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L’apologia della difesa nel calcio sembra uno di quegli argomenti ciclici di cui la critica non potrà mai davvero disfarsi. Nell’ultimo decennio, in particolare, abbiamo assistito ad un vero e proprio scontro di mondi ben rappresentato dall’emergere di due termini che oggi suonano quasi ridicoli: risultatismo e (contro) giochismo.
I risultatisti, stando a questa facile semplificazione, sono quelli attaccati alle tradizioni, un po’ borbottoni, amanti dei pareggi a reti inviolate o delle vittorie di «corto muso» – per citare un illustre rappresentante della categoria, ad oggi suo malgrado, come Max Allegri.
Una delle sue massime, una sorta di manifesto del risultatismo, è quella che dice: «quando non puoi vincere, non devi perdere».
I giochisti, dal canto loro, pur uscendo spesso con le ossa rotte da Sua Maestà il Risultato, vengono dipinti dagli acerrimi rivali come dei piccoli Talete con i tablet tra le mani, così focalizzati sulla tattica e sulla ricerca ossessiva del controllo del gioco da perdersi il gioco stesso, da cadere nel pozzo della conoscenza dell’Aleph. Le cose, come abbiamo scritto più volte in questi anni, non sono così semplici, naturalmente. Ma come nei detti di Paese, in questa narrazione tanto sommaria si cela qualcosa di profondamente vero.
Innanzitutto, che il calcio oggi è diventato uno sport molto complicato, e che quindi i riduzionismi dilagano come argine alla (iper)specializzazione del gioco. L’introduzione del calcolo, dei computer, dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, ha coinvolto ogni ambito del pallone, al punto tale che riferirvisi usando questo termine suona quasi strano.
Legato a questo livello, c’è a nostro avviso un discorso di natura economica, troppo spesso sottaciuto dalla stampa. Detto semplicemente: intorno ai club oggi girano un sacco di soldi, più di quanti fosse possibile immaginarsi anche solo dieci anni fa. Vincere non è più l’unica cosa che conta, ma è solo uno dei possibili modi attraverso i quali un club può fatturare. Ecco perché un modello «risultatista» paradossalmente oggi non è più richiesto: non sono i risultati a garantire l’economia di un club, ma la percezione dei risultati.
