Hanno ucciso il giornalismo sportivo
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05 Maggio 2026

Hanno ucciso il giornalismo sportivo

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Editoriali

Andrea Antonioli
05 Maggio 2026

Hanno ucciso il giornalismo sportivo

Hanno ucciso il giornalismo sportivo

Ci sono questioni, generali, che rischiano di sfociare nella più classica delle aporie – letteralmente una “strada senza uscita”, un quesito insolubile. Per dirla terra terra, che portano all’annosa domanda: è nato prima l’uovo o la gallina? Nel nostro caso, la qualità è scaduta perché il giornalismo sportivo è in crisi, o il giornalismo sportivo è in crisi perché è scaduta la qualità? Chi è arrivato prima, il grande giornale che taglia il corrispondente per l’evento di cartello o il ragazzetto che lo riprende col telefono, dandolo in pasto ai suoi follower e compiendo la disintermediazione?

Siamo sicuri, infine, che ci sia necessariamente un nesso di causa-effetto, che sia nato prima uno e poi l’altro, che non siano entrambe a concorrere (magari in percentuali differenti e nei mutamenti dovuti al periodo) al problema? La verità è che la questione è estremamente più complessa e mescola aspetti storici, economici, psicologici, addirittura neurologici e chimici – intesi come funzionamento del cervello mediato dallo “strumento” (smartphone) e dalle piattaforme (social network).

Il tema come detto è ampio, ma da qualche parte si dovrà pur iniziare.

Dagli effetti magari, per cui oggi il giornalismo sportivo (e non solo) non può più permettersi la qualità, sia a livello economico/strutturale che a livello concretamente editoriale/narrativo, laddove i due piani si fondono e hanno le cause più disparate. Se però altrove, nel giornalismo “culturale”, da tempo sono saltati gli argini ma rimangono delle nicchie consistenti su cui lavorare (analisi politica, cultura alta, ancor di più discipline specialistiche come economia e finanza, geopolitica etc.) lo sport paga innanzitutto un paio di grandi fattori.

Il primo è il suo carattere essenziale, per cui l’oggetto è pur sempre un gioco (‘la cosa più importante’ sì, ma comunque delle ‘cose meno importanti’), ed è quindi fisiologico venga relegato agli scaffali della cultura bassa. Di più, se giornalismo sportivo, nella nostra repubblica fondata sul pallone, è prevalentemente giornalismo calcistico, la sua natura specifica di gioco, un gioco tra fazioni e un grande fenomeno sociale, spinge chiunque (giustamente) a parlarne, a pretendere di avere una voce in capitolo – presupporto che va preservato, pena la narrazione specialistica da addetti ai lavori che trasforma lo sport in scienza e allontana milioni di appassionati.

Così scrivevamo molti anni fa, animati da un limitato quanto sincero spirito futurista


Il secondo è la sua reductio ad spectaculum, ovvero l’assimilazione all’odierno intrattenimento – questo è anche responsabilità di qualcuno, come vedremo. Uno show, come ha recitato per anni il principale approfondimento calcistico di Sky Sport, per cui lo sport diviene una forma di entertainment e una “opzione di intrattenimento tra le altre”, come continuano incessantemente a ripetere i potenti (soprattutto) del pallone.


LE GIUSTIFICAZIONI, GLI ALIBI


Certamente l’avvento dei social, con il tramonto del monopolio contenutistico e ‘cronologico’ dei media tradizionali, ha segnato uno spartiacque decisivo: non sono più i grandi giornali e le televisioni a detenere il linguaggio sportivo (considerato che il web ha liberalizzato i contenuti e raggiunto direttamente il pubblico), anzi questi sono costretti ad inseguire i social sul campo dell’attualità, in una fisiologica emorragia di lettori che, per essere contenuta, prevede una resa alle logiche da spazzatura virale – le quali, tuttavia, ripagano in termini di click e visualizzazioni.

