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Incontrarsi coi propri amici per tifare la Nazionale è un po’ come vedersi a Capodanno. Magari senza lo stress che ne caratterizza la preparazione, ma la situazione rimane analoga: a nessuno va davvero di tifare la Nazionale, un po’ come a nessuno va davvero di festeggiare il Capodanno. Ma entrambe le occasioni sono belle, persino catartiche, se l’evento non diventa che una scusa per stare insieme. In fondo, si potrebbe quasi dire che tifare insieme la Nazionale è come tifare insieme il club di appartenenza. Non è così, naturalmente. Innanzitutto, quando è che tifiamo – meglio, ci interessiamo a – la Nazionale? Sempre sempre? Perché tifiamo la Nazionale? Davvero ci interessano, costantemente, i destini degli azzurri? Ora questo fenomeno, questa sofferenza sottaciuta, questo sorriso a denti stretti che si accompagna al tifo per gli azzurri, e persino questo fastidio a volte esplicito quando le partite della Nazionale interrompono la routine calcistica settimanale della nostra squadra del cuore, non va da sé. Criticare la Nazionale, spesso con toni eccessivamente astiosi, o passare dall’esaltazione più totale – quella che ci porta a festeggiare per un’estate intera una vittoria continentale – alla depressione più cupa – da quanto è che non giochiamo un Mondiale, maledizione? – è un fenomeno che gli italiani condividono con pochi altri popoli nel mondo. Da cosa dipende tutto questo? Perché ci viene così difficile tifare la Nazionale e sentirci fieri anche nelle sconfitte? Perché ricordiamo con un sentimento di pudore straniante la tristezza collettiva, e quindi nobile, seguita all’uscita dagli Europei del 2016 con Conte, o dopo il rigore di Roberto Baggio a Pasadena nel 1994? Perché, nonostante tutto l’amore che proviamo per il nostro club, il Mondiale del 2006 e il trionfo dell’82 rimangono due eventi cruciali nella scala Richter della gioia tricolore (non solo calcistica)? Su quali radici poggia l’attuale bipolarismo patriottico del popolo italiano? Un Paese giovane e diviso «È difficile commemorare la nascita dello Stato unitario perché l’occasione esige che se ne racconti la storia. Quale storia? Non esiste più, sembra, una storia comune degli italiani. Quelle degli Stati preunitari non sono insegnate nelle scuole. Quella nazionale è generalmente contestata o taciuta. Come si fa a celebrare la nascita di uno Stato nazionale senza raccontarne la storia?».S. Romano, Vademecum di Storia dell'Italia Unita, Rizzoli 2009 Che l’Italia sia un Paese internamente diviso dipende anche ma non primariamente dalla sua giovane età. Ci si potrebbe chiedere, e qualcuno (Menant) lo ha fatto, come mai il vocabolo “comune”, nella Storia d’Italia, rappresenti – fatto eccezionale – a livello politico l’esatto contrario di ciò che esso significa sul piano linguistico: e quindi divisione, scontro, particolarismo, guerra. continua a leggere

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1972, i due volti sportivi dell’URSS

1972, i due volti sportivi dell’URSS
