Questa è una storia che affonda le sue radici tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, l’epoca del Duca Vittorio Amedeo Francesco di Savoia, soprannominato la Volpe Savoiarda per via della sua dote nel districarsi tra accordi e alleanze. Una serie di intrighi di potere lo portò alle ambite corone di Sicilia e di Sardegna, rispettivamente nel 1706 e 1718. Sul finire del secolo precedente, nel 1692, la Volpe ebbe anche modo di fondare il “Reggimento Piemonte Reale”, brillante unità di cavalleria piemontese che adottava come simboli distintivi il rosso fiammante, riportato su baveri e paramani, e lo stemma raffigurante l’emblema di un cavallino rampante. Ricorda qualcosa? Due secoli più tardi, all’alba della Prima Guerra Mondiale, venne costituito il “Battaglione aviatori”, in cui figurava Francesco Baracca, ricordato come uno degli assi della Grande Guerra durante la quale riportò ben trentaquattro vittorie. Sulla fiancata sinistra dei propri velivoli, un Nieuport 17 ed alcuni SPAD VII e XIII forniti dagli alleati francesi, Baracca era solito far dipingere lo stemma dell’antico Reggimento Piemontese di cui faceva parte. Il “Cavallino” divenne emblema personale di Baracca oltre che simbolo di ardimento e velocità. La colorazione argentea del Reggimento piemontese venne sostituita con un più distintivo nero, in modo tale da poter risaltare sul fondo chiaro della fusoliera.

Baracca pronto a sfidare chiunque.

Da Vittorio Amedeo a Francesco Baracca fino ad arrivare ad Enzo Ferrari. Nato a Modena nel 1898, il giovane Enzo coltivò la grande passione per i motori lavorando ininterrottamente nell’officina del padre Alfredo. Dal piccolo stabilimento modenese Ferrari decise di fare il grande salto e si trasferì nel 1918 a Torino dove chiese di esser assunto in FIAT. Tuttavia la sua richiesta venne respinta dal direttore del personale Diego Soria. Colpo apparentemente mortifero alle ambizioni e ai sogni di gloria di Enzo che, anni avanti, ricorderà:

Era l’inverno 1918-1919, rigidissimo, lo ricordo con grande pena. Mi ritrovai per strada, i vestiti mi si gelavano addosso. Attraversando il Parco del Valentino, dopo aver spazzato la neve con la mano, mi lasciai cadere su una panchina. Ero solo, mio padre e mio fratello non c’erano più. Lo sconforto mi vinse e piansi”.

Superata la profonda tristezza, Ferrari iniziò a correre con l’Alfa Romeo. Nel 1923 arrivò l’incontro che segnerà la nascita del mito. Gara sul circuito del Savio, Ravenna. Ferrari tagliò per primo il traguardo e ricevette come premio il simbolo del Cavallino Rampante in memoria di Francesco Baracca, caduto sul Montello durante la Prima Guerra Mondiale. A consegnare l’emblema dell’asso dell’aviazione fu la contessa Paolina Biancoli, madre di Baracca che consigliò a Ferrari di apporre lo stemma del cavallino sulle sue autovetture come portafortuna. Il Drake, soprannome affibbiatogli per la determinazione che esibiva in pista, effettuò subito le prime modifiche al Cavallino. L’occhio attento si soffermò dapprima sulla coda tendente verso il basso. Ferrari voleva portarla verso l’alto, così che il Cavallino sembrasse volare. Il suo marchio doveva spiccare il volo, ma senza dimenticarsi da dove tutto è iniziato. Ed è per questo che lo sfondo fu dipinto di giallo, colore della città natale Modena. Nella parte superiore dello scudo venne inserito il tricolore italiano, in bassole lettere S e F, che stavano ad indicare “Scuderia Ferrari”. E’ la nascita della leggenda.

Enzo Ferrari alle origini del Mito.

La Scuderia Ferrari, fondata nel 1929, divenne una filiale tecnico-agonistica dell’Alfa Romeo occupandosi principalmente della riparazione e messa a punto delle vetture del “Biscione”. L’esordio in gara della neonata Scuderia del Cavallino è datato 9 luglio 1932 nella 24 ore di Spain in cui la prima Ferrari trionfò con i piloti Taruffi e D’Ippolito. Dal 1943 Enzo Ferrari trasferì le officine a Maranello, in provincia di Modena, su un terreno di sua proprietà. Quattro anni più tardi, il Drake iniziò a produrre autovetture proprie marchiate Ferrari.


Rosso e Cavallino divennero ben presto gli elementi distintivi della Ferrari sia nella produzione di serie che nelle corse automobilistiche.  Il cavallino assumeva i significati di coraggio, temerarietà e tenacia. Valori incarnati perfettamente in quello che era il personaggio di Enzo Ferrari: pilota e uomo temerario, coraggioso nel fondare una propria casa automobilistica in grado di cambiare il mondo, tenace nel lanciare la sfida della “piccola” Scuderia Ferrari ai più grandi colossi dell’automobile del pianeta.
Successivamente, man mano che l’azienda iniziò a produrre vetture da corsa e i primi “bolidi da strada”, il cavallino assunse altri significati. La costante innovazione tecnologica e motoristica costituì l’elemento nuovo. Si trattava, insomma, dell’inizio del processo di crescita di Ferrari nella produzione di vetture granturismo.

Enzo e Gilles. Semplicemente immortali.

Fin dagli anni ’20, nelle gare automobilistiche mondiali, le vetture italiane erano verniciate di rosso. Inizialmente il colore era inteso come “Rosso Alfa” che si presentava in una tonalità di scura. Successivamentesi è passati a un rosso più chiaro, vale a dire il cosiddetto “Rosso Corsa”. Tale colorazione è rimasta invariata per le vetture Ferrari. Il “Rosso Corsa” è stato mantenuto dalla casa di Maranello per farne un elemento di esclusività e riconoscibilità rispetto alle case automobilistiche concorrenti tanto che la definizione di “Rosso Corsa” si è trasformata, nel tempo, in “Rosso Ferrari”. A tal proposito Enzo Ferrari pronunciò la celebre frase:

 “Chiedi a un bambino di disegnare una macchina e sicuramente lui la farà rossa”.

Nel corso degli anni il Cavallino è diventato un brand esclusivo rappresentante il lusso, l’elevata performance, l’alta tecnologia, lo stile, il design, il prestigio, il successo, la leggenda, in una sola parola: il mito. Quel Cavallino Rampante portò veramente fortuna a Enzo Ferrari.