I grandi media si trovano allora nei panni del criceto nella ruota, o banalmente in quelli di un corridore sempre più stanco che tuttavia non può fermarsi: continuano ad andare avanti perché non hanno tempo e possibilità di chiamarsi fuori, e l’unica opzione (apparentemente) rimasta loro è correre più forte dei social – batterli sul campo dell’attualità e della viralità, dalle grafiche personalizzate un minuto dopo l’uscita di una notizia ai reel brevi, per finire con l’assimilazione di settori strategici come il fantacalcio (Gazzetta con Leghe) o le scommesse (Dazn con gli spazi dedicati, in un calcio italiano che sembra non possa sopravvivere senza gli introiti del betting).

E se addirittura la FIFA, per la competizione più importante del pianeta (i mondiali di calcio), stringe accordi con Tik Tok e recluta influencer da mandare a bordo campo e negli spogliatoi, mentre a proposito di Fantacalcio la stessa Serie A acquisisce il 51% delle quote di Quadronica, la società che lo gestisce, come si può pensare che il giornalismo sportivo faccia eccezione?

Questo arranca, rincorre, gradualmente perde introiti mentre ha spese eccessive, dunque taglia sulla qualità e tiene in piedi solo le infrastrutture vitali e ‘produttive’. Non c’è più tempo, non c’è più cassa, e tutto ciò non consente più la formazione. Ad ascoltare i vecchi giornalisti sportivi, quelli che hanno scritto la storia di questo mestiere, ripetono tutti la stessa cosa: loro andavano sul campo, si informavano, imparavano, e parlavano con i rappresentanti di un mondo (quello sportivo) che fino a qualche decennio fa, tra l’altro, non era così iper-protetto, ermeticamente chiuso in una bolla impenetrabile di uffici stampa, agenti, faccendieri vari.

Tutti poi aggiungono un’altra cosa: avevano dei maestri.

Come riferitoci da Gianni Mura anni fa, il giornalismo era un “mestiere artigianale”, che si faceva con le mani (oltre che con gli stivali sul terreno) e aveva una sua didattica, pratica ma anche teorica. Si veniva corretti, indirizzati, formati, si cresceva in una redazione; tutto scomparso. L’odierna vita di redazione è un autismo fatto di decine di articoletti flash al giorno (scritti rigorosamente con l’intelligenza artificiale) e di stipendi da fame per un mestiere in cui la domanda supera di gran lunga l’offerta. Di nuovo non c’è più tempo, non ci sono più soldi, e non stupisce che manchino figure in grado di invertire il trend.

Qui una nostra vecchia intervista (2018) a Gianni Mura


Scommettere sulla formazione è un investimento troppo rischioso, a lungo termine, probabilmente perdente in un’epoca in cui si legge sempre meno e sempre peggio, in cui l’informazione non la garantisce più un articolo ma un post a carosello instagram – torniamo ai social e agli smartphone, che non sono semplici strumenti ma definiscono il nostro approccio alla “conoscenza”, e arriviamo al paradosso per cui, nelle società più scolarizzate e alfabetizzate di sempre, l’analfabetismo funzionale sta schizzando a livelli semplicemente inquietanti (il 34% degli italiani adulti non riesce a comprendere un testo, secondo l’ultimo rapporto OCSE).


NON C’È ALTERNATIVA… FORSE


Eppure, c’è anche altro. E ci sono anche altri modelli. Perché oggi siamo schiacciati dalla fine della storia, dall’irreversibilità di certi processi, dal “there is no alternative” thatcheriano, per cui come scrive Mark Fisher in ‘Realismo capitalista’ è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Stessa cosa per i media: è più facile immaginare lo shutdown delle comunicazioni tecnologiche rispetto alla risalita qualitativa ed editoriale dei grandi giornali, soprattutto nel libero mercato capitalistico. La più grande sconfitta che viviamo è la rassegnazione, la totale sfiducia in una possibile inversione di tendenza.

