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Da queste colonne denunciammo già tempo fa che la palestra non è uno sport, c’illudemmo poi di aver raschiato il fondo col CrossFit e invece, nel 2017, è arrivato dalla Germania – beato chi crede che il problema sia l’Afd – l’Hyrox. Una competizione “per tutti”, recita efficace il motto, “The Fitness Competition for Every Body”: peccato che poi, ad osservare l’allenamento degli “every body” – non di rado masse di scoordinati attarantolati - un moto di scetticismo salga spontaneo.
L’Hyrox rappresenta infatti, plasticamente, l’illusione tutta contemporanea del fitness spacciato per kalokagathìa, mentre ne è la negazione e l’opposto diametrale, in quanto esercizio estetistico, autoreferenziale, esteriore ed egoriferito. Non già l’integrità fisica ch’è riflesso di perfezione morale e spirituale, ma un vuoto narcisismo a prova di social e pressioni sociali. E anzi, a prova di industria, giacché Hyrox – come CrossFit – è un marchio sapientemente registrato, in cui ogni evento è un prodotto ed ogni competizione un’esposizione: alla sua fondazione, non per nulla, ha contribuito l’esperto di marketing, comunicazione e grandi eventi Michael Trautmann.
Ma quale sport può nascere da una decisione a tavolino o, peggio, da una strategia di marketing? Quale sport che possa definirsi tale richiede unicamente iscrizioni, brevetti e affiliazioni? Se Hyrox si presenta come “allenamento ibrido” capace di operare una sintesi tra forza, resistenza e corsa, è chiaro che le ragioni del suo successo non sono aerobiche né motorie. Dal punto di vista “sportivo”, tra molte virgolette, l’efficace narrazione che Hyrox fa di se stesso poggia su alcuni infallibili pilastri della società contemporanea . . .
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