Estero
07 Marzo 2022

Il ventennio blu di Roman Abramovich

Qualche ricostruzione, ora che si è concluso nel modo peggiore.

Poco più di una settimana fa sembrava uno scenario impossibile, quasi da film. Poi è divenuto improbabile. Ora è nefanda realtà. Vladimir Putin ha ordinato l’invasione dell’Ucraina. E mentre le truppe dello zar avanzano con difficoltà contrastate dall’orgoglio e dai kalashnikov della resistenza locale, si sta consumando una tragedia in fieri. La comunità internazionale, nel frattempo, ha risposto implementando un pesante pacchetto di sanzioni (economiche, culturali, sportive) contro la Russia. I primi a farne le spese sono stati gli oligarchi – grandi detentori del potere economico in patria e sodali di Putin – che ora, alla bell’e meglio, corrono ai ripari cercando di salvare onore e portafoglio. Sono ben 26 i magnati colpiti e tra questi figura anche Roman Abramovich, ormai ex patron del Chelsea.

Dalle parti di Fulham Road se ne è parlato per giorni, da quando sono iniziati a soffiare venti di guerra dall’Est. Poi è arrivata l’ufficialità: il Chelsea di Roman Abramovich è in vendita. Una mossa opportunistica per aggirare le sanzioni? Sembrerebbe di no. Perché l’oligarca russo ha dichiarato che «tutti gli utili» della cessione, al netto dei costi, «verranno interamente devoluti ad una fondazione di cui beneficeranno le vittime della guerra in Ucraina». E c’è di più.

Nel comunicato ufficiale del club si legge che il denaro ricavato servirà a finanziare «la fornitura di fondi essenziali per i bisogni urgenti e immediati delle vittime, nonché il sostegno al lavoro di recupero a lungo termine». Una manovra che potrebbe pesare, non tanto dal punto vista calcistico quanto da quello politico. Perché con questa manovra Abramovich sembra prendere le distanze da Putin, creando tra sé e il (o gli oligarchi fedeli al) Cremlino una spaccatura.

chelsea abramovic roman empire
Un emblematico e potente striscione dei tifosi del Chelsea

Il magnate fa inoltre sapere che «la vendita del Club non sarà accelerata ma seguirà il giusto iter. Non chiederò alcun prestito da rimborsare. Per me non si tratta mai di affari né di soldi, ma di pura passione per il gioco e per il Club». E se è vero che molti tifosi blues hanno appreso con sgomento la notizia, c’è invece chi dubita della bontà dell’azione di Abramovich. A farlo è ad esempio Chris Bryant, deputato del partito labourista, che ha accusato il magnate russo di star tentando di vendere le sue proprietà londinesi per evitare le conseguenze delle sanzioni.

«Penso che Abramovich abbia il terrore di essere sanzionato, motivo per cui domani venderà la sua casa e un altro appartamento», ha tuonato mercoledì mattina alla Camera dei Comuni.

Nella stessa mattinata la conferma ai timori di Bryant è arrivata dalla Svizzera. Hansjorg Wyss, miliardario svizzero e imprenditore nel settore delle apparecchiature mediche, ha dichiarato al quotidiano elvetico Blick che l’oligarca «sta cercando di vendere tutte le sue ville in Inghilterra, vuole anche sbarazzarsi rapidamente del Chelsea. Io e altre tre persone abbiamo ricevuto una proposta per l’acquisto del Chelsea». Due miliardi di sterline sarebbe la cifra richiesta. «Abramovich chiede troppo» continua Wyss, «ad oggi non conosciamo il prezzo esatto di vendita. Devo esaminare le condizioni generali; quello che posso già dire è che sicuramente non farò una cosa del genere da solo. Se acquisterò il Chelsea, lo farò con un consorzio composto da sei-sette investitori».

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Poi il comunicato – di cui sopra – che potrebbe cambiare le carte in tavola: due miliardi a sostegno dell’Ucraina e il miliardario russo ago della bilancia per le sorti del conflitto, che secondo il Jerusalem Post ha avuto addirittura un ruolo da mediatore. Ma ripercorriamo insieme l’epopea imprenditoriale di Roman Abramovich, culminata con l’acquisto del Chelsea. Presidente più in vista della Premier League fino a questo momento, tracciare un suo ritratto significa incappare nel paradosso. Perché sapremmo riconoscerlo tra tanti ma di lui non trapela nulla, a parte qualche notizia di poco conto.

Sappiamo che possiede diversi yacht, conosciamo le sue spese folli. E sappiamo che può contare su un patrimonio di 12,5 mld di dollari. Schivo e impenetrabile, non rilascia quasi mai dichiarazioni perché «non ho mai fatto dichiarazioni pubbliche, o almeno ho provato a non farle. So di non saperle fare: divento molto nervoso, dimentico cosa volessi dire, non riesco a comunicare davvero il mio pensiero ai giornalisti. Così ho deciso che non è cosa per me».

