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Editoriali

Andrea Mainente
27 Gennaio 2026

Nemmeno il calcio è per sempre

Nemmeno il calcio è per sempre

Nell’era del disincanto, i cerchi disegnati in volo dagli stormi non sono altro che circonferenze; i sogni la manifestazione dell’inconscio; i sensi regolati, le foreste nulla più che un insieme di alberi senza voce. L’uomo razionale, che ha indagato il mondo attraverso microscopi e cannocchiali, sa bene che prevedere il futuro è spesso un esercizio ludico. Che le sfere di cristallo sono pura superstizione.

Eppure in questo gioco si annida qualcosa di profondamente serio: se si scava oltre la superficie, infatti, esso insinua il dubbio che la storia sia una grande illusione ottica, che anche la più rassicurante delle nostre certezze possa incrinarsi all’improvviso. Basta immaginare per un attimo quel che sarà e subito le cose a cui abbiamo sempre affidato un senso di durata, di certezza, non ci sembrano più tanto stabili.

La persistenza della memoria, di Salvador Dali (1931)

Il calcio – come del resto ogni sport; riformula: come qualunque attività umana – è ciclico. Ha avuto un inizio, in un secolo e mezzo si è sviluppato a tal punto da diventare il lontano parente di se stesso, e un giorno semplicemente finirà. Sembra banale dirlo così, con la secchezza di un verbo netto, il colpo di un’ascia che recide il tronco. Non ce lo diciamo quasi mai. Non tanto spesso, non troppo volentieri. Eppure la storia è un cimitero di passioni che si credevano senza fine.

C’è stato un tempo in cui i gladiatori si ammazzavano coram populo, le naumachie trasformavano gli anfiteatri in enormi stagni e la folla s’accalcava per assistere alle corse dei carri. Tutti fenomeni che i contemporanei credevano immutabili. Così come Roma eterna, del resto, agli occhi dei sudditi dell’impero non sarebbe mai dovuta crollare: se cadrà il Colosseo, dicevano, cadrà Roma; e se cadrà Roma cadrà il mondo.

Invece siamo qui. Ancora. Con gli archeologi ad arrovellarsi per capire come funzionassero i giochi e le fonti sempre troppo scarne per placare la nostra sete di posteri.

Arriverà un’epoca in cui lo stesso si chiederanno, a proposito di questo secolo ventunesimo, le future civiltà. Se ci sarà ancora la curiosità per il passato, se qualcosa rimarrà delle architetture di cemento e ferro che ospitano gli odierni spettacoli; se qualcuno non le smantellerà in tempi di crisi e abbandono, di riduzione demografica, quando nei resti delle nostre città pascoleranno i cinghiali e le nottole nidificheranno là dove un tempo la brava gente consumava i suoi piccoli riti conviviali.

Ritratti

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I tifosi dell'HC Milano e un amore che va oltre lo sport.

Cultura

Mattia Zaccaro Garau
13 Febbraio 2026

Bollettino calcistico di guerra: episodio I

Bollettino calcistico di guerra: episodio I

Il calcio sta assumendo sempre più un ruolo dichiaratamente politico e geopolitico. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, in carica da dieci anni, è in strettissimo contatto con Donald Trump, tanto che quest’ultimo lo ha invitato al summit su Gaza a Sharm-el-Sheikh del 2025, come lo aveva invitato nel 2020 alla Casa Bianca per la firma degli Accordi di Abramo. Se il ‘Premio FIFA per la pace’ consegnato al Kennedy Center for the Performing Arts a Washington è stato il suggello di questa liaison, quello del rapporto con un altro potente della terra, Vladimir Vladimirovič Putin, era stata la consegna della medaglia dell’Ordine dell’Amicizia, consegnata al Cremlino nel 2019.

