Crescendo in provincia, se non eri iscritto a qualche società sportiva, le opzioni di aggregazione sociale erano due e due soltanto: il campetto da calcio o quello da basket. Niente di più. Anche la pista da hockey, circondata da più palloni che mazze, si era presto arresa alla colonizzazione dei Supertele. Per qualche ragione tanto inspiegabile quanto improvvisa – come in quella manciata di secondi che intercorrono tra il chiudere gli occhi e trovarsi attaccati alle labbra di una ragazza – un giorno io ed i miei amici decidemmo che quel pomeriggio si sarebbe giocato a rugby. Sul terreno del campetto da calcio, ça va sans dire.

 

 

Condonando i palloni più da football americano che da rugby – pace all’anima di William Ellis –, la traversa della porta sostituiva la barra trasversale ed una buona dose di immaginazione estendeva i pali verso l’alto. Senza troppa nobiltà di spirito o velleità di terzo tempo, la partita era stata organizzata con l’eccitante prospettiva della mischia; soprattutto perché c’erano dei conti da regolare tra due gruppi di amici. Qualche spallata volò, i drop non furono mai calciati a dovere e mi piace pensare che quel ragazzo della mia squadra che di lì a qualche anno avrebbe iniziato a tirare di boxe, trovò ispirazione in quel pomeriggio.

 

 

In un paese come l’Italia in cui il rugby, nonostante diverse piazze storiche e blasonate, non è mai riuscito – o, si spera, non ancora – ad imporsi a livello nazionale, lo sport vive, purtroppo, di stereotipi ma anche di simboli. Uno su tutti: la mischia. È notizia di questi giorni quella secondo cui la World Rugby – la federazione mondiale a capo del pallone ovale – starebbe contemplando l’idea di abolire la mischia per far fronte all’emergenza Coronavirus.

 

allenamento rugby ofa tu'ungafasi

Ofa Tu’ungafasi, star della nazionale All Blacks, risponde al divieto di allenamenti causa Covid-19 a modo suo, trascinando il proprio SUV per simulare una mischia (foto Phil Walter/Getty Images)

 

 

In uno studio sul rapporto tra sport e Covid-19 commissionato dalla World Rugby al suo blasonato staff medico, oltre ad alcune proposte come la sostituzione del pallone ogni 20 minuti, l’abolizione degli sputi sul terreno di gioco e l’indossare una divisa pulita all’intervallo (tutti spunti per cui mia mamma mi avrebbe volentieri iscritto ad una squadra di rugby), risalta la proposta shock riguardante la mischia, oltraggio alla più pura tradizione rugbistica.

 

 

La mischia non è il rugby, il rugby non consiste soltanto nella mischia. Ma quest’ultima ne costituisce un elemento fondamentale, anche a livello d’immaginario collettivo. Si pensi soltanto al fatto che in un gioco calcio-centrico quale il Subbuteo uno degli accessori più iconici ed ambiti tanto dai bambini quanto dai collezionisti sia ‘the scrummer’, la mischia appunto. Un marchingegno brillante nella sua semplicità analogica d’altri tempi che diventa simbolo della magia del Subbuteo.

 

 

O ancora, si pensi alla partita di rugby ne ‘Asterix e i Britanni’. Le sfumature preziose, quasi ambrate, della zucca reinventata pallone dalle vulcaniche menti di Goscinny e Uderzo, illuminano la mischia che diventa ghiotta occasione di baruffa per i Galli. Va da sé che il rugby è tutt’altro che violenza gratuita, attento a prendere distanza dalle simulazioni latine del calcio diventato ostaggio dei mediterranei e dall’esaltata cafonaggine del football a stelle e strisce.

 

Va comunque ammesso che il rugby, volendo, come già accade in Rugby League – la versione a 13 giocatori dello sport – può esistere senza mischia, come Londra potrebbe proseguire la sua vita sfrenata anche senza il Big Ben. La palla ovale, si domanda chi scrive, avrebbe però ancora un senso?

 

 

Sicuramente non farebbe bene ad uno sport che negli ultimi vent’anni ha già accelerato a dismisura la sua matrice commerciale per colmare il gap tra la tradizione amatoriale e la globalizzazione del settore. Le storiche casacche di cotone sporcate solamente dal fango sono recentemente diventate dei patchwork di sponsor, tanto da far quasi dimenticare l’eccezione rappresentata dall’estroso kit multicolore degli Harlequins, gli arlecchini di Twickenham.

 

 

In tempi incerti e di trasformazione forse permanente della nostra società necessitiamo più che mai di simboli laici a cui aggrapparci per non dimenticare la nostra identità. La compatta calca della mischia, come quella al bancone di un bar, servono più che mai a tenerci vivi, a ricordarci che siam fatti di carne, di sudore, di continuo contatto fisico. Una dimensione che stiamo perdendo, e di cui anche lo sport sembra poter fare a meno.