L’ideologia dietro al tempo effettivo
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05 Dicembre 2022

L’ideologia dietro al tempo effettivo

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Editoriali

Andrea Antonioli
05 Dicembre 2022

L’ideologia dietro al tempo effettivo

L’ideologia dietro al tempo effettivo
Era solo questione di tempo prima che il tempo effettivo venisse sperimentato, almeno in una sua fase preliminare, nel mondo del calcio. Al Mondiale la cosa ha sorpreso molti, concentrati sul tabellone elettronico che segnava i +8, +10, +14 e non sull'ideologia che ne stava alla base, in attesa ormai da tempo del suo primo sbocco concreto. Sbocco arrivato nel deserto del Qatar, laddove la FIFA è ricorsa allo stratagemma del recupero monstre, prova tecnica e primo passo verso il concetto di tempo effettivo. Una misura, più una rivoluzione che una riforma, invocata a gran voce da molti allenatori, commentatori, dirigenti, e che segnerebbe una mutazione genetica del calcio, da sempre caratterizzato da una sola certezza: la durata di una partita, 90 minuti più (contenuto) recupero. Eppure l'intenzione di andare verso un tempo di gioco effettivo è da tempo discussa dall'IFAB, l'associazione internazionale per le modifiche del gioco del calcio, ed era stata annunciata dallo stesso Infantino – «in ogni partita c'è troppo tempo perso. Dobbiamo rivedere qualcosa perché gli spettatori pagano per vedere 90 minuti di calcio, non 50» –, così come dal presidente della commissione arbitri della FIFA Collina: «abbiamo dato ai nostri arbitri alcune indicazioni specifiche in tal senso». Ma perché solo oggi, dopo oltre un secolo di calcio, si pone il problema della (effettiva) durata di una partita? E cosa si nasconde, malcelato, sotto il "diritto dei tifosi a vedere più calcio" (ritornello talmente abusato dai padroni del calcio da aver perso ogni significato)? Da parte loro i dirigenti (FIFA, UEFA etc.) sono interessati a massimizzare lo spettacolo, ad eliminare i tempi morti, ad accumulare e vendere quanti più highlights e pubblicità possibili. Basti pensare ai calendari compressi, al calcio spezzatino, alle nuove competizioni create negli ultimi anni (nazionali e internazionali), per non parlare del prossimo Mondiale, a 48 squadre anziché 32 e magari con recuperi ancora più corposi – ci saranno maratone di calcio da far invidia a Enrico Mentana. Ma c'è qualcosa di più, un'ideologia che monta dal basso, tanto dagli addetti ai lavori quanto dal popolo (calcistico), e che fa da sponda ai potenti del pallone per tutti altri motivi. L'ideologia di un football impegnato da anni in un processo di quantificazione totale, di scientifizzazione assoluta, di superamento dell'elemento stesso della contingenza e del fato, da sempre parti integranti e essenziali del "gioco più bello del mondo". Il tempo effettivo è l'ennesima tappa fisiologica di questo processo, in cui un calcio stanco di essere umano, ossessionato dalla giustizia e maniaco del controllo dichiara guerra totale alla contingenza, nell'utopia della prevedibilità totale; nell'obiettivo, concreto, di rimuovere le variabili esterne. È allora comprensibile che i registi del pallone ne caldeggino l'introduzione: i dirigenti, per lo spettacolo commerciale e non solo; ma anche gli allenatori, soprattutto dei top club, decisi ad eliminare tutte le variabili che possano corrompere il procedimento e modificare il risultato, in primis le perdite di tempo con cui una piccola squadra, non potendosela giocare a viso aperto, ricorre ai sotterfugi più creativi pur di difendere un eventuale risultato positivo: simulazioni multiple, cambi interminabili, rinvii del portiere alla moviola, cincischi sulla bandierina. Il tempo effettivo è un altro e pesantissimo dispositivo di controllo per i grandi tecnici e, proprietà transitiva, per i grandi club. Per questo allenatori come Pioli e Spalletti ne invocano a gran voce l'introduzione, mascherando il tutto sotto l'ideologia del merito