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Editoriali

Gianluca Palamidessi
19 Maggio 2026

Crescere in uno spogliatoio

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Il caso Valverde-Tchouameni, che ha sconvolto l’ambiente Real Madrid e pure buona parte dell’opinione pubblica sportiva internazionale, è stato risolto con quella che David Alvarez, riprendendo un saggio di Naomi Klein del 2007, ha definito «la dottrina dello shock»: chi detiene il potere sfrutta lo shock di una crisi per introdurre cambiamenti che normalmente incontrerebbero maggiore resistenza. I calciatori del Real Madrid protagonisti del fattaccio hanno infatti ricevuto una multa da 500.000 € e hanno dovuto scusarsi sui rispettivi social – un punto evidentemente non secondario della questione.

Lo shock, nel caso specifico, si riferisce però ad altro (ad un fatto si direbbe d’immagine): le misure disciplinari sono infatti state rese pubbliche dal patron Florentino Perez – che mai prima di questo episodio aveva diffuso a reti unificate un provvedimento interno da parte del club. Quello che qui ci interessa sottolineare è che una misura così drastica e repentina sia stata presa per un caso – certo grave, ma non isolato nella storia del gioco – interno allo spogliatoio. Che Perez abbia chiamato proprio José Mourinho, il campione della gestione degli spogliatoi (difficili), per il prossimo anno, non è dovuto a ragioni tecniche naturalmente, ma si collega a questo discorso.

Lo spogliatoio, infatti, nonostante la carestia sempre più conclamata di leader – o forse proprio in virtù di questa –, rimane il luogo calcistico per eccellenza, il fulcro di tutto, la scissione dell’atomo che permette di fare la corsa in più per il compagno in mezzo al campo, ma anche quella in meno. Lo spogliatoio, dalla 3a categoria alla Serie A, è pure quel senatoconsulto nel quale gli intrighi di potere, le parole dette e non dette, le voci consegnate alla stampa tramite una «talpa» (si dice Ceballos, nell’ambiente del Real Madrid: si diceva di Calabria in quello del Milan), sono all’ordine del giorno proprio perché il giorno è scandito da questo ordine.



Lo spogliatoio è la vita quotidiana di un club di calcio, e la cosa affascinante è che le sue dinamiche non cambiano poi molto da un livello all’altro – al contrario, più gli occhi sono puntati su un gruppo più le sue dinamiche perverse escono con maggiore forza allo scoperto.

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Quando il calcio era un gioco da ragazzi

Quando il calcio era un gioco da ragazzi

Quando il XIX secolo comincia a emettere i primi rantoli, nessuno a Torino se ne accorge, li si scambia per il rombo delle macchine. È il suono della modernità: frenetica, positiva, industriale. La città sabauda non è più capitale del Regno da qualche anno, eppure il suo fermento febbrile la agita fino alle viscere – la Dora, il suo lungo intestino, oltre la quale i fabbricati si allungano sulle zone rurali, colonizzate dagli stabilimenti metalmeccanici e dalle bettole della manodopera. Il progresso, la produzione che cresce, la borghesia a sobbollire nei caffè… e intanto in piazza Carlo Felice si inaugura il primo impianto ad illuminazione elettrica.

È sotto questa luce vitrea che nel 1897 Edmondo De Amicis pubblica Gli azzurri e i rossi, forse la nostra prima opera di letteratura sportiva moderna.

Ma se nei pressi della Mole si sente nominare il balòn, nessuno pensa ancora al football inglese: la mente corre invece al pallone con bracciale, gioco allora diffusissimo, a cui il didascalico autore di Cuore dedica la sua nuova opera. Ci aveva giocato in gioventù, nel campo di via Napione, continuando ad amarlo anche dopo aver rimesso gli attrezzi in soffitta. Dello spettacolo popolare il “pallone grosso” ha tutto, compresi i beniamini, le gradinate gremite degli sferisteri e nessuno disposto a credere che nel giro di cinquant’anni ne sarebbe sopravvissuta qua e là solo qualche rievocazione.

Il calcio, invece, è ancora pasta informe. E a Torino, nello stesso anno in cui Gli azzurri e i rossi viene dato alle stampe, a levigare questo sogno di cuoio è un gruppetto di studenti del Liceo classico D’Azeglio. Sono colti e sono imberbi – il più vecchio di loro non supera i diciassette anni – e sotto lo sguardo austero del Re, i cui ritratti dominano le aule, decidono di dare vita ad una nuova compagine sportiva: la chiamano Juventus, un nome evocativo destinato a portare un po’ di latino sulle bocche di generazioni di italiani.

È quasi un grido di rivendicazione, e nel secolo in cui si “scopre” l’adolescenza, «Juve! Juve!» pare il segno di una consapevolezza nuova.

juventus
La squadra della Juventus del 1905, per la prima volta campione d’Italia dopo la vittoria nel torneo di Prima Categoria / Fot. avv. Nizza – Torino - La Stampa Sportiva, a. 4, n. 18, 30 aprile 1905

Spuntano ovunque i primi circoli giovanili, dove non di rado si aspira ad una vita diversa da quella dei padri, affrancata dalle convenzioni, dalle autorità e dal moralismo dolciastro della cipria vittoriana. In parallelo si diffondono gli scout e gli oratori, destinati a diventare un serbatoio di campioni per le Nazionali dei decenni successivi, al di là di tutta la retorica che si può fare oggi sull’attuale penuria di fuoriclasse in maglia azzurra.

Sempre più giocatori italiani si appassionano ai game show in diretta, e tra questi merita attenzione Funky Time Live, dove un presentatore dal vivo guida ogni round offrendo quattro modalità bonus distinte e premi potenzialmente elevati.