Di sicuro l’alternativa è tortuosa e complessa, ma esiste e ce la fornisce il più prestigioso quotidiano del mondo. La politica del New York Times, che nello sport si è declinata con l’acquisizione di The Athletic per 550 milioni di dollari, prevede un patto di responsabilità con i lettori: contenuti di qualità a pagamento, anche sul web. Così, con il tempo, si potrà educare e non solo inseguire il pubblico, segnando una profonda differenza tra contenuti. All’epoca dell’acquisizione (2022), l’obiettivo era arrivare – anche grazie alla spinta di The Athletic, 1.2 milioni di abbonati – alla cifra di 10 milioni di abbonati nel 2025.

Oggi il NYT ne ha 12.78 milioni, con un aumento spaventoso nell’ultimo anno (+1.4 milioni di abbonati nel 2025, di cui 450mila nell’ultimo trimestre).

Certo, parliamo della Signora in grigio, un giornale che può e forse deve permettersi una simile politica per rimanere riferimento mondiale. Eppure, si tratta di un tema essenziale: qual è l’attuale prospettiva dei grandi media? Quanto pensano di poter andare avanti in questo modo? Quanto ancora si possono deformare linguaggio, contenuti, metodi del giornalismo – in uno spaventoso livellamento a ribasso senza fine, che prevede una perdita di lettori di anno in anno – prima che si rimetta tutto radicalmente in discussione?

Sono sempre gli Stati Uniti, patria delle polarizzazioni, a fornire i due volti: il New York Times che vive di blasone, e sempre prova a rilanciarsi innovando forme e contenuti, e il Washington Post, l’altro grande giornale a stelle e strisce, che ha annunciato un “riassetto strategico” con imponenti tagli redazionali (300 degli 800 giornalisti sotto contratto) e la chiusura della redazione sportiva. Obiettivi e strategie inconciliabili, laddove anche il giornalismo perde la sua natura di informazione e diventa – nel caso di Jeff Bezos, proprietario del WP, ma anche della gran parte dei media tradizionali – un asset come un altro, da valutare con le sole logiche del profitto immediato. Un po’ quello che fanno i fondi d’investimento con i club di calcio.


LA FINE DELLA CRITICA SPORTIVA, LA RESA DEI GIORNALISTI


Ma torniamo a noi. In Italia la narrazione sportiva è stata elevata da grandi giornalisti, da ottimi cronisti ma soprattutto da una critica sportiva invidiabile ed invidiata, oggi totalmente annichilita e, ancora peggio, tenuta in ostaggio da ex calciatori semi-alfabetizzati, patetici influencer, saltimbanchi digitali. Questi personaggi, che sbraitano e si agitano davanti a una telecamera, mitomani del nulla, rappresentanti di quella degenerazione che è l’opinionismo, funzionano perché sono immediati, informali, dicono le cose che gli altri non dicono (e per fortuna, aggiungeremmo noi) rivolgendosi a un pubblico in cerca di pettegolezzo, contenuti facili, provocazioni virali.

È la corruzione dello scenario democratico, quell’oclocrazia di cui scrivevano già gli antichi Greci, ovvero il dominio delle masse con ribalta di squallidi tribuni. Da qui nascono le teorie degenerative per cui uno vale uno, una cuoca può reggere le sorti dello Stato o un influencer può fare l’analista sportivo.

La critica sportiva è una cosa seria, nel nostro Paese l’hanno coltivata dei mostri sacri e su tutti l’ha incarnata il Guerin Sportivo, sulle cui colonne si susseguivano le firme di grandi intellettuali (e mica solo dello sport) italiani. Era l’idea di una scrittura alta, colta ma non esclusiva, adattata ai fatti sportivi e in grado di interpretarli da una prospettiva d’eccezione. Che piaccia o meno, oggi l’unico rimasto in Italia a fare critica sportiva è Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport, che proprio di recente ha emesso il suo requiem per il giornalismo sportivo.

https://www.youtube.com/watch?v=ce_qIk95yfE

Il suo personaggio può non essere apprezzato da alcuni ma è il solo che (sul Corriere dello Sport, non su ‘Numer1’, che riteniamo l’opposto antitetico-polare di ‘Viva el futbol’) riesce a creare dibattito, a orientare il discorso, a realizzare delle interviste vere, muovendosi a cavallo tra due secoli – la formazione del ‘900, per cui ha oltre 45 anni di esperienza reale sul campo, e i meccanismi del 2000.