o nel sempreverde confronto con l'estero – laddove, secondo il tecnico del Milan, si giocherebbe di più portando a un gap di intensità per le italiane in Europa (suggestione smentita dai dati del Cies e di Opta: semplicemente all'estero, o meglio in Premier League, si gioca a ritmi più alti ma gli stessi minuti). Così la battaglia per il progresso calcistico, alla ragione economica e "culturale", aggiunge una giustificazione quanto mai pratica e interessata. Ognuno tira acqua al suo mulino con la retorica che gli è propria, ma il problema del tempo effettivo – così come di altre modifiche degli ultimi anni, pensiamo alle cinque sostituzioni – è che rappresenterebbe l'ennesimo assist al più forte. Si parla a sproposito di "merito", ma l'ideologia del merito non esiste senza una seppur vaga forma di uguaglianza. Come se si fanno combattere due uomini, uno con la pistola e un altro con un bastone, e si dice: vinca il migliore! Vincerà quello armato meglio, non il migliore. La stessa cosa succede nei campi di calcio, con i cinque e cambi e con il tempo effettivo, che favoriscono non il più meritevole bensì il più forte. Il Lecce che pareggia a San Siro può essere molto più meritevole del Milan nel senso che, rapportato ai valori reciproci, ha fatto una partita migliore; ciò non toglie che il Milan sia più forte, e il Lecce abbia bisogno di spezzare il gioco per portare a casa un risultato utile. Stessa cosa per i cinque cambi, che fanno pendere la bilancia dalla parte della panchina con più qualità e della rosa più profonda. Questo spiega perché i top allenatori, che dovremmo smettere di trattare come profeti e ideologici, siano naturalmente favorevoli alle nuove modifiche regolamentari: il loro è giustamente un interesse di parte, una rivendicazione di "classe". https://youtube.com/shorts/iUr-gdeBCto?feature=share Le ricette di Stefano Pioli Il problema però, al di là degli addetti ai lavori e dei businessmen nel pallone, è nostro: degli appassionati e dei tifosi, a cui il fardello di tutte queste ideologie – il merito, il diritto a vedere uno spettacolo migliore, la "giustizia" del campo – si aggiunge ad una ossessione per il controllo che ormai determina le nostre vite. Meno viviamo, meno sappiamo, più vogliamo controllare. La mania del controllo è la malattia senile del Vecchio Continente, l'ideologia forte di un'epoca debole. La volontà di potenza di una società impotente. E la guerra totale che abbiamo dichiarato alla contingenza è il suo sintomo più evidente. Provate a chiedere agli argentini, che hanno fatto uno spot per il mondiale fondato sul valore de "las coincidencias", o ai sudamericani in generale cosa pensino del tempo effettivo: nulla di buono, potete starne certi. Perché in Sudamerica si vive ancora il fútbol, e in tutte le sue sfaccettature, come essenza della vita: con le sue ascese e le sue cadute, i suoi vuoti e i suoi pieni; ma anche con le sue ingiustizie, le sue corruzioni, i suoi riti, le sue coincidenze. Altro che le derive ossessivo-compulsive dei loro cugini nordamericani, derive poi importate e sviluppate in Europa. I big data contro il fato, la scienza contro la mistica; la mano di Dio contro il VAR, lo sport come spettacolo contro lo sport come fenomeno sociale e identitario. È dall'Occidente ultra cerebrale, chiuso nella sua testa e nella sua logica, tanto più incapace di generare epica e mito quanto più ossessionato dal controllo scientifico, che arrivano tutte le proposte per modificare geneticamente il calcio. Un progresso cannibale che sta divorando o addomesticando qualsiasi cosa trovi sul suo cammino, nello scopo di rimuovere tutti i fattori esterni, le variabili che possano corrompere il procedimento e il risultato finale. In questo il calcio, "metafora dell'esistenza" come lo definiva Sartre, è diventato metafora delle nostre vite ma in un'epoca che ha fatto del controllo non solo un'ossessione patologica, ma anche un'ideologia. Come detto da Capello, che così ha motivato il