Nel I secolo avanti Cristo, la scienza pitagorica asseriva che esistesse un numero da considerarsi “perfetto” e che quel numero fosse il tre. Per la cultura cinese esso era il sunto perfetto della totalità cosmica: cielo, terra, uomo. E frequenti sono, nei culti di tutto il mondo, i richiami alle triadi o alle trinità. Fatta eccezione per l’ambito religioso, non sappiamo se questo numero abbia avuto una tale importanza anche nella cultura e nella storia della Russia. Di sicuro, nell’estate del 1972, tra il 18 giugno e il 9 settembre, ha raffigurato le due facce della stessa medaglia. Quella dello sport sovietico. Prima, a Bruxelles, la nazionale di calcio vede crollare le sue certezze davanti all’invincibile armata tedesca, in una delle finali dei campionati europei meno equilibrate di sempre, persa per 3-0. Pochi mesi dopo, la selezione di basket ai Giochi di Monaco, di fronte ad un’altra corazzata come Team USA, riesce nell’impresa di capovolgere le sorti della gara per la medaglia d’oro, in quella che tutti ricordano come “la partita più controversa nella storia della pallacanestro”. Risolta, ovviamente, dopo tre giochi al rimbalzo e a tre secondi dall’ultima sirena. Ci muoveremo allora su questo doppio binario, ripercorrendo quell’estate sovietica nello sport – e non solo. Trentadue squadre prendono parte alle qualificazioni per Euro ’72, quarta edizione di un torneo che, poco a poco, si sta facendo strada nell’universo calcistico continentale. Nei gironi le sorprese sono limitate. La Romania, già vista all’opera a Messico ’70, elimina i cecoslovacchi grazie alla differenza reti. L’Olanda, non ancora “Arancia Meccanica”, si arrende di fronte alla Jugoslavia e, nella riedizione della finale di otto anni prima, l’Unione Sovietica manda a casa gli spagnoli, confermandosi regina di partecipazioni all’Eurocoppa: 4 su 4. La situazione cambia ai quarti di finale. L’Ungheria ha bisogno dello spareggio per battere i romeni, il Belgio si prende lo scalpo degli azzurri campioni in carica (e vice campioni del Mondo), mentre i sovietici di Ponomarev eliminano gli slavi. La quarta squadra a staccare il biglietto per la final four è la Germania Ovest. Ripresasi velocemente dalla sconfitta nella “Partita del Secolo” di due anni prima, passeggia nel girone e, ai quarti, continua la sua opera di vendetta contro gli inglesi. Dopo la finale mondiale persa nel ’66 e la rocambolesca rimonta in Messico, si prende il lusso di rifilare tre schiaffoni ai sudditi di Sua Maestà a Wembley. Il terzo gol lo segna un ragazzo bavarese, basso di fisico e di baricentro, avaro di movenze di classe, ma con un senso del gol non comune. Gerhard Müller, per tutti Gerd. Pallone d’Oro nel 1970, è il simbolo del team di Helmut Schon, che viaggia verso Brussels con un solo obiettivo. Il primo trofeo continentale. Un giovane Gerd Müller in compagnia di Franz Beckenbauer e Werner Olk, nel 1967 / Foto Bundesarchiv, B 145 Bild-F025342-0009 / Gräfingholt, Detlef / Sin dal 1936, anno del primo torneo, la pallacanestro a cinque cerchi ha un solo padrone. Gli Stati Uniti. Nonostante l’ideatore fosse stato il canadese “Doc” Naismith, gli statunitensi si consideravano i padri fondatori del pallone a spicchi. E, rispetto ai vicini del nord, più avvezzi a mazze, dischi e ghiaccio, si innamorano subito di questa disciplina. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale fondano l’NBA, che in pochi decenni diventerà “il basket”. Un show con i migliori professionisti. Discorso diverso per quanto riguarda le Olimpiadi. La Lega vieta ai suoi ragazzi di rappresentare la bandiera stars and stripes nelle competizioni internazionali. Devono essere i collegiali a giocarsi coppe e medaglie contro il resto del globo. L’avversario è, manco a dirlo, sempre lo stesso. L’orso sovietico. Politica o palla, camicie o canotte, poco cambia: è sempre Guerra Fredda. Solo che, a differenza degli americani, l’Unione Sovietica manda in campo i suoi professionisti. I membri dell’esercito e dei