In Italia poi, e non per recitare la parte dei soliti esterofili, il livello è ben più scadente che altrove – ed è sufficiente leggere i giornali esteri per rendersene conto. Qui regnano da una parte le clientele, fatte di raccomandazioni, conformismi, incapacità, piccole e grandi lottizzazioni, nonché di vecchi autoreferenziali al ‘potere’, e dall’altra conflitti d’interesse troppo radicati – e logiche televisivo/commerciali troppo stringenti – affinché si possa esercitare un pensiero critico.

Se poi ogni discorso generale è sempre un discorso particolare, quindi di singoli, è pure la pasta dei giornalisti ad essersi ammollata: quelli “emergenti”, con lacune incolmabili di coraggio, idee, riferimenti, e quelli già realizzati, rivelatisi inadatti a gestire la popolarità e con essa la dopamina data dai social; professionisti, spesso anche bravi, che però non hanno quel carattere, quell’impermeabilità, anche quella ‘fede’ in ciò che fanno per mantenere un profilo basso e un’autorevolezza composta. Se qui abbiamo sempre invocato gli ‘uomini prima dei calciatori’, in questo caso potremmo invocare gli ‘uomini prima dei giornalisti’.


MORTO DIO, È MORTO ANCHE LO SPORT


Sul fondo, il tramonto dell’idea stessa dello sport come fenomeno sociale, culturale, antropologico, estetico – e chi obietta che l’estetica è l’unica dimensione a resistere nel racconto del football show, andasse a leggere con Carmelo Bene cosa significhi l’approccio estetico allo sport, quello dell’atto e non dell’azione, dei giocatori giocati, il rifiuto della finalità e il trionfo dell’aion, il tempo eterno. Difficile però che lo sport, diventato industria e asset televisivo, potesse fare eccezione in una società che, nel suo insieme, ha mandato in soffitta i contenuti identitari e meta-fisici, permeata dall’unico criterio dell’utile e dalla sacra legge del mercato dispiegata in ogni ambito della vita.

È questa sovrapposizione con lo spettacolo che ha assestato il colpo di grazia allo sport, con tutte le appendici narrative di un simile, degradante, scivolamento – pornografia, pettegolezzo, scandalo, emotività. Lo sport odierno, svuotato di epica ed identità, sradicato, desacralizzato, prosciugato nel rito, abdica al proprio carattere di fenomeno sociale che cessa di essere soltanto un gioco (Simon Kuper) e si autorelega ai fatti di campo, senza capire che questi rappresentano una minima parte della sua essenza – fatta invece dagli uomini e dalle loro storie, dai tifosi e dai loro riti, dalla meta-fisica ovvero da ciò che trascende la fisica del campo.

Il racconto del calcio in questo è emblematico. Anche i progetti più qualitativi e innovativi, incentrati però sulla tattica e sui fatti di campo, sono l’alternativa senza alternanza dell’attuale impostazione narrativa, spettacolarizzata e tremendamente autoreferenziale. C’è solo il campo e allora, per elevare l’analisi, lo si tratta con un’ermeneutica della specialistica: lo sport come scienza, come materia da addetti ai lavori in apparente contrapposizione ai 60 milioni di allenatori. La verità è che sono due facce della stessa medaglia, della stessa decadenza, perché entrambe riposano sulla concezione dello sport come fatto di campo.

Il volto di Lautaro in prima pagina sulla Gazzetta o l’approfondimento sulla Salida Lavolpiana sono due effetti di un pallone egoriferito e incapace di andare oltre il terreno di gioco.

Il tatticismo è allora nient’altro che l’ideologia senile di un calcio stanco, ritorto su se stesso e incapace di produrre qualcosa di nuovo, di sprigionare energie altre ed accendere le masse. Non è un discorso morale e ideologico bensì storico: il calcio d’élite europeo si trova in una parabola discendente innegabile, è un impero che inizia a manifestare i segnali della propria stanchezza. E non è scritto da nessuna parte che debba essere eterno, come chiosava su queste colonne Andrea Mainente.