suo sostegno al tempo effettivo: «tutte le squadre dovrebbero concludere il campionato con gli stessi minuti giocati». Ma cos'è un'equazione algebrica? Non fa parte del calcio anche il fatto che una partita si giochi 70 minuti di tempo effettivo e un'altra 50? Non c'è anche in questa contingenza, in questa differenza, un po' del fascino e del mistero del football? Oggi pretendiamo invece la giustizia, la prevedibilità, ci sentiamo intimamente rassicurati se il fuorigioco di un tacchetto viene decretato dall'intelligenza artificiale anziché da un guardalinee, uomo e dunque fallibile, nonostante in casi del genere anche la tecnologia abbia un minimo margine di un errore, come nel tennis per l'occhio di falco. Eppure, il fatto che sia Hawk-Eye a giudicare una palla fuori/dentro di 0.1 millimetri anziché un giudice di linea ci tranquillizza, placa le nostre angosce. È una giustizia mediata dalla tecnica, come quella assicurata dal VAR e dal fuorigioco semi-automatico, che esautora l'elemento defettibile della terna arbitrale. Anch'essa, quella umana, una variabile da limitare. La verità è che la mancanza di controllo è la nostra più grande vertigine, che come l'abisso ci attira a sé: il nostro più profondo ed inconfessato terrore. Come quando usciamo di casa senza telefono, e ci tocchiamo nervosamente quasi ci mancasse una parte del corpo, atterriti dall'idea di essere in quel momento in balia del fato, e dall'ipotesi che qualsiasi cosa potrebbe succedere senza che noi ne sapessimo nulla e ci potessimo fare niente. Non possiamo accettarlo, esattamente come Pioli, Nagelsmann e Luis Enrique che vogliono bloccare il tempo o telecomandare i giocatori, tra auricolari e walkie talkie, nell'illusione che tutto dipenda da loro. Insomma il tempo effettivo, essendo frutto di un processo storico epocale, è una misura che, pur nelle sue possibili declinazioni, probabilmente giungerà a compimento. E che già è stata sperimentata in alcune partite ufficiali, una addirittura su iniziativa dell'allora responsabile per l'innovazione tecnologica della FIFA Marco Van Basten. Opporsi è inutile per le forze in campo: come diceva Nietzsche, "sussurrando una cosa all'orecchio dei conservatori", la storia non si può fermare; che ci piaccia o meno, al di là del bene e del male. Ciò non toglie che una simile misura vada indagata e capita. Nell'intima consapevolezza che il calcio, per come lo abbiamo sempre conosciuto, non è a tempo. Anzi che il suo rapporto con il tempo è specchio del nostro rapporto, come esseri umani, con il tempo. L'elemento umano per eccellenza che non si può fermare o controllare, malgrado le utopie transumane di Jeff Bezos e compagnia. I vuoti, la noia, le perdite di tempo fanno parte del calcio come della vita, da sempre; e nel football possono diventare addirittura una forma d'arte, come scrive in un'intelligente provocazione When Saturday Comes per il Guardian. Non ci spingiamo a dire che un calcio senza questi aspetti non si possa più definire "calcio" – fini linguisti insegnano che il linguaggio è mobile così come i suoi significati, seppur heideggerianamente avremmo dei dubbi – ma di certo non sarebbe più il calcio che abbiamo conosciuto. Si tratterebbe di un cambiamento epocale, ben più delle modifiche sul retropassaggio al portiere o delle sostituzioni, e ancora più invasivo del VAR (che già ha iniziato a modificare la struttura del tempo in una partita di pallone). Eppure nulla resiste all'ansia bulimica di giustizia, alla retorica volgare del "voglio vedere ciò per cui ho pagato", all'ideologia (farlocca) del merito; a un'ossessione di controllo ormai patologica, specchio di una società evoluta ma mai così angosciata e insoddisfatta. Una società segnata da un rapporto conflittuale con il tempo, e che il tempo effettivo lo vorrebbe anche nella vita; talmente nevrotica da provare a controllare l'unico elemento umano e incontrollabile che ci sia. Era solo questione di tempo prima che lo facesse anche nel pallone.