ministeri. CSKA Mosca, Dinamo Tbilisi, Zalgiris Kaunas, sono la fucina dove attingere a piene mani dai fenomeni che, per un trentennio, hanno scherzato con il loro dominio sull’Europa e alzato la Coppa del Mondo in tre occasioni. Manca il bersaglio grosso, manca l’alloro olimpico. A Città del Messico finiscono terzi, beffati in semifinale per un punto dai fantasiosi jugoslavi. Arrivati a Monaco, coach Kondrashin sa benissimo che non bisogna perdere tempo. Nel girone rischiano solo in semifinale, contro Cuba. Nel gruppo A, gli americani hanno fatto il loro e la semi contro una buona Italia è più che altro un allenamento in vista della gara di domenica. Niente sorprese, niente misteri. L’oro se lo giocano le due solite rivali. Ma stavolta i sovietici sanno che hanno qualche chance rispetto al passato. Tutto il Paese vuole la vittoria. Da Breznev fino all’ultimo contadino azerp, per mettere fine all’imperialismo cestistico americano. C’è un solo problema, perchè alla gioia mista tensione dello sport, la fredda cronaca ha, per la prima volta, fatto irruzione nel mondo di Olimpia. Maledetto sorteggio, deve aver pensato Raymond Goethals, il ct che, per il suo Belgio, sognava il prestigio di una finale. E invece, dall’urna spunta la miglior squadra del Mondo. I tedeschi. Due blocchi contrapposti in Bundesliga, ma uniti in Nazionale. Il Bayern Monaco, in rampa di lancio per entrare nel gotha del pallone d’Europa. Il Borussia Moenchengladbach, outsider di spicco in campionato. Il sud bavarese, ricco, raffinato, che ha in Kaiser Beckenbauer la sua migliore espressione. Uomo immagine, sguardo pulito e mai un intervento scomposto, in campo e fuori. I bianco-nero-verdi renani, simbolo di una regione tutta miniera, fabbriche e lavoro. Si suda, si inghiotte polvere e la domenica si va al Bokelbergstadion per ammirare la rockstar del pallone Gunther Netzer. Capelli biondi e lunghi, ribelle nell’anima e in campo, nei piani del ct sarebbe l’alternativa al sinistro magico di Wolfgang Overath. Solo che l’asso del Colonia è infortunato e allora Gunther diventa titolare. E se uno come Netzer normalmente si accomoda in panchina, se uno come Heynckes, che ha segnato Dio solo sa quante reti in Bundes, rischia spesso la maglia da titolare, la domanda è una sola. Quante chanches hanno i padroni di casa di andare a giocarsi la finalissima all’Heysel? Poche e infatti perdono 2-1. La Germania gioca davvero bene. La storia è nota. Alle 4:30 del mattino del 5 settembre 1972, un commando palestinese composto da otto uomini riesce a penetrare all’interno del villaggio olimpico. Indossano tutti divise della comitiva americana e hanno borsoni da ginnastica pieni di armi. Sono membri dell’organizzazione “Settembre Nero” e hanno un solo obiettivo. L’uccisione di atleti israeliani. Due vengono subito assassinati, gli altri, dopo ore di negoziazione, vengono caricati su un pullmino insieme ai fedayn, direzione aeroporto. Sarà una strage. Muoiono nove sportivi, cinque terroristi e un poliziotto tedesco. L’organizzazione teutonica, il sistema di sicurezza, la difesa degli atleti, vengono messe a nudo. Il Paese è diviso tra la vergogna e l’orrore. Per la prima volta i Giochi vengono macchiati dal sangue dell’odio insanabile tra due Paesi. Quel 6 settembre non c’è una sola persona al Mondo che pensi che le gare debbano proseguire. Anzi, una esiste e non è una qualunque: è Avery Brundage. Discobolo a Stoccolma 1912, presidente del CIO da vent’anni, personalità tutt’altro che conciliante con lo spirito a cinque