A dire il vero, due interviste ufficiali le ha concesse, entrambe alla stampa inglese. E in una di queste, ai microfoni della BBC, spiega le ragioni che l’hanno spinto ad acquistare il Chelsea: «Non lo faccio per i soldi, ho tanti altri modi meno rischiosi di fare soldi rispetto a questo. Non voglio gettare via i miei soldi ma lo faccio davvero per divertimento, e questo significa successo e trofei». In realtà, mormora qualcuno, pare lo abbia fatto davvero per il denaro. Abramovich, infatti, è creditore verso il club di 1,9 miliardi di euro, ma con il comunicato stampa delle ultime ore si è smarcato dalla (spinosa) questione.

abramovic chelsea champions league 2012 drogba
Abramovic festeggia insieme a Drogba la conquista della Champions League nel 2012

Abramovich, che nella seconda metà degli anni ’80 comincia ad arricchirsi comprando a Mosca sigarette, jeans e profumi per poi rivenderli ad un prezzo più alto a Ukhta, cittadina della Russia settentrionale dove era nato nel 1966, inizia a muoversi liberamente negli affari quando Michail Gorbačëv apre la strada a glasnost’ e perestrojka. In seguito, eliminato il divieto di impresa privata, apre la sua prima azienda: la Uyut, fabbrica produttrice di bambole e papere di gomma.

Nel giro di pochi anni il suo giro d’affari si allarga. Ma è nel passaggio temporale tra la dissoluzione dell’URSS e l’insediamento di Boris Yelstin che Abramovich scopre la sua eldorado: petrolio e gas naturali. Ad aiutarlo nell’impresa è Boris Berezovsky, imprenditore arricchitosi per mezzo delle privatizzazioni sfrenate degli anni ’90 e sodale di Yelstin, che permette ad Abramovich di allungare le mani sul mondo degli idrocarburi. Nel 1995 il binomio Berezovsky – Abramovich si accaparra la Sibneft, colosso del petrolio russo. È una pioggia di dollari.

Ma Abramovich non è sazio, vuole di più. Sempre più influente in patria, estende il suo business anche nel campo dell’acciaio e rileva la Kaz Minerals. Entrato nelle grazie di Tatyana Yelstin, scalza progressivamente l’ormai ex mentore Berezovsky. Nemmeno il cambio politico del 1999, che porta un ex agente del KGB alla guida del Cremlino, lo scalfisce. Anzi, gonfia ancora di più le sue tasche. Perché Abramovich inaugura con Vladimir Putin un rapporto di autentica alleanza (basata essenzialmente su affari politico-economici, compreso il finanziamento della campagna elettorale di quest’ultimo da parte di quello).


Dopo una rapida stagione politica nelle vesti di governatore della regione autonoma della Chukotka, particolarmente segnato da quanto accaduto a Berezovsky e a Mikhail Khodorkovsky (anch’egli esiliato da Putin), nei primi anni duemila trasferisce famiglia e patrimonio nel Regno Unito. Nel frattempo, oltre ad acquistare beni immobili di grande valore (vedi una tenuta nel West Sussex per 15 milioni di dollari), cede per 13 miliardi di dollari la sua quota nella Sibneft alla Gazprom, società petrolifera controllata dalla Federazione Russa. In questo modo evita ogni interferenza con Putin e si assicura un corridoio franco in caso di ripercussioni da parte dello zar.

Ma allora l’acquisto del Chelsea cosa c’entra? Come abbiamo detto in precedenza le ragioni primarie sono di carattere economico, non c’è dubbio. Ma c’è dell’altro. Probabilmente lo ha fatto per pura ambizione, per dimostrare di essere il più grande. C’è chi dice che l’acquisto dei Blues – nel 2003 per 170 milioni di euro – sia figlio della sua passione per il calcio, ma è più presumibile pensare che sia sinonimo di riscatto da un’infanzia difficile (rimasto orfano di entrambi i genitori e guardato con sospetto perché di origini ebraiche).

Il Chelsea gli ha dato la possibilità di fare quello che in politica non gli era riuscito: diventare grande. E lui, dal canto suo, ha propiziato il passaggio della squadra londinese tra le grandi d’Europa. Dopo quasi vent’anni, 21 trofei e 2 miliardi e 340 milioni di euro spesi sul mercato, l’epopea di Abramovich al Chelsea è ai titoli di coda. L’ultima gioia gliel’ha regalata Lukaku contro il piccolo Luton. Un finale debole per una storia grande, con i cori dei suoi (ex) tifosi che anche ieri si sono alzati a Stamford Bridge. Ennesimo segno che questa storia, al di là delle valutazioni morali, grande lo è stata veramente.

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