Ritratti
29 Settembre 2023

Albert Gudmundsson non cade mai

Alla scoperta di un calciatore meraviglioso e unico.

In Viaggio al centro della terra, Jules Verne descrive l’Islanda come una landa brulla, aspra. Solo pochi ciuffi d’erba scolorita e qualche betulla nana riescono a farsi largo tra muschio e fango. Il professor Lidenbrock e suo nipote Axel, tedeschi di Amburgo, incedono a fatica in sella ai loro cavalli, mentre Hans, la guida islandese, procede a piedi davanti a loro con il piglio di chi si sta godendo una tranquilla passeggiata. Nel corso del racconto, sprofondando nelle viscere della terra a partire dalla bocca di un vulcano spento, tra plesiosauri e giganti, i due avventurieri sono presi più volte dallo sconforto mentre Hans sembra avere sempre la soluzione migliore.

Precipitato nella lava ribollente di un campionato di B incerto e infinito, il Genoa si era presentato con il piglio sicuro di chi tutto avrebbe travolto, ma ha avuto bisogno di aggrapparsi a un islandese per venirne fuori con successo. Proprio come accade nel libro di Verne.

L’Hans rossoblù è un ventiseienne dai capelli biondo cenere dal taglio un po’ militaresco, sotto il metro e ottanta e con occhi chiari che squarciano la realtà per scandagliarla nel suo profondo. Riassume concetti con il sorriso, più eloquente di qualsiasi parola.

Finito al Genoa nella disgraziata stagione della retrocessione, nel mezzo della tempesta ai vertici societari sintetizzabile nel disastroso mercato invernale all’insegna degli algoritmi, che aveva partorito la scelta enigmatica di Alexander Blessin, Albert Gudmundsson era qualcosa di più di una scommessa della realtà virtuale. Arrivato sedicenne in Olanda, da tempo era titolare fisso nell’AZ Alkmaar con ottimi risultati e, anche nella sua nazionale, era tenuto in grande considerazione.



Per non rischiare un’asta al rialzo, era stato pagato un milione e due nonostante dopo soli sei mesi avrebbe potuto svincolarsi a parametro zero, ma gli addetti ai lavori lo avevano presto bollato: troppo leggero per reggere all’urto della Serie A. La previsione si era confermata, e anche la stagione successiva in B le cose non erano iniziate meglio.

Sebbene giocasse quasi sempre titolare, qualcosa con Blessin non funzionava a dovere e i risultati erano semplicemente da schifo per una squadra partita con l’ambizione di ammazzare il campionato. Catapultato in una realtà nuova, con una trattativa talmente rapida da non riuscire nemmeno a fare una ricerca sulla città di Genova prima di cominciare a viverla, al suo arrivo Gudmundsson aveva scelto di trasferirsi in centro storico, a differenza di tanti colleghi che preferiscono isolarsi in cattedrali di periferia. Una decisione controcorrente, che a dispetto dei risultati in campo aveva generato benevolenza.

“Poter impiegare due minuti a piedi per prendere un caffè mi fa sentire parte della città” ha dichiarato lo scorso aprile alla rivista di moda Outpump, come se in Italia fosse complicato trovare un bar a due passi da casa. Ma a dispetto di questa naïveté, che ha generato un po’ dell’amore speciale che i genoani nutrono nei suoi confronti, con l’arrivo di Gilardino Gudmundsson è riuscito a mostrare le sue qualità, inizialmente intraviste solo dal computer.

Più libero di esprimersi, partendo dal centro-sinistra o giostrando dietro l’unica punta – che fosse Coda, Puscas o chi altri poco importava – l’islandese è saltato in groppa al Grifone e l’ha condotto alla prima promozione immediata della sua storia. Mostrando il meglio del suo repertorio da metà dicembre a metà marzo. I mesi più freddi, guarda caso.

Figlio e nipote di calciatori – sua madre e suo padre sono stati entrambi nazionali islandesi, così come il nonno – deve il suo nome al capostipite di questa stirpe di sportivi, professionista quando nel suo Paese il football era solo un passatempo per pescatori: il bisnonno Albert. “Uno dei tre giocatori islandesi più forti di tutti i tempi” come dichiarato dallo stesso bisnipote a Repubblica, il vecchio Albert, “la Perla bianca”, ha un passato nell’Arsenal ma anche nel Milan di Nordahl: un gol all’esordio contro l’Atalanta e poco altro, in quattordici presenze totali.

“Longilineo, dall’apparenza piuttosto fragile. Bisognerà vederlo a contatto con i terzini italiani” era stato il giudizio sommario dei critici italiani anni Cinquanta, simile a quello riservato al bisnipote. Ma se l’undici genoano condivide col bisnonno una certa leggerezza, di sicuro non ne ha l’aria impigrita. Nel suo metro e settantasei racchiude un’esplosività che lo rende difficile da buttare giù.