cerchi. Aggressivo e cinico. Si rifiuta di boicottare Berlino ’36, si vocifera per simpatie filo-naziste, nel ’68 condanna all’oblio Tommy Smith e John Carlos, rei di aver celebrato le medaglie nei 200 metri pugni chiusi al cielo, atto di solidarietà verso i movimenti del Black Power. Quando la strage di Monaco è compiuta e il sangue è ancora fresco sull’asfalto della pista di Riem, non riesce a far di meglio che fermare tutto per un giorno. Poi, anticipando Freddy Mercury, dichiara “Show must go on”. Steso un velo pietoso sul discorso commemorativo allo stadio Olimpico, dove non cita nemmeno una delle 11 vittime israeliane, fa riprendere il carrozzone. Che ha il suo culmine nella finale del torneo di pallacanestro. Alla Olympische Basketballhalle, alle 23:30, ci sono 6500 spettatori che aspettano solo la palla a due. Sin dall’avvio, i sovietici sono sempre avanti nel punteggio e chiudono il primo tempo con un +5 (26-21) incoraggiante. Ma per sconfiggere quelli delle 63 vittorie e 0 sconfitte ai Giochi può non bastare. Un lampo in mezzo al nulla. È quello che porta la firma di Anatolij Konkov, che al 53esimo di una noiosissima semifinale, decide di prendersi la scena. Schiaffo al volo sul primo palo dopo una respinta da calcio d’angolo e firma sull’approdo alla finalissima. I sovietici sono cosí: non chiedetegli il bel calcio, nè l’estro e la fantasia. Organizzazione, colletivo, pragmatismo. Il ritratto di una Nazione. Non è un caso che, depurati dai casi di doping e ce ne sono stati, gli atleti dell’URSS siano stati capaci di vincere, tra giochi estivi ed invernali, 1204 medaglie. Ed anche oltrepassati i confini di Olimpia, la musica non cambia. La nazionale di calcio, al quarto europeo, presenta questo invidiabile ruolino di marcia. Campioni nel ’60, finalisti nel ’64, semifinale nel ’68, ancora finalisti in Belgio. Sono noiosi, monotoni, ma intanto arrivano sempre in fondo. Uomini copertina? Nemmeno mezzo. Jascin è andato in pensione quattro anni prima, mentre la generazione dei Blochin a segnare e dei Kipiani ad inventare è ancora di là dal venire. Ponomarev punta tutto sul blocco ucraino. Team esperto che si appoggia soprattutto ai gol di Banishevsky. Un buon numero 9, che però deve vedersela con Muller, il miglior centravanti del Continente. E proprio alla vigilia, a poche ore dalla gara dell’Heysel, un giornalista avvicina il ct sovietico. Come fermerete Gerd? Risposta disinteressata: “Il nostro capitano Khurtsilava lo marcherà senza problemi”. Infausta profezia. Non può essere una partita qualsiasi e non solo perchè è l’atto finale. Il mondo è diviso in due dalla fine degli anni quaranta e i due poli che ne sono scaturiti sono loro. E poi, il contesto storico. Superata la crisi di Cuba, gli attriti tra Kennedy e Kruschev, i nuovi protagonisti hanno inagurato il periodo della distensione. Nixon e Breznev cercano una sorta di patto di non belligeranza, dove molto verte sulla questione nucleare. Come ci si possa “distendere” in quei giorni è compituo arduo. Qualche giorno prima, all’arena “Laugardalshöll” di Reykjavik si era appena concluso il “match del secolo”, ovvero il campionato del mondo di scacchi, dove per la prima volta, un yankee aveva battuto un russo. Bobby Fischer si era imposto sul campione uscente Boris Spasskij, dopo 21 partite, il che aveva generato due risultati. La gioia immensa degli americani nell’aver ribadito, ancora una volta, la loro superiorità nel primeggiare e il desiderio di rivalsa di Mosca. E il primo tempo di Monaco non era