Carrello vuoto
Italia
Jacopo Gozzi
30 Giugno

La guerra, le legioni romane e il Metodo di Vittorio Pozzo

Se la tattica calcistica è specchio delle tattiche belliche.

Ultime

Tutte
Calcio
Altri Sport
Papelitos
Interviste

Editoriali

Sono qua, piantato, mi pare da sempre. Sermonti, Diego Sermonti, portiere degli Azul. Avrò segnato 37mila gol, giocato 500mila derby, parato un milione di tiri, e subito un milione di gol, eppure ancora ho mal di stomaco appena sento la bola cadere sul campo. Facevo le ripartenze dal basso quando La Volpe era bimbo e veniva a vedermi giocare, impostare, respingere o provare. Con me Chilavert ha capito come tirare le punizioni. A Higuita, poi, ho spiegato che il suo scorpione è solo una rullata.

Il fútbol è così: sguardo, tecnica, sostanza, ripetizione. Azione che si ripete. L’emozione no, quella cambia sempre, potrei dire con Maradona che la palla non si macchia, anche se su certi campi sì, e l’emozione non si ripete, un rivolo di sudore in più, un centimetro in meno, una sponda sbagliata, e via così, fino alla fine.

Ho cominciato a Rosario, un pomeriggio di pioggia, grazie a Roberto Fontanarrosa, anche se ho radici francesi, tedesche e persino italiane. Col sole e con la pioggia, ho sempre cinque uomini davanti, due a difesa e tre contro. La banda rossa, con un paio di loro quanta stima, con altri meno. Il centrocampista che ti fa gol, lo odi sempre, perché ti fa sembrare cieco, vi ricordate quando lo dicevano di Zoff? L’ho conosciuto, un monumento mobile, come i tram di San Francisco.

Stare in campo non è mai semplice, al massimo ti sembra di conoscere i movimenti degli altri, ogni partita è un déjà-vu che ti tradisce, se ci pensi ti angosci; se non ci pensi: guardi le birre intorno e le facce di quelli che le bevono, può essere anche peggio, io seguo la bola, e seguendola resto attento. Ogni gol ha un suono, alcuni li senti fischiare come certi fuochi d’artificio, altri sibilano e poi mordono i lati, diagonali irraggiungibili, altri sono sporchi, partono da un contrasto, uno STOMP, e poi diventano perfezione. Ogni gol è una menzogna di sostanza. Puoi sempre rifarti, rigiocare, ma in quel momento non riesci a pensare ad altro che all’inganno, e poi al suono, e poi all’inganno, tanto che spesso prendi il secondo mentre stai ancora pensando al primo.


Altro che videopoker e macchine della solitudine. Il biliardino è comunità, azzardo orizzontale.



Io li riconosco subito i portieri, siamo una specie a disagio, solitari e pensierosi, goffi – anche il più bello – abbandonati alla sorte ed esposti all’irrisione, un po’ gatti e un po’ coglioni, anche se tutti ci vedono eroi, io, per dire, stando in porta con una bionda che mi guarda: non penso a Camus, al Che, a Juan Pablo Segundo, che tutti nominano sempre, ma a Philippe Petit, perché mi sento funambolo anch’io, sospeso sulla linea, con l’ombra alle spalle, in attesa d’essere freddato da un tiro, umiliato da un rimpallo, castigato da un errore.

È dura la vita del portiere. Il sole barbaro ti mangia gli angoli, la pioggia ti sega le traiettorie, e persino quando tutto sembra meteorologicamente in ordine: ti senti a disagio.


Poi io sono un portiere che dipende dalle mani di un altro, capisco tutto dall’impugnatura, sento la presa e so come andrà a finire, chi mi deluderà e chi no, è difficile che io sbagli, con gli altri nel campo lo chiamiamo “l’ufficio mani”: dal dettaglio indoviniamo carattere, ceto, e spesso anche partito politico e orientamento sessuale.


Il biliardino è la replica di un gioco di piedi, il fútbol, attraverso le mani, un ossimoro, dove l’unico che nel gioco può usarle nella replica non le ha, certo nemmeno gli altri le hanno o in alcuni casi le portano lungo i fianchi come sentinelle senza fucile, ma per loro è più facile, si evitano i rigori. Ecco, il nostro è un fútbol senza rigori né punizioni ma con le sponde, poco gioco aereo – Pep Guardiola: non ti sei inventato niente –, giusta distanza e più ritmo di Jürgen Klopp.


Si arriva a sette, a nove, a undici, su tre partite, o due, dipende dai tornei, ma quello che dà fastidio è chi suda, di mani, e appiccica tutto; prima eravamo anche l’unico sport dove si fumava in campo, e pure tanto, che a volte sembrava di giocare nella nebbia della Yugoslavia. Ci sono anche da noi i simulatori e gli imbroglioni – dove se in famiglia il padre ruba anche il figlio a un certo punto la butta via – ma è più difficile. Gli antipatici e gli stronzi, i simpatici fino a quando non ti segnano, e quelli che ci restano anche dopo il gol.