AL FONDO DI TUTTO, IL GIORNALISMO SPORTIVO NON ESISTE


Tanti ed eterogenei fattori, la cui somma contribuisce a formare il problema. Eppure, in fondo, c’è una grande ‘verità’ sottaciuta: perché, essenzialmente, il giornalismo sportivo non esiste. Non è mai esistito, e oggi che ha la pretesa di esistere si trova a fare i conti con la propria insufficienza ontologica. C’è il giornalismo che si occupa di sport, non il giornalismo sportivo.

Tutti i più grandi giornalisti sportivi sono stati giornalisti innanzitutto, con una solida formazione culturale, che trattavano di sport. Dagli storici direttori del Guerino – come Italo Cucci, formatosi in giornali romani e poi assunto al Resto del Carlino, o Marino Bartoletti, anch’egli svezzato al Resto del Carlino – al celebre direttore della Gazzetta Cannavò, che iniziò a scrivere di cronaca, costume e società su La Sicilia. Gli stessi giganti cresciuti nelle sezioni sportive, su tutti Gianni Brera e Gianni Mura, erano dei letterati con una visione (e una produzione) ben più ampia. Per non parlare di Gianni Minà, narratore, intellettuale, ‘politico’, o Gianni Clerici, scrittore prestato al giornalismo sportivo, come disse di lui Italo Calvino.

E pure un Mario Sconcerti, da sempre focalizzato sullo sport, spesso lo utilizzava per trattare di altro, di cultura e società.

Oggi si pretende che esista un giornalismo sportivo specializzato, ovvero una contraddizione in termini, non essendo lo sport né una scienza né una scuola di formazione. E così ci ritroviamo ex calciatori, che magari non sanno mettere due frasi in fila ma esperti del settore e delle sue logiche internecosì come telecronisti, analisti, opinionisti figli di una settorializzazione che li ha già formati con il paraocchi dello sport – parafrasando il grande Mourinho potremmo dire che chi capisce solo di sport non capisce nulla di sport.

Il giornalismo e la cultura sportiva non li fanno le competenze specifiche bensì lo sguardo, l’interpretazione, la formazione, la cultura. È per questo che Gianni Brera, reo secondo alcuni di ‘capire poco’ di calcio e di tendere ad abbagli ‘tecnici’, è il padre del giornalismo sportivo italiano. Lo stesso motivo per cui, senza una prospettiva culturale (che consenta di inserire i fatti sportivi in un contesto più ampio) e una padronanza del mestiere (necessaria per saper narrare, raccontare, intervistare), il giornalismo sportivo nasce dal nulla e finisce nel nulla – nel mezzo, fa giusto un po’ di rumore e mostra un’ingiustificata arroganza.


Un singolo Dino Buzzati al Giro d’Italia varrà sempre più di un milione di analisi tattiche


Avviandoci al termine di questa diagnosi parziale, ma comunque sommativa di tanti elementi interconnessi (economici, culturali, sociali, psichici, strutturali), saremmo al tempo delle ipotesi per invertire il trend. E forse solo qui, paradossalmente, siamo davvero convinti della soluzione: solo un Dio ci può salvare. Dio inteso nel senso di fede, di orizzonte, di missione; anche di utopia che però, come insegnava Galeano, serve proprio a perseverare nel cammino. Il giornalismo si potrà salvare esclusivamente tornando a credere, solo con gli uomini. Nient’altro.

Nessuna soluzione ‘di sistema’ è percorribile, nessuna funzionerebbe; questa è al momento irrealistica, e ci vorrebbe un contesto storico mutato che formi persone differenti, ma è la sola possibile. Sicuramente bisognerà attraversare la tempesta di questi tempi mitomani, della popolarità facile, dei contenuti usa e getta, dei giornalisti senza pensiero e spina dorsale. Essere uomini e donne che, con coraggio, etica e visione, tornino a studiare e lavorare, fuggendo la fama, nascondendosene, avvertendo il peso e la missione di ciò che fanno.