altro che la descrizione sul parquet di quel desiderio. I ragazzi in rosso mostrano una cattiveria sportiva mai vista. Brewer si becca uno spintone da Belov e va fuori, Jones reagisce alle provocazioni avversarie e viene espulso. A questo punto nessuno vede i ragazzi di Hank Iba con la medaglia al collo. Solo che non hanno fatto i conti con Kevin Joyce. Il kid di South Carolina si carica sulle spalle i suoi e li porta a un niente dai rivali. E a 38 secondi dalla fine, che nel basket se non sono un’eternità poco ci manca, arrivano a  -1. https://www.youtube.com/watch?v=MjoaSjirrhM L’intervista di Fischer fa capire molto su quel periodo, e forse anche sugli Stati Uniti d’America Khurtsilava chi? Quel 18 giugno ’72 i tedeschi assediano l’area di Rudakov per tutto il primo tempo. C’è chi dice che la versione degli europei della Mannschaft sia stata ancora meglio di quella trionfatrice due anni dopo in casa. Breve riassunto del primo gol, per il quale vi consigliamo la visione del filmato ufficiale. Beckenbauer esce dalla difesa a testa alta, elegante. Accellera e poi, come un Rivelino qualsiasi, lascia sul posto Konkov e Troshkin. Appoggio a Muller, che scivolando riesce a scaricarla su Netzer. Spaccata al volo che si stampa sulla traversa, la palla ritorna in area e viene allontanata male dai sovietici. Heynckes la stoppa di petto e carica il suo destro. Rudakov respinge e a buttarla in rete arriva il numero 13. Gerd Muller. I sovietici riportano la sfera a centrocampo e sembra non ci abbiano capito nulla. Un tornado bianco li ha appena travolti e, se nel primo tempo salvano le apparenze, la ripresa li condanna definitivamente. Sette secondi. Non c’entra la hit anni ’90 di Youssou N’Dour. È il tempo che manca alla fine della gara per la medaglia d’oro del basket olimpico. URSS avanti 49-48. Dopo una stoppata su un canestro sicuro, Collins recupera palla e si avvia a schiacciare. Sakandelidze per fermarlo deve per forza commettere fallo. Team Usa ha due tiri liberi con vista sorpasso definitivo. I sovietici sono disperati. Ancora una volta, l’oro gli è scappato dopo essere stato al collo per quasi tutti i 40 minuti. Il numero 5 mette il primo e, poco prima di tirare il secondo, ascolta il suono della sirena. Niente lo distoglie dall’obiettivo e infatti infila anche l’altro. Stati Uniti avanti a tre secondi dalla fine. Quello che succede da quel momento in poi è un’inno al surreale . Kondrashin abbandona l’area tecnica e si dirige verso i giudici. Aveva chiamato time out, ma il regolamento vieta di effettuarlo tra i tiri liberi. Gli animi si accendono e il coach di Leningrado raggiunge il suo scopo. Riesce, nel caos, ad inserire Jadeska per Zharmukhamedov. Il suo piano è chiaro. Palla lunga per Belov. Il numero 7 è l’unica chance per portare l’oro a Mosca. Palla ai russi, a 1’’ dalla sirena. Sergej Belov ha la palla, ma l’arbitro fischia ancora. La panchina russa protesta per il time out, ma il fischietto brasiliano conferma la sua decisione. A questo punto, come se non bastasse, entrano in scena due personaggi fondamentali. Il presidente della FIBA, William Jones, il quale di fatto impone di far ripartire il gioco dai 3 secondi (senza averne diritto), e un giovane cronometrista svizzero “poco” preciso. Si chiama Sepp Blatter, ne sentiremo riparlare. Paulauskas ci prova, ma è lungo. Americani campioni. Il parquet è invaso, le canotte bianche festeggiano ancora una volta, ma nel caos di quei secondi si ascolta dall’altoparlante questa frase: “There are another 3 seconds