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Vladimiro Caminiti, con la testa e con il cuore

Vladimiro Caminiti, con la testa e con il cuore
Quando il calcio era un foglio battuto a macchina, non era un sogno che le cronache cominciassero, prima ancora di sciorinare dati e aneddoti, dal verde del prato e dal blu del cielo. Era con questa idea che un grande giornalista dimenticato, Vladimiro Caminiti detto Camin, poeta dell’aggettivo e principe di una stampa che fu, raccontava i capricci del pallone sotto la Mole e dispensava consigli cromatici a quelli che, una volta, si chiamavano “biondini”, e cioè giovani cronisti precari, divenuti poi inviati e direttori. Una piccola cavalleria di allievi che, come Darwin Pastorin, Vittorio Oreggia e Roberto Beccantini, ne cantano ancora la gloria sin dal giorno della sua scomparsa, avvenuta a Torino, la città che lo aveva adottato, il 5 settembre 1993. Un giorno in cui, mentre la “maggica” di Mazzone sconfiggeva la Juventus, un maledetto e indomito male spegneva il cuore di Camin. Un cuore che scriveva a colori, certo, ma con un occhio di riguardo verso le sfumature che furono del neorealismo: il bianco e il nero della Vecchia Signora. Caminiti era siciliano. Sui documenti si leggeva: nato a Palermo, capoluogo della sua “isola bedda”, il 31 maggio 1932 da una famiglia vecchio stampo, con un capo famiglia vecchio stampo: suo padre Peppino, maestro di violoncello nel locale conservatorio e primo strumento nella filarmonica del Teatro Massimo. “Padre dal rigore inflessibile, spesso eccessivo, non perdonava la mediocrità ma premiava il talento”, lo ricorda Benvenuto, ultimo dei sette fratelli Caminiti, anche lui giornalista. A casa si respirava musica classica, ma anche il calcio godeva del suo (piccolo) spazio: così, come per ogni palermitano (o “panormita”, come scriveva lui) che si rispetti, prima ancora del bianco, il primo colore a fare coppia col nero non poteva che essere il rosa. I gradoni della “Favorita” divennero una casa per Vladimiro Caminiti, eccetto nel giorno in cui rinunciò “con calde lacrime” ad assistere ad uno storico pareggio dei suoi con gli angeli del Grande Torino. “Dai 15 ai 20 anni il Palermo è stato tutto per me – scriverà alcuni anni dopo –, ho gettato i libri alle ortiche per volare da palo a palo. Presa una assai brutta pleurite, ho ripiegato sul giornalismo sportivo”. Camin insomma, prima ancora di raccontare, difende i pali, para, respinge, devia e, nonostante non sia sicuramente un watusso, arriva dove non sembra possibile. Un discorso che, per uno come lui, vale anche al di fuori del rettangolo verde: appesi i guantoni al chiodo, approda nella redazione del giornale “L’Ora”, che a Palermo chiamavano “il L’Ora” oppure, più brutalmente, “il L’Ora morti e feriti”, come gridavano gli strilloni per annunciare gli ultimi delitti di mafia. Uno di questi, che ancora oggi ha un’immagine seppiata e dai contorni sbiaditi, cancellò nel 1970 la penna del cronista di nera Mauro De Mauro, che di Vladimiro era stato il maestro, commissionandogli, appena ventenne, il suo primo servizio importante: una storia del Palermo a puntate per il supplemento domenicale del quotidiano. La Conca d’Oro palermitana, tuttavia, soffoca il suo talento anche sulla scrivania del giornale “Sicilia del Popolo”: sono gli anni del Palermo del presidente Casimiro Vizzini e del segretario “tuttofare” Totò Vilardo. «Benni, ricordatelo – spiegava Camin al fratello minore, che oggi custodisce la sua memoria –: oggi Vilardo, domani un altro, prima la sua gloria poi quella della squadra!». Ci aveva visto giusto, ed erano solo i primi anni ’50. Per questo si diede subito da fare cercando voce altrove. La trovò a "Tuttosport", diretto allora dal grande Antonio Ghirelli, leader carismatico della scuola critica napoletana detestata da Gianni Brera: quella, per intenderci, del “tutti avanti”, che sebbene abbia sulla coscienza alcune retrocessioni dei suoi eroi forgerà anche Camin, mai realmente interessato alla tattica e fautore