La bola ha rimbalzi e tocchi e direzioni che sembrano sempre le stesse ma con una diversa imprevedibilità, le desideri, perché è nella crescita delle difficoltà generate dalla bola che ti diverti. Io le cose migliori le scopro quando giocano i bambini, che mi costringono a gesti sbilenchi, strappi, acrobazie da clown e a scene da vecchi film del muto. La lotta è uguale, con meno possibilità e più fantasia, a biliardino devi guardare a orecchio, in fondo a un passaggio ci può essere di tutto, più che in un passaggio vero. È nella bugia che esiste il racconto, se penso agli attori che vogliono fare solo se stessi, nessuna trasposizione di genere, mi appare chiaro che non hanno capito che la forza del cinema sta nel suo essere menzogna. Così quella del gioco nell’accettare regole e limiti.

Il calcio è cinema naturale, il biliardino è teatro sperimentale.


Una volta ho avuto l’onore di servire Maradona, non so come era capitato nel mio bar, ma fin dall’impugnatura ho capito che c’era un altro mondo a possedermi. Una luce che mi cadeva sotto i miei piedi da funambolo, era il suo sguardo quando faceva traghettare il pallone tra i difensori. Il suo desiderio di stare in porta era esplorazione dell’altro, qualcosa tra Oliver Sacks e Walter Bonatti. Nessuno mi ha segnato. Abbiamo vinto, anche se davanti giocava Pelé. Come ho parato a Zidane più tiri di Buffon, riusciva a roulettare anche al biliardino, monacale, e difficilissimo da tenere. Ma chi gioca sa che solo le macchine sono facili da marcare.


Mi dicono che in Italia hanno provato a considerare il biliardino come gioco d’azzardo, poi hanno ritrattato, ma lo è sempre stato. L’azzardo di immaginare e aggregare, è pericoloso, per questo in quasi tutti i bar del mondo i giochi che aggregavano sono scomparsi in funzione delle macchine sputasoldi. Un biliardino non lo puoi fermare. Perché come il calcio è difficile da bloccare. Wembley, Maracanà. Bombonera, eccoli qua immaginati da un operaio, un bambino, un nullafacente, un calciatore infortunato per sempre, un sovrappeso che va di rovesciate e Borges che para.

Il biliardino è Ray Charles che guida, ve lo ricordate no? dov’era in Islanda?, o chissàdove, contava solo l’esserci, e poterlo fare, con la menzogna, il trucco, e chissenefrega. L’Italia era il paese che mentre vinceva il mundial in Spagna nel 1982, oltre a rompere le palle a Bearzot, vietava ai suoi bambini di giocare a calcio nelle scuole, nelle piazze, sui sagrati delle chiese, dimenticando che tutti, proprio tutti – santi, poeti, navigatori, paolorossi e gigiriva – lo avevano fatto. Clandestini.


Il calcio è stato a lungo una delle uniche rivelazioni, in alcuni paesi era la verità assoluta, in altri la più grande delle bugie, e il biliardino seguiva a ruota, come replica in piccolo di quella vertigine orizzontale, mani che sognano d’essere piedi, e io sono ancora qua, piantato come un albero, con le mie paure di portiere, nessuna mano per gli autografi, la consapevolezza d’essere una specie a disagio e un lato sempre scoperto dal quale arrivano i tiri che non riuscirò mai a parare.

Tifo

Tifo
Nicole Pezzato
9 Giugno

A Venezia i bambini non tifano l’Unione

Marketing, sabermetrica ed una società confusa.
Tifo
Domenico Rocca
4 Giugno

Nel nome di Antonio De Falchi

04/06/1989: il buio a San Siro.
Tifo
Alessandro Imperiali
3 Giugno

È tornato il derby della Capitale

A Roma si respira un'atmosfera antica.

Podcast

Ep. 10
Minuti 15
23 Febbraio

Il più sudamericano dei nove italiani

Cultura

Massimiliano Vino
29 Giugno

Il tifoso Giacomo Leopardi

In una giornata autunnale nell’anno 1821 un giovane dalle maniere oltremodo composte, dallo sguardo abissale e dalla camminata furtiva si aggirava per le strade della cittadina pontificia di Macerata. Dopo un primo fallimentare tentativo, era riuscito finalmente ad evadere dalla propria abitazione distante pochi chilometri, nel paesino di Recanati.

