sempre ha solo un modo per strappare i punti se la qualità è nettamente sproporzionata, mettersi tutti dietro e sperare nell’episodio. No, invece la Salernitana a San Siro è tenuta a proporre uno stile di gioco propositivo perché è più degno, più nobile – in realtà più vendibile.



Eppure lo spettacolo non può diventare l’unica discriminante per giudicare una partita di calcio, con tutto che resta un carattere soggettivo e difficilmente elevabile a regola o sistema. Inquieta allora come proprio non si riesca ad accettare l’idea che una squadra nettamente inferiore, come l’Atletico Madrid di ieri, si trinceri nella propria metà campo: come si valuti ciò motivo di vergogna e disonore, di nuovo nel problema di dover necessariamente far combaciare l’estetica con l’etica. Anche perché oggi sembra che tutto dipenda esclusivamente dalla testa dell’allenatore: un altro sintomo di una società ultra-cerebrale, maniaca del controllo, che deve sempre darsi una spiegazione per qualsiasi fenomeno – come se poi in campo non ci andassero i giocatori, e gli undici dell’Atletico valessero quelli del City.

Così si tende anche a dimenticare che ieri, tornando alla fredda cronaca del rettangolo verde – oltre le interpretazioni, gli 0 in tiri in porta dell’Atletico, il dominio del City –, la partita è stata infine decisa dai cambi: De Paul, Correa e Cunha entrati (chi più chi meno male) per i Colchoneros al 60′, Grealish, Gabriel Jesus ma soprattutto Phil Foden entrati per i Cityzens al 68′. Perché ai primi 15-20 minuti, in cui il dominio del possesso del City sembrava portare squilibri nella difesa biancorossa, ne erano poi seguiti circa 40 in cui sì la squadra di casa era in totale controllo del pallone, sì gli ospiti non riuscivano a ripartire, ma nei quali gli uomini di Guardiola non erano riusciti a creare neanche un’occasione da gol.

Anche qui naturalmente sta la bravura degli allenatori, nell’inserire uomini giusti al momento giusto, cercando di metterli nelle condizioni migliori – a maggior ragione per un allenatore storicamente non amante delle sostituzioni come Pep.

Ieri infatti la partita è stata decisa e spaccata da Phil Foden, autore innanzitutto dell’imbucata da biliardo per il gol di quel fenomeno di De Bruyne, ma anche di un altro paio di giocate incisive e da stropicciarsi gli occhi (lo slalom destro-sinistro sulla linea di fondo con il pallone messo poi al centro dell’area, e il passaggio di esterno sinistro, illuminante e tottiano, allo stesso De Bruyne di qualche minuto dopo). Questo non toglie nulla al dominio del City, e neanche all’atteggiamento a tratti irritante dell’Atletico, ma oggi sembra quasi che sottolinearlo sia una parziale giustificazione al “difensivismo”. Come se ci trovassimo in una narrazione di guerra, e non ci fosse spazio per i distinguo ma ci si dovesse schierare senza se e senza ma con “Guardiola che distrugge Simeone” (neanche si parlasse dell’Ucraina). Purtroppo è questo il grado di ideologia a cui siamo arrivati, e tornare indietro sembra una missione impossibile.

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Leonardo Arigone
28 Maggio

El fútbol vuelve a casa

Da venticinque anni, dopo ogni vittoria dell’Inghilterra nelle competizioni calcistiche internazionali, non ha cessato di levarsi un coro, quasi sussurrato timidamente nelle fasi iniziali dei tornei e mai ancora cantato a squarciagola dopo una finale: football’s coming home – il calcio sta tornando dove degli accademici del Trinity College di Cambridge ne hanno formalizzato le regole a metà Ottocento. Prima della semifinale dell’ultimo Europeo tra Inghilterra, padrona di casa, e Danimarca, il portiere danese Kasper Schmeichel, canaglia già abituata a sovvertire le gerarchie con il provinciale Leicester campione d’Inghilterra nel 2016, ha posto una domanda decostruzionista: “has it ever been home?” – esiste un’origine pura e incontaminata? il fondamento è effettivamente inconcusso?