di un giornalismo “dannunziano”, secondo cui non esistono schemi modello ma piuttosto un costume tecnico che via via si evolve. "Ti allego il contratto, vieni subito su!", gli scrisse Ghirelli dopo aver letto un suo articolo. Tuttavia, come ricorda ancora Benvenuto Caminiti, i primi mesi nella capitale sabauda furono un inferno o quasi: «Umiltà e soggezione? Non sapeva cosa fossero e, anche l'avesse saputo, se ne sarebbe infischiato: Vladi rappresentava uno di quei rarissimi casi di grande bravura sposata ad altrettanta, se non superiore, autoreferenzialità». Anche grazie a queste armi, la fama del giovane “Napoli”, come allora si chiamavano i meridionali emigrati, cresceva di giorno in giorno. Perché, nonostante il carattere spigoloso e il filosofico candore, Camin scriveva da urlo: una prosa fantasiosa, letteraria e ricca di aggettivi pesanti e giudizi inusuali, più vicina ad Umberto Saba che ad Ettore Berra. Un suggerimento appreso quando ancora muoveva i primi passi e sognava la firma, scrivendo, come fanno ancora un po’ tutti, lettere ai suoi totem di carta e inchiostro, ricevendo da Bruno Roghi la massima: “E i giornalisti sportivi vengano anche dai libri”. Era burbero, istrionico e spesso e volentieri imbronciato, ma al tempo stesso puro, incapace di far male ad una mosca. La sua squadra preferita, da inviato di “Tuttosport”, divenne la Juventus, che proprio allora forgiava i caratteri e i simboli con cui è nota tuttora: schiacciasassi “fino al confine”, padrona assoluta del campionato, ricca e arrogante. Così Camin ebbe a scrivere parole al miele come: «Qualunque sia la situazione sociale, storica, il ruolo della Juventus non può cambiare. Ruolo perennemente vincente, ruolo glorioso». Smisurati, capirete, la stima e l’affetto con cui i tifosi bianconeri gli rendevano omaggio, non solo per i pezzi sul quotidiano, ma anche per una rubrica fissa, che Vladimiro firmava sul mensile del club, “Hurrà Juventus”. Vladimiro Caminiti (a destra) in foto con l'avvocato Agnelli, I suoi beniamini erano gente come Furino, Anastasi e Causio, che come lui e come decine di famiglie operaie erano giunte nella malinconica Torino dal profondo Sud, quello di “Cristo si è fermato a Eboli” (scritto proprio da un torinese), e adesso, candidamente, sbarcavano il lunario sulla scia degli Agnelli, intesi come famiglia. Insomma: calciatori, una folla oceanica di tifosi e poi addirittura un inviato per cui «la Juventus è qualcosa di più di un hobby domenicale, di una ragione di tifo, ma può ipostatizzare un'intera vita, l'illusione di una vita», come egli stesso scrisse. Era un artigiano del giornalismo, innamorato del mestiere, ma un artigiano che aveva letto molti libri, e qualcuno ne aveva anche scritto. Qualcuno di troppo, forse, è dedicato alla Juventus. Ad ogni modo, cercateli sulle bancarelle o in qualche angolo di Internet e non ve ne pentirete. Camin, infatti, sebbene meno celebre di alcuni suoi contemporanei come lo stesso Brera (che pure gli aveva dedicato un apprezzamento originale: "Noi due scriviamo, gli altri riscrivono"), dei “divi in poltrona” (come lui chiamava i calciatori) raccontava un romanticismo che oggi, probabilmente, non esiste più – o quantomeno non come allora. Ma, a voler essere pignoli, i suoi scritti raccontano, forse più di chiunque, un giornalismo libero, affrancato dal fantacalcio e dal fantacalciomercato; un giornalismo dove si parla ancora di catenaccio e contropiede, e non solo: se ne parla anche bene. Un giornalismo in cui, come afferma la prima regola del breviario di Camin ai giovani, per guardare il colore del cielo sopra lo stadio e del campo ai suoi piedi, e per cercare di raccontarli, quei colori, perché ancora facevano parte della cronaca, non conta solo la penna: conta anche il cuore. E anche se bianconero, chissenefrega, purché ci sia. Si ringraziano i gestori della pagina "Vladimiro Caminiti" per le due foto inserite nell'articolo Nell'immagine di copertina, con Armando Picchi

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