Contemporaneamente, a pochi passi da lui, un altro uomo praticamente della sua stessa età si muoveva in tutt’altro clima, accolto da una folla di centinaia di uomini, donne e ragazzini di diversa estrazione sociale; erano tutti in paziente attesa di vederlo all’opera. Insieme, il recanatese e il suo celebre coetaneo fecero il loro ingresso, il primo dalla parte del pubblico, l’altro dirigendosi verso gli spogliatoi, nel più importante edificio cittadino: lo Sferisterio. Qui non uno spettacolo teatrale, né una rappresentazione musicale li attendeva.

Carlo Didimi, eroe anche di Giacomo Leopardi
Al centro, Carlo Didimi si appresta a battere (4 Live)

L’imponente architettura era stata progettata per ospitare il più popolare sport con la palla della penisola italiana di quel tempo: il pallone col bracciale. Quell’uomo, trascinato dalla folla ed acclamato ad ogni gesto, si chiamava Carlo Didimi. Colui che definiremmo oggi un fuoriclasse del pallone, oggetto di venerazione e di entusiasmo, era consacrato ad una gloria che difficilmente sarebbe spettata a qualunque altro mestiere al mondo, almeno a quel momento.

Ne era consapevole il giovane recanatese, il cui sguardo incrociò quello di Didimi; a lui era destinata una gloria differente, una fama tributata a posteriori nel campo delle lettere. Quando ancora non era nessuno, il giovane Conte Giacomo Leopardi scorse nelle possenti azioni e nei lanci precisi di quell’atleta le fattezza dell’eroe contemporaneo:

«Te l’echeggiante

Arena e il circo, e te fremendo appella

Ai fatti illustri il popolar favore;

Te rigoglioso dell’età novella

Oggi la patria cara

Gli antichi esempi a rinnovar prepara». (1)

Manifestazione sportiva, lirica e mitologica al tempo stesso, il pallone col bracciale era considerato perciò l’ultima espressione trascendentale di un tempo anti-eroico sovente denunciato da Leopardi stesso. Come non pensare a tal proposito a Pier Paolo Pasolini che definì il calcio, erede del suddetto sport con la palla in ordine di popolarità in Italia, l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo.

Allo stesso modo in quella attesa accresciuta da un tifo vibrante e nell’esaltazione degli atleti, già paragonabili ad autentici semi-dei, si anticipava tutta la potenza del moderno fenomeno sportivo di massa. All’epoca di Leopardi, il pallone col bracciale era una delle espressioni squisitamente europee del pallone giocato con le mani, in luogo del foot-ball d’Oltremanica. Tuttavia questi due sport erano molto diversi dal punto di vista storico.

Lo sferisterio maceratese al giorno d’oggi.

In Italia, il pallone col bracciale si affermò nel XVI secolo traendo le sue origini probabilmente dalla pallacorda, e divenne nel XIX secolo una disciplina popolare e diffusa in tutto il territorio della Penisola, non ancora riunita sotto un’unica bandiera. Non solo Leopardi ma addirittura Goethe descrisse questo sport con grande interesse e dovizia di particolari, nel suo Viaggio in Italia.

Sul finire del XIX secolo, con la tecnica della vulcanizzazione della gomma e la conseguente possibilità di sostituire il pesante bracciale in legno di noce con il cuoio – data la maggiore leggerezza della palla – il gioco si divise in due specializzazioni: alla piemontese, proprio con il pallone piccolo in gomma, e alla toscana, invece con il pallone più pesante.

Per segnare era necessario oltrepassare il limite del campo avversario con il pallone, entro i confini marcati dai paletti (la cosiddetta volata), oppure toccare la metà campo avversaria in caso di errore della squadra rivale.

In particolare fu questa seconda variante a diffondersi più rapidamente. E ancora una volta resta calzante il paragone calcistico: se il football si dimostrerà un veicolo di unificazione sportiva nazionale in periodo fascista, la stessa strategia avevano già perseguito le classi dirigenti della nuova Italia unita per quanto riguarda il pallone con il bracciale. Queste ne avevano intuito il potenziale, e lo valorizzarono come elemento di futura coesione nazionale già prima del 1861 in quanto tratto distintivo della cultura popolare italiana.

Quali erano le regole? Le due squadre erano composte da tre giocatori l’una: un battitore, una spalla e un terzino. A questi si affiancava un personaggio estraneo al gioco, il cosiddetto mandarino, incaricato di mandare la palla verso il battitore, il quale doveva colpire la palla scendendo da un trampolino inclinato, usando il bracciale. Una volta battuta la palla, se si commetteva un errore, la squadra avversaria si assicurava quindici punti.

Meravigliosa testimonianza della variante piemontese

Si proseguiva così di quindici punti in quindici punti ma a differenza del tennis, che è molto simile per i punteggi, giunti a quaranta punti non si proseguiva ai vantaggi, bensì risultava vincitrice la squadra che per prima raggiungeva i cinquanta. Per segnare era necessario lanciare il pallone oltre il limite del campo avversario, entro i confini marcati dai paletti (la cosiddetta volata), oppure toccare la metà campo avversaria in caso di errore della squadra rivale.