Fuori casa, estroflessi verso gli oceani, gli Inglesi hanno costruito la loro talassocrazia. Tra i prodotti esportati dai colonizzatori anglosassoni, insieme a valori occidentali quali sfruttamento, diseguaglianza, violenza e discriminazione, rientra il football, che attecchisce così bene sulle coste del Río de la Plata – tra Buenos Aires e Montevideo – da guadagnarsi già a inizio Novecento la storpiatura in “fútbol”. Le difficoltà degli ispanofoni con l’inglese, del resto, sono note; e non è raro imbattersi ancora in Argentini che si vantino di non parlare la lingua di Shakespeare con il divertente understatement

sólo conozco tres palabras en inglés: «yankees go home»”.

Dai porti di Buenos Aires, dove gli operai inglesi invitano i colleghi argentini a trascorrere il dopolavoro calciando un pallone, il fútbol infesta l’intera Argentina risalendo l’interior lungo le linee ferroviarie costruite dagli Inglesi stessi per favorire il trasporto di carne da rivendere nel Regno Unito. Si dice che gli Argentini siano Italiani che parlano spagnolo e che sognano di diventare Inglesi. La fascinazione albiceleste con i sudditi della monarchia britannica è iscritta nella genealogia della cultura argentina. Inglesi erano infatti la bisnonna paterna di Juan Domingo Perón e la nonna materna di Jorge Luis Borges, che ha insegnato l’amore per la letteratura di lingua inglese a generazioni di Sudamericani.

Le squadre argentine più note portano nomi indubbiamente inglesi: la traduzione inglese di Río de la Plata – River Plate – trova un pendant nel nome che i ragazzi del quartiere de La Boca si sono dati – Boca Juniors. E poiché ogni padre suscita un’ambivalenza emotiva che oscilla tra l’ammirazione incantata e la pulsione omicida, non di sole affinità è il rapporto dell’Argentina con gli Inglesi: l’espulsione ingiustificata di Antonio Rattín nel Mondiale del 1966 in casa dell’Inghilterra, che prefigura il gol fantasma di Geoff Hurst in finale contro la Germania Ovest – unica volta finora che il football sia tornato nella sua presunta home –, l’irredentismo delle Malvinas e la partita di colpa e redenzione di Diego nel Mondiale del 1986 sono tutti elementi dell’epica argentina. È accertato anche che la famiglia Guevara di Rosario, città di un milione di abitanti di cui almeno trecentomila trequartisti, fosse di origini irlandesi – altro popolo cattolico con un rapporto non lineare con Albione.



Per un mimetismo comune a tutte le relazioni tra colonizzatore e colonizzato, gli Argentini si appropriano del gioco inventato dagli Inglesi e lo trasformano. I lanci lunghi e la rude fisicità del football inglese vengono sublimati in Argentina in gesti tecnici e piroette non dissimili da quelle del balletto classico, che nella Buenos Aires degli anni Venti può essere apprezzato in un numero di teatri d’opera superiore anche a quello di Parigi. Il distacco intellettualistico degli Inglesi nei confronti del calcio viene poi ecceduto dal sentimentalismo descamisado del tifo argentino, che ancora oggi ispira i ritmi e le movenze delle curve del resto del mondo.

Se gli Inglesi hanno inventato il calcio, nel Cono Sur si è inventato l’amore per il calcio.

Non un’isola incastonata nell’Atlantico, ma le due nazioni affacciate sul Río de la Plata – Argentina e Uruguay, non a caso le più titolate del subcontinente – hanno consegnato al mondo futbolero il giocatore più forte – il bionico Lionel Messi –, il più grande – la divinità fallita Diego –, il più influente – quell’Alfredo Di Stéfano che fa vincere al Real Madrid le prime cinque Coppe Campioni della storia grazie ai principi di gioco appresi nel River Plate – e la vittoria della partita più famosa di sempre – il Maracanazo, l’unico match calcistico a godere di un nome proprio.

Un solo gesto tecnico non è stato sperimentato nei potreros sudamericani e poi esportato in Europa, ma al contrario è autoctono del Vecchio Continente: la veronica, nata tra l’altro nella città più meticcia d’Europa – Marsiglia. Un’interruzione dunque taglia la discendenza diretta tra l’Inghilterra e il calcio; un supplemento spurio inficia la verginità dell’origine anglosassone del gioco; una contaminazione meridionale e latina parassita la narrazione ufficiale della genesi protestante del football. La dialettica padrone-servo si risolve in favore di quest’ultimo; la traccia che dovrebbe seguire l’arché in realtà la precede. Il football ha anche una cara sucia. Il fútbol, invenzione rioplatense praticata per la prima volta in Inghilterra.


Nell’immagine di copertina il murale realizzato a Morón, Buenos Aires. Foto da deramosdigital.com.ar


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