Il giornalismo potrà salvarsi solo essendo altrove, dal mercato social contemporaneo.

Se tutto ciò pare oggi irrealizzabile, domani il contesto potrebbe variare. I tempi cambiano ormai molto in fretta, e la speranza che alcune nicchie, per reazione alla volgarità contemporanea, tornino a formarsi, a organizzarsi, ad approfondire, a pretendere qualcosa di più, è l’unica grande scommessa che ci resta. In fondo le mode passano ma l’uomo rimane sempre nello stesso posto, come insegna Heidegger. Basterà riscoprire quel posto, se avremo ancora del sangue nelle vene, e tornare a interrogarci sui piccoli e grandi temi del mondo.


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Quando il calcio era un gioco da ragazzi

Quando il calcio era un gioco da ragazzi

Quando il XIX secolo comincia a emettere i primi rantoli, nessuno a Torino se ne accorge, li si scambia per il rombo delle macchine. È il suono della modernità: frenetica, positiva, industriale. La città sabauda non è più capitale del Regno da qualche anno, eppure il suo fermento febbrile la agita fino alle viscere – la Dora, il suo lungo intestino, oltre la quale i fabbricati si allungano sulle zone rurali, colonizzate dagli stabilimenti metalmeccanici e dalle bettole della manodopera. Il progresso, la produzione che cresce, la borghesia a sobbollire nei caffè… e intanto in piazza Carlo Felice si inaugura il primo impianto ad illuminazione elettrica.

È sotto questa luce vitrea che nel 1897 Edmondo De Amicis pubblica Gli azzurri e i rossi, forse la nostra prima opera di letteratura sportiva moderna.

Ma se nei pressi della Mole si sente nominare il balòn, nessuno pensa ancora al football inglese: la mente corre invece al pallone con bracciale, gioco allora diffusissimo, a cui il didascalico autore di Cuore dedica la sua nuova opera. Ci aveva giocato in gioventù, nel campo di via Napione, continuando ad amarlo anche dopo aver rimesso gli attrezzi in soffitta. Dello spettacolo popolare il “pallone grosso” ha tutto, compresi i beniamini, le gradinate gremite degli sferisteri e nessuno disposto a credere che nel giro di cinquant’anni ne sarebbe sopravvissuta qua e là solo qualche rievocazione.

Il calcio, invece, è ancora pasta informe. E a Torino, nello stesso anno in cui Gli azzurri e i rossi viene dato alle stampe, a levigare questo sogno di cuoio è un gruppetto di studenti del Liceo classico D’Azeglio. Sono colti e sono imberbi – il più vecchio di loro non supera i diciassette anni – e sotto lo sguardo austero del Re, i cui ritratti dominano le aule, decidono di dare vita ad una nuova compagine sportiva: la chiamano Juventus, un nome evocativo destinato a portare un po’ di latino sulle bocche di generazioni di italiani.

È quasi un grido di rivendicazione, e nel secolo in cui si “scopre” l’adolescenza, «Juve! Juve!» pare il segno di una consapevolezza nuova.

juventus
La squadra della Juventus del 1905, per la prima volta campione d’Italia dopo la vittoria nel torneo di Prima Categoria / Fot. avv. Nizza – Torino - La Stampa Sportiva, a. 4, n. 18, 30 aprile 1905

Spuntano ovunque i primi circoli giovanili, dove non di rado si aspira ad una vita diversa da quella dei padri, affrancata dalle convenzioni, dalle autorità e dal moralismo dolciastro della cipria vittoriana. In parallelo si diffondono gli scout e gli oratori, destinati a diventare un serbatoio di campioni per le Nazionali dei decenni successivi, al di là di tutta la retorica che si può fare oggi sull’attuale penuria di fuoriclasse in maglia azzurra.

Sempre più giocatori italiani si appassionano ai game show in diretta, e tra questi merita attenzione Funky Time Live, dove un presentatore dal vivo guida ogni round offrendo quattro modalità bonus distinte e premi potenzialmente elevati.