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Editoriali

Gianluca Palamidessi
01 Gennaio 2026

Che fine hanno fatto gli allenatori normali?

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«Verrà un tempo in cui si accenderanno fuochi per testimoniare che due più due fa quattro, e si sguaineranno spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate.» [1] Quel tempo di cui Chesterton parlava più di cento anni fa (120, per l’esattezza) è finalmente giunto. Viviamo in un’epoca in cui il buon senso e la misura sono sotto attacco in ogni ambito dell’esperienza quotidiana e il calcio non fa certo eccezione, radicalizzandone semmai la portata. Prendete, tra le altre, la figura dell’allenatore.

D’accordo, si dirà: oggi – solo per rimanere in Italia – abbiamo persino le bordocam che un fotogramma dopo l’altro ci mostrano non solo le indicazioni tattiche degli allenatori, ma anche e soprattutto – poveracci – quante dita nel naso si mettono (ogni riferimento a Maurizio Sarri è puramente benevolo), con che posa imitano la svogliatezza dei propri calciatori in mezzo al campo (Luciano Spalletti, vedi video sotto), con quanti gesti danno indicazioni che entrano da un orecchio dei calciatori e dall’altro pure escono (con tanto di «copyright» di Lele Adani, facciamocalcio: il riferimento è addirittura al fu nemico Max Allegri, immortalato più volte nell’atto di indicare ai suoi chissà quale formula magica in mezzo al campo) e chi più ne ricorda ne metta.

Poveri allenatori, ma soprattutto poveri noi...

È vero. Degli allenatori viene richiesta (da contratto) la presenza ai microfoni nel post-partita come si trattasse di profeti, salvo poi ridurre il potenziale tambureggiare delle domande scomode a insipido salottino simpodiale, con tanto di risatine, auguri per il proseguo della stagione, battutine dal dubbio indice erotico. La loro aura, direbbe qualcuno, precede e oscura qualsiasi discussione di campo, dove con il «campo» andrebbero indicati in verità niente meno che coloro che ne decidono l’esito: i calciatori. Eppure, questa verità semplice, ovvia e secolare – che siano cioè i calciatori i protagonisti dello sport – si è completamente persa. E non da oggi, se è vero che già nel 2020 scrivevamo su queste colonne che gli allenatori stavano diventando i nuovi top player.

Ritratti

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04 Dicembre 2024

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25 Settembre 2024

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22 Dicembre 2025

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Per l'esattezza: zero, nel 2025/26.

Cultura

Jacopo Gozzi
12 Gennaio 2026

Philip Roth, il baseball come letteratura

Philip Roth, il baseball come letteratura

“L’urlo delle ragazze pompon faceva tremare la palestra durante gli incontri di pallacanestro ogni volta che lo Svedese si impadroniva di un rimbalzo o segnava un punto, spazzava il nostro lato dello stadio durante le partite di football ogni volta che lui guadagnava un metro o intercettava un passaggio.

Anche ai poco seguiti incontri di baseball casalinghi di Irvington Park, dove non c’erano squadre di ragazze pompon ansiosamente inginocchiate ai bordi del campo, lo si udiva salire, debolmente, dal manipolo dei tifosi di Weequahic appollaiati sulle tribune di legno, e non soltanto quando lo Svedese stava per battere, ma anche quando non faceva altro che una normale eliminazione in prima base. Era un grido formato da dodici sillabe, sei delle quali costituivano il suo nome, e faceva così: Ta-ta-ta-ta-ta-ta! Ta-ta-t-ta-ta..ta ta!”.

Così, nel capitolo iniziale di Pastorale Americana, Philip Roth introduce Seymour Levov, il protagonista del capolavoro che nel 1998 darà il Pulitzer all’aedo di Newark. Lo Svedese, così chiamato dagli antichi compagni di liceo nei drammatici primi anni ’40, è il più puro prototipo del giovane eroe americano. Legge Il ragazzo di Tomkinsville di John R. Tunis, l’edificante storia di un giovane orfano che dalle colline del Connecticut si ritrova a vivere il suo sogno nella Major League. Eccelle in ogni sport, si arruola nei Marines, sposerà Miss New Jersey. Per poi, molti anni dopo, vivere il dramma di una figlia che si darà alla latitanza dopo un attentato terroristico.

Il Ruppert Stadium di Newark, New Jersey

Impossibile capire a pieno non il personaggio o il libro stesso, ma l’intera produzione letteraria di Roth se non si comprende il peso che il baseball ha avuto nel suo adolescenziale incontro con l’epica. Siamo a Newark, mezz’ora da New York, primi anni ’40. La zona sud della cittadina, ai tempi, è un’enclave ebrea. I nonni di Roth arrivano da Lviv, e Philip sa di avere “forti radici in America, ma profonde solo pochi centimetri”. È la classica famiglia della middle class che cerca radicamento e affermazione nell’America che in quel periodo si sta facendo impero.

Molti ragazzi di poco più grandi di Roth vanno a combattere nel Pacifico e in Europa. Oltre 400.000 non torneranno.

Philip è un bambino che entra nell’adolescenza con il forte desiderio di rivestire d’acciaio il suo ethos a stelle e strisce. E per un ragazzino il “national pastime” è la prima e più sfolgorante attrazione americana. Passa oltre quaranta ore la settimana sul campo. Le sue prestazioni non sono costanti per imporsi come vorrebbe, ma si diverte un mondo . . .