Gli altri amici portano il nome dell’emiro qatarino Tamīm bin Ḥamad Āl Thānī, cui ha assicurato i Mondiali 2022, i primi giocati d’inverno, e del principe saudita Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, cui sono stati già assegnati quelli del 2034. Il governo del mondo si intreccia col governo del calcio: vantaggi economici e potere per riabilitare democrazie discutibili. E questo potere che il calcio detiene in maniera sempre più esplicita è manifesto soprattutto nei luoghi in cui sono in atto dei conflitti armati.

Quando le forme di governo prendono pieghe autoritarie e il panem inizia a diventare un problema quotidiano, i circenses assumono una potestà inaudita. Il calcio, con la sua capacità di attrazione diretta (sportiva) e indiretta (politica), diventa un agente autorevole sia nel bene, come strumento di integrazione, sviluppo, ricreazione, sia nel male, come strumento di propaganda, manipolazione, condizionamento.


Questa rubrica, Bollettino calcistico di guerra, nasce per indagare proprio questo: lo stato del movimento calcistico nelle zone di confronto bellico, le sue funzioni e le sue disfunzioni. Quello che leggerete qui è il riepilogo iniziale in cui sono elencate tutte le aree interessate da guerre in atto. Trimestralmente poi, con l’aprirsi, il chiudersi o il semplice evolversi dei vari fronti, la rubrica verrà aggiornata qualora vi fossero delle novità inerenti allo stato del calcio.


Per un progetto del genere, però, bisogna chiarire che cosa si intende non solo per ‘guerra’. Non esiste una definizione univoca, ovviamente, e il concetto si presta a interpretazioni plurime. Noi, non volendo inerpicarci sullo scosceso mondo dell’etimologia, abbiamo deciso di includere in questa lista, per ora, solo le nazioni con uno scontro bellico dichiarato con un’altra nazione o con una guerra civile palese – escludendo quindi dall’analisi le insurrezioni terroristiche, i disordini pubblici cronici, le rivolte di popolo contro il governo non ancora del tutto organizzate (quand’anche con pesanti perdite di vite umane), le guerre esclusivamente legate al traffico di droga e le violenze etniche. La lista, altrimenti, avrebbe rischiato di diventare, all’inizio di questo 2026, infinita.

Si tratta, invece, di un focus molto specifico sui luoghi di guerra ‘tradizionale’ e quelli che, malgrado le tregue, necessitano di essere seguite ancora da vicino, almeno fino alla firma della pace. Lì, il calcio si gioca o non si gioca? Come viene utilizzato dagli schieramenti in campo? E quali rapporti ci sono tra le loro federcalcio, spesso in mano alle parti in causa nei conflitti, e la FIFA (che con le sue 211 federazioni ha più stati membri dell’Onu)?

Nota bene. Trovare notizie su campionati di zone in guerra, soprattutto quando si tratta di conflitti che non guadagnano la ribalta mediatica, è molto complesso. La copertura mediatica è minima, a volte del tutto assente, e le notizie, pure in questa fase di informazione ipercinetica, scarseggiano o, peggio, a volte risultano contraddittorie. La nostra deontologia professionale ci obbliga a un fact checking accurato, a un doppio, triplo controllo su ogni informazione che, il più possibile, tentiamo di ottenere di prima mano. Qualora trovaste delle imperfezioni, degli errori o degli aggiornamenti saltati, segnalateceli e provvederemo a correggere, emendare o aggiungere.


Afghanistan | 162º posto nel ranking FIFA


Da quando la Nato ha abbandonato il paese nel 2021 lasciandolo in mano al regime talebano, il movimento calcistico afgano ha subito un grosso rallentamento. La Federcalcio non è stata eliminata o destituito ma con la shaaria è stata imposta l’eliminazione di ogni traccia delle donne nel calcio — tanto che la squadra nazionale femminile si è assemblata solo negli ultimi mesi, grazie al supporto della FIFA, attraverso uno zoccolo duro formato dalle atlete fuggite in Australia e che, negli ultimi anni, si erano organizzate per giocare in campionati minori locali.