Ultime
Il libro nero della Serie A: i fondi d'investimento
Le Papaya Rules e la F1 contemporanea
Davide Nicola non fa miracoli
Le interviste post-partita sono inutili
L'assurdo dibattito sui risultati in Serie A
Pogacar, campione in tre atti
Il libro nero della Serie A: i fondi d'investimento
Davide Nicola non fa miracoli
L'assurdo dibattito sui risultati in Serie A
C'era una volta il calcio saudita
L’insostenibile lagnanza del Conte
Almaty, nel nome dei Göktürk
Le Papaya Rules e la F1 contemporanea
Pogacar, campione in tre atti
Siamo tutti figli di Andrea de Adamich
L'NBA vuole mangiarsi l'Eurolega
La lunga notte di Conor McGregor
La NBA si commenta da sola
Le interviste post-partita sono inutili
Quel che resta di una Vecchia Signora
Milan-Como in Australia, forse, ce la meritiamo
San Siro è il simulacro di una Milano scomparsa
Nel piattume della Serie A, esiste Nico Paz
Salviamo Pio Esposito dalla fenomenite
Lo sport è bello perché succede davvero
Andare controcorrente rimanendo in equilibrio
Napoli, le botte e l’onore
Per amore del tennis
Ha vinto il calcio moderno
Possono ucciderci, ma non cancellarci dal mondo
Giornalismo reel e getta
Ho sempre apprezzato, della pagina bianca, le sue infinite possibilità. Chiunque abbia provato a scrivere anche solo un breve articolo, si sarà accorto di come essere autori del pezzo non significa necessariamente esserne i fautori. Nessuno di noi, quando inizia a scrivere, sa davvero dove lo condurrà la parola. Eppure, una cosa la sappiamo: la scrittura, già per il solo fatto di evocare delle immagini, richiede un tacito accordo tra chi scrive e chi legge.
Chi scrive, detto altrimenti, prende un impegno – mica da poco – nei confronti del lettore. Un impegno che implica serietà nella ricerca, nella selezione e nella lettura delle fonti, nel restituire con chiarezza e semplicità questioni di ampio respiro, eventualmente – anche se non abitualmente – profondità di pensiero, per cercare di far nascere in chi legge qualcosa in più della semplice curiosità, quindi ciò che è in grado di accendere la miccia che spinge al dibattito e all’azione.
Scrivere non significa informare, ma creare un mondo. Oggi, sembra, assistiamo all’inversione di questo rapporto (già denunciata da Heidegger, su tutti): è la tecnica, lo strumento quindi, ad aver imposto le proprie leggi all’uomo creando un mondo a sua dissomiglianza.
La parola non è sfuggita a questa dinamica. Dobbiamo qui chiederci: in quale misura l’esperienza audio-visiva ha cambiato il nostro modo di percepire il mondo, anche quello sportivo? E come questa percezione ha modificato la profondità del racconto e la sua epica? Con Umberto Eco (Apocalittici e integrati, 1964), si potrebbe rispondere che la TV in un primo tempo non è stata né negativa né positiva per l’informazione, ma ha solo mutato il modo di riceverla. Eppure, in un articolo (La neo-tv) apparso su Repubblica qualche anno dopo (1983), il filosofo italiano aggiunge qualcosa di decisivo alla propria analisi: la neo-televisione, a differenza della paleo-televisione (quella in vita fino agli anni ’70), non istruisce, ma intrattiene; non mostra il mondo, ma mostra la TV che parla con lo spettatore; non è più istituzionale, ma colloquiale e commerciale; è costruita per non “lasciarti mai andare via”.
Il giornalismo sportivo rientra pienamente in questo discorso, e dalla TV agli smartphone il processo si è ulteriormente accelerato, riducendo l’epica dello sport a racconto, cronaca, pettegolezzo sportivo.
Il giornalismo sportivo e la scrittura, sua madre, sono capaci di generare un pensiero, di trasformare lo sport in epica, l’epica in tifo, il tifo in politica, la politica in sommovimento popolare, il sommovimento popolare in sottocultura. Scindere il giornalismo sportivo . . .