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Gravina, lo sappiamo, si è infine dimesso. Lo ha fatto due giorni dopo la notte di Zenica, sotto la pressione del governo e del coro unanime di chi, guarda caso, lo aveva votato al 98,68% appena un anno fa. Non al 60%, non con una maggioranza risicata. Al 98,68%. Un plebiscito così sfacciato che non si trova nemmeno nei Paesi in cui la democrazia è un ornamento istituzionale. Eppure queste stesse persone, oggi, si affrettano a chiedere il rinnovamento. A invocare il cambiamento. A indicare il responsabile.

Il responsabile è comodo averlo. È ancora più comodo averlo singolo, nominale, con un volto e un nome. Gabriele Gravina ha le sue responsabilità - e sono tante - ma il castello che si è sgretolato a Zenica non lo ha costruito lui da solo. Lo hanno costruito in molti, con mattone paziente sopra mattone paziente, per decenni. E chi oggi si strappa le vesti era lì, a firmare i permessi di costruzione.

Prima ancora che Gravina lasciasse via Allegri, il traffico di telefonate era già intenso. Il pallone italiano ha questa peculiarità: i problemi si discutono dopo, le poltrone si contano durante. Malagò, Abete, Bedin, Marani. Il ministro Abodi che spinge per un commissariamento poi bloccato dagli statuti federali. Il presidente del CONI Buonfiglio che nicchia. De Laurentiis che invoca l'azzeramento di tutto per dare finalmente il potere al massimo campionato - come se la Serie A, che pensa al proprio fatturato molto più che alla Nazionale, fosse la soluzione e non parte del problema.

L'assemblea elettiva è fissata per il 22 giugno. Le candidature vanno presentate entro il 13 maggio. 30 giorni per trovare un nome e una direzione, in un sistema che in 30 anni non ha trovato la volontà di riformare i vivai, chiudere i rubinetti alle società decotte della Serie C, o semplicemente applicare le regole che già esistevano.

Ma c'è qualcosa che si muove già nell'ombra, con la discrezione tipica di chi sa come funzionano certi meccanismi. Gravina, pur dimissionario, non ha alcuna intenzione di scomparire. Il presidente uscente punta a mantenere il suo ruolo di vicepresidente UEFA – incarico che conserva nonostante le dimissioni da Via Allegri, forte del rapporto solidissimo con Ceferin – e guarda con attenzione all'organizzazione di UEFA Euro 2032, che si giocherà in parte in Italia.

Per garantirsi un ruolo istituzionale in quel contesto, Gravina ha incontrato in modo riservato Giovanni Malagò: secondo quanto trapelato, i due avrebbero discusso uno scambio di sostegni reciproci. Gravina garantirebbe il suo appoggio alla candidatura di Malagò alla presidenza FIGC; Malagò, in cambio, si impegnerebbe a sostenere la permanenza di Gravina nelle stanze istituzionali legate agli Europei 2032. Un accordo italianissimo, democristiano, nella sua perfezione architettonica: cambia la faccia in primo piano, lo sfondo resta identico . . .

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Dino Buzzati al Giro d'Italia

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Per un complesso di circostanze legate forse ai capricci del destino, alla maggior parte di noi è capitata la ventura di inseguire molte cose e, va da sé, di inseguirle quasi sempre a vuoto. Un aquilone, un gatto, un amore. Un tram in anticipo, un ladro maldestro, una farfalla fra gli scarti del granturco.

Nel maggio del 1949, Dino Buzzati ha quasi quarantatré anni quando si trova a seguire qualcosa che non aveva mai seguito prima: il Giro d’Italia. È laureato in Giurisprudenza, ha da un pezzo pubblicato il Deserto dei Tartari, e lo si può tranquillamente definire uno scrittore ormai affermato. Ecco perché quando il Corriere della Sera gli chiede di mettersi alla sequela della corsa ciclistica per eccellenza, dall’inizio alla fine, come cronista, egli accetta senza esitazione, sulle orme di quanto fatto nei due anni precedenti da Indro Montanelli.

A voler essere onesti, Buzzati è un ineducato alla materia. Su sua stessa ammissione «in fatto di ciclismo l’autore è una completa bestia; non sa niente di cambi e di moltipliche, non ha nessuna chiara idea circa la strategia di corsa».

Ma le sue remore iniziali pian piano si sciolgono. Bastano infatti poche centinaia di chilometri, i primi due o tre articoli insomma, per capire che qualcosa di buzzatiano sta già venendo alla luce. Di giorno, l’autore stende con grafia incerta pochi segni su un taccuino: qualche toponimo, paesaggi abbozzati, lumache disegnate con l’ombrello. Lo fa a bordo di un’auto, su e giù per le vertebre del Paese, alle calcagna dei fratelli Rossello, di Pasotti, Biagioni e De Santi; ma improvvisamente, la notte, quando comincia a scrivere gli articoli per il giorno dopo, anche di Garibaldi, di Aladino, degli eroi di Omero.

Tra le tortuose curve della memoria, i dati di cronaca più pura si fanno in disparte, con pudore, come se l’autore sapesse già dove si andrà a parare ben prima dell’ultima tappa, da raggiungere come una carovana della fantasia. A cavallo della sua prosa, salgono dunque il vecchio Bartali, il giovane Coppi, e via via tutti gli umili gregari di quell’Italia profonda sulla cui scena si alternano «contadini, operai, lupi di mare, mamme, vecchi cadenti, paralitici, preti, mendicanti, ladri, schierati lungo quattromila chilometri».

Sempre più giocatori italiani si appassionano ai game show in diretta, e tra questi merita attenzione Funky Time Live, dove un presentatore dal vivo guida ogni round offrendo quattro modalità bonus distinte e premi potenzialmente elevati.