left”. Tre, come i giocatori con cui la Germania Ovest va in porta e chiude la pratica sovietica. Minuto 52: filtrante di Netzer, assist di Heynckes per l’inserimento di Wimmer. I tedeschi si muovono come gli olandesi di Michels. E siccome il tre è il protagonista di questo racconto, qualcuno deve pur farlo il terzo gol. E quel qualcuno è sempre lo stesso, sempre quel ragazzo sgraziato che gioca nel Bayern. Inizia l’azione, chiede il triangolo al suo compagno di reparto, la palla arriva prima a Schwarzenbeck e poi, quasi per caso, a Muller. 3-0. I sovietici non riescono ad opporsi. Hanno vinto i migliori, quelli che giocano meglio al calcio, quelli che stanno per inaugurare il Rinascimento del pallone teutonico. https://www.youtube.com/watch?v=AU6MbhRtJRI Gli USA avevano vinto la partita e stavano festeggiando. Prima di quei fatidici “3 secondi” I salti di gioia americani sono interrotti. Ci si mette di mezzo ancora lui, l’inglese Jones. Questa volta è “colpa” del cronometro, che la furba mano di Blatter non ha resettato. Righetto si arrende. Rimessa russa da fondo campo. I campioni in carica non ci stanno, vogliono abbandonare il campo, ma coach Iba li convince. Giochiamocela o saremo squalificati. A quel punto, un altro giallo. McMillen va in pressione su Jadeska ma il secondo arbitro, il bulgaro Arabadjian, gli fa un cenno. Come se dovesse arretrare di qualche passo. Secondo regolamento, niente impedisce al centro di Maryland di stare lí ma il ragazzo, forse preoccupato da un’altra sanzione, obbedisce. E a quel punto, il danno è fatto. Con una linea di passaggio cosí pulita, l’ala del CSKA lancia su Alex Belov. Due americani quasi si scontrano e per il ragazzone sovietico è troppo facile. 50-49 e questa volta, al terzo gioco al rimbalzo, è finita davvero. Dopo 63 vittorie, gli Stati Uniti perdono la loro prima partita di basket olimpico e consegnano ai rivali di sempre il loro primo oro. La gioia sovietica è irrefrenabile. Paragonabile, a parti invertite, a quanto succederà a Lake Placid ’80, nell’atto conclusivo del torneo di hockey. Un miracolo, ma stavolta tra canestri e parquet. Team USA presenterà ricorso, ma verrà bocciato per 3 voti a 2. Kenny Davis metterà nero su bianco nel suo testamento il divieto assoluto ai suoi eredi di ritirare quella medaglia. Doug Collins tornerebbe indietro nel tempo solo per rigiocarla. Alcuni degli eroi russi, invece, hanno già lasciato questa vita. Alexander Belov morirà giovanissimo, nel ’78, pare per un tumore. Sergej se ne andato nel 2013, dopo essere stato un big anche in panchina. La nazionale di calcio dell’URSS, quel pomeriggio in Belgio, ha iniziato la sua lenta parabola. L’ultimo lampo sarà sedici anni dopo, in un’altra finale persa, davanti agli olandesi. Gerd Muller, dopo una vita fatta di tantissimi gol, ha salutato questo pianeta per salire l’Olimpo degli Immortali, dopo una lunga e sofferta lotta contro l’Alzheimer. Un nemico troppo forte, questa volta. Non sappiamo se quell’estate dal doppio sapore, di gioia inaspettata e di inappellabile sconfitta, abbia segnato l’Unione Sovietica sportiva. Il numero 3 ovunque, come una cabala che si ripresenta sotto vari aspetti nel destino degli atleti. Altro destino, quello che toccò ai rivali di sempre. Perchè, mentre i russi erano intenti nel ritirare l’agognato oro, dall’altra parte del Mondo, nell’Indocina bruciata dal napalm, Richard Nixon dava ordine di iniziare un altro ritiro. Quello delle truppe a stelle e strisce dal sanguinoso teatro di guerra del Vietnam.