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27 Gennaio 2026

Nemmeno il calcio è per sempre

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Nell’era del disincanto, i cerchi disegnati in volo dagli stormi non sono altro che circonferenze; i sogni la manifestazione dell’inconscio; i sensi regolati, le foreste nulla più che un insieme di alberi senza voce. L’uomo razionale, che ha indagato il mondo attraverso microscopi e cannocchiali, sa bene che prevedere il futuro è spesso un esercizio ludico. Che le sfere di cristallo sono pura superstizione.

Eppure in questo gioco si annida qualcosa di profondamente serio: se si scava oltre la superficie, infatti, esso insinua il dubbio che la storia sia una grande illusione ottica, che anche la più rassicurante delle nostre certezze possa incrinarsi all’improvviso. Basta immaginare per un attimo quel che sarà e subito le cose a cui abbiamo sempre affidato un senso di durata, di certezza, non ci sembrano più tanto stabili.

La persistenza della memoria, di Salvador Dali (1931)

Il calcio – come del resto ogni sport; riformula: come qualunque attività umana – è ciclico. Ha avuto un inizio, in un secolo e mezzo si è sviluppato a tal punto da diventare il lontano parente di se stesso, e un giorno semplicemente finirà. Sembra banale dirlo così, con la secchezza di un verbo netto, il colpo di un’ascia che recide il tronco. Non ce lo diciamo quasi mai. Non tanto spesso, non troppo volentieri. Eppure la storia è un cimitero di passioni che si credevano senza fine.

C’è stato un tempo in cui i gladiatori si ammazzavano coram populo, le naumachie trasformavano gli anfiteatri in enormi stagni e la folla s’accalcava per assistere alle corse dei carri. Tutti fenomeni che i contemporanei credevano immutabili. Così come Roma eterna, del resto, agli occhi dei sudditi dell’impero non sarebbe mai dovuta crollare: se cadrà il Colosseo, dicevano, cadrà Roma; e se cadrà Roma cadrà il mondo.

Invece siamo qui. Ancora. Con gli archeologi ad arrovellarsi per capire come funzionassero i giochi e le fonti sempre troppo scarne per placare la nostra sete di posteri.

Arriverà un’epoca in cui lo stesso si chiederanno, a proposito di questo secolo ventunesimo, le future civiltà. Se ci sarà ancora la curiosità per il passato, se qualcosa rimarrà delle architetture di cemento e ferro che ospitano gli odierni spettacoli; se qualcuno non le smantellerà in tempi di crisi e abbandono, di riduzione demografica, quando nei resti delle nostre città pascoleranno i cinghiali e le nottole nidificheranno là dove un tempo la brava gente consumava i suoi piccoli riti conviviali.

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Il 2 febbraio del 2024 la nazionale cubana di pallacanestro ha inflitto una storica sconfitta per 81 a 67 alla formazione statunitense nell’AmeriCup. È stata la prima volta che la massima rappresentativa cestistica di L’Avana ha battuto, in uno dei suoi sport più iconici, i propri acerrimi rivali geopolitici negli Stati Uniti. Risulta complesso discernere come uno dei giochi tradizionalmente legati al carattere e alla storia di Washington, ovvero il basket, sia divenuto un simbolo identitario della Cuba castrista.

Nell’esistenza dell’isola prima spagnola e poi traslata a colonia informale dell’impero statunitense nell’emisfero occidentale, il basket fece la sua comparsa nel 1906, quando venne giocata per la prima volta una partita presso l’Havana Gymnastics and Fencing Club. La federazione cestistica cubana vide la luce nel 1937, restando però confinata a sport minoritario.

Molto meno apprezzato del baseball, quest’ultimo amato persino e tutt’oggi - paradosso del paradosso - nel Venezuela chavista, il basket risultò nondimeno relativamente popolare, data la sua accessibilità a prescindere dal contesto sociale. Senza sostanziosi investimenti da parte del governo di L’Avana, il movimento cestistico cubano visse di stenti nel corso di tutta la prima metà del Novecento, fino all’ascesa del Lìder Maximo Fidel Castro e all’inizio della rivoluzione cubana del 1959.