Quel Carlo Didimi era pertanto riconosciuto per essere uno dei migliori battitori dell’epoca. Probabilmente, anche se non esistono delle classifiche dei più grandi giocatori di pallone al bracciale, fu forse il migliore di tutti i tempi (secondo quanto riportato dalle cronache dell’epoca e dalle stesse parole di Leopardi). In riferimento al contesto dell’epoca altissima era la sua remunerazione, tant’è che un campione poteva guadagnare approssimativamente quanto un moderno fuoriclasse di tennis, golf o automobilismo.

Quel gioco così radicato nella tradizione e nel folklore italiano, scomparve dal grande agone sportivo e mediatico nelle grandi città, sopravvivendo solo nei piccoli borghi come Mondolfo o come Treia

In particolare, Didimi chiedeva per una sua esibizione non meno di 600 scudi pontifici: per fare un paragone, un maestro elementare nello Stato della Chiesa percepiva tra i 25 e i 60 scudi all’anno. Un altro giocatore certo meno bravo di Didimi, Silvio Bencini, percepiva nel 1905 un ingaggio di 42 lire al giorno (incassate anche quando non giocava o era in malattia), oltre ovviamente ai premi partita. Questo tariffario dimostra chiaramente come il pallone al bracciale fosse ritenuto sport meritevole di gloria e risultasse ancora molto popolare agli inizi del ‘900.

Se non altro perché la sua nemesi era appena giunta innocuamente per mare in quella Genova e in quella Liguria da cui era partita la spedizione dei Mille, che aveva riconnesso il Sud Italia al nascente regno sabaudo riunendo fratelli già accomunati dalla passione per il pallone al bracciale. In poco tempo però nella Superba alcuni marinai inglesi, industriali e nobiluomini italiani, insieme a viaggiatori e frequentatori della potente Inghilterra, cominciarono a giocare il pallone con i piedi.

Lo Sferisterio di Cesena, all’interno della Rocca Malatestiana, in una foto del 1929.

Ciò avveniva già da parecchi decenni nell’Impero della Regina Vittoria e fu con una rapidità sorprendente che quel fenomeno esplose in tutto il mondo, se non altro perché un quarto di esso era dominio della suddetta Maestà. Così il football si allargò a macchia d’olio, creando i suoi campioni e i suoi campionati.

Quando il fascismo decise di farne una vetrina di coesione nazionale e di propaganda al pari di ciò che, un tempo, era stato il ruolo del pallone al bracciale, allora quei campioni, quei pallonisti, quegli atleti formidabili rimasti nel cuore e negli occhi di Giacomo Leopardi passarono in secondo piano.

Quel gioco, così radicato nella tradizione e nel folklore italiano, scomparve dal grande agone sportivo e mediatico nelle grandi città sopravvivendo solo nei piccoli borghi come Mondolfo o Treia, cittadina d’origine dello stesso Didimi, per restare al contesto marchigiano.

Prospettiva della statua della Provincia di Forlì al Foro Italico.

Eppure quando già Meazza, Piola e Schiavio presero posto nell’olimpo italiano degli atleti semi-divini, che prima era stato di Didimi o di Bencini, un’ultima opera fu tributata al pallone col bracciale: nel 1932 fu inaugurato il Foro Mussolini, oggi Foro Italico. Al suo interno, tra le tante statue che rappresentano le varie province d’Italia, colpisce quella dedicata a Forlì.

Un corpo atletico e vigoroso, lo sguardo rivolto verso l’avversario in segno di sfida ed un grosso bracciale in noce, per immortalare in eterno il pallone col bracciale tra i grandi sport d’Italia. La statua scolpita nella pietra sembra in attesa, come lo fu Didimi: in attesa di ricevere palla dal mandarino, in attesa di consacrarsi anima e corpo alla propria impresa sportiva, sotto gli occhi vigili e curiosi di Leopardi:

«La sudata virtude. Attendi attendi,

Magnanimo campion (s’a la veloce

Piena de gli anni il tuo valor contrasti

La spoglia di tuo nome), attendi e ’l core

Movi ad alto desio.»(2)


(1)(2) I versi sono tratti da “A un vincitore nel pallone” di Giacomo Leopardi (1821)

Nell’immagine di copertina a cura di Gianluca Palamidessi, Elio Germano interpreta Giacomo Leopardi ne’ “Il giovane favoloso” (di M. Martone, 2014)


Promozioni

Con almeno due libri acquistati, un manifesto in omaggio

Spedizione gratuita per ordini superiori a 50€