Concentrato di energia racchiusa in un fisico brevilineo, il numero undici del Genoa fa dell’agilità la sua arma migliore. La sua azione tipo parte da una ricezione della palla sulla trequarti, spalle alla porta. Continua con una rotazione, facendo perno sul difensore avversario – una giocata che pare presa dal basket, altra sua grande passione – e procede in conduzione rapida. Se butta bene, Gudmundsson conclude con un bell’interno a giro (o un sinistro a incrociare, come accaduto in Coppa Italia col Modena), oppure con un assist dal fondo dopo aver saltato un avversario in dribbling. Altrimenti dalle gradinate piovono comunque applausi, perché resiste ai contrasti più duri rimanendo in piedi. Elettricità green prodotta da un vulcano: tutto molto islandese

Con undici gol e cinque assist in trentasei presenze, per rendimento è stato tra i migliori del Genoa e, probabilmente, dell’intera serie B. E ora viene il bello. Per aiutarlo a mostrare anche in A le qualità esplose in cadetteria, la società gli ha affiancato uno degli acquisti più succosi di una medio-piccola nella sessione di mercato appena conclusa. Nientemeno che il centravanti scovato in Argentina da Mancini per la Nazionale italiana. Dopo uno specialista in promozioni come Massimo Coda, che dopo Benevento e Lecce ha accompagnato in A anche il Genoa per congedarsi con il più classico dei “il mio lavoro qui è finito”, Gudmundsson farà coppia con l’oriundo Mateo Retegui. In molti sono convinti che al “Ferraris” ci sarà da divertirsi.

La partita che ha consacrato la coppia Gudmundsson-Retegui

A fianco dell’iper-dinamico italo-argentino, che oltre a vedere la porta è anche un feroce lottatore d’attacco, capace di liberare spazi e ripulire palloni per i compagni, Gudmundsson potrebbe esaltarsi, sfruttando la sua rapidità e la capacità di sgusciare tra le linee. I genoani più nostalgici già rievocano il duo che negli anni Novanta ha fatto le fortune della squadra: Tomas Skuhravy e “Pato” Aguilera, tra i principali artefici della storica vittoria ad Anfield del 1992 contro il Liverpool. Il sogno di un bel piazzamento nella parte sinistra della classifica non sembra poi così irraggiungibile.

Tra pasta al pesto e focaccia, che dice di amare ma di mangiare raramente per via della sua dieta da sportivo, in febbraio Gudmundsson ha addirittura visto nascere a Genova la sua seconda figlia, legandosi con forza ancora maggiore a una città che sembra cucita su misura per lui. Tutto si può dire degli islandesi, tranne che il mare non sia il loro habitat ideale. I genovesi hanno la cattiva fama di essere molto chiusi e a volte scorbutici, ma per uno nato in un Paese con circa tre abitanti per chilometro quadrato (in Italia siamo 196), un po’ di sana riservatezza non sarà mai un problema. Che poi Albert abbia sempre preferito mostrare il suo volto sorridente da eterno turista, accettando di buon grado ogni occasione per socializzare, gli fa solo onore. 

“Voi avete degli acchiappa-rigori straordinari, dovrei imparare un po’ da loro. Ma io sono fatto così, l’azione cerco sempre di andarla a concludere”.

Albert Gudmundsson a Repubblica

Dopo aver celebrato con la squadra sul pullman scoperto, Gudmundsson si è ritrovato a piedi e un tifoso rossoblù gli ha chiesto se volesse uno strappo in motorino fino a casa. “Ce l’hai un casco?” ha domandato Albert. E incassata una risposta affermativa non ci ha pensato un minuto ed è montato in sella, chiedendo addirittura un selfie ricordo all’incredulo tifoso.

A Serie A appena iniziata, e dopo la brutta sconfitta del Genoa contro la Fiorentina, è però arrivata la doccia fredda: una ragazza ha denunciato alla polizia islandese un membro della nazionale per reati sessuali e, sebbene il nome del calciatore inizialmente non fosse filtrato, presto si è arrivati a  Gudmundsson. Le porte della nazionale per le convocazioni di settembre si sono chiuse, ma quando il giocatore si è dichiarato innocente, il Genoa e i suoi tifosi si sono schierati dalla sua parte.



La questione è complessa e non è detto che, anche se le accuse verranno ritirate come già accaduto in passato ad alcuni suoi compagni di nazionale, Gudmundsson non ne risentirà comunque. Per ora le sue prestazioni in campo non sembrano però tradire alcuna preoccupazione.

Se poi – superando di slancio ogni asperità – il romanzo d’amore tra Genova e il suo islandese proseguirà alla grande anche in A, e la coppia con Retegui dovesse esplodere, non ci facciamo illusioni: è probabile che a fine stagione arriveranno comunque arabi o inglesi a rovinare tutto. Quando storie come quella di Gudmundsson sembrano aprire un barlume di speranza sull’umanità dei calciatori, poi spunta sempre un particolare scabroso che riporta le fantasie nel fango della realtà. La stessa melma attraversata dal professor Lidenbrock e da suo nipote Axel nelle gelide lande islandesi. Anche nei luoghi che da lontano ci sembrano un paradiso, succedono cose terribili. Anche a chi, fino al giorno prima, ci sembrava la persona più felice del mondo.  

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