Durante l’ultimo ventennio il ruolo della prima punta è stato protagonista di un’enorme evoluzione, sia dal punto di vista tecnico che posizionale. Tornando indietro fino alla fine degli anni novanta, ricordiamo come le squadre più importanti presentassero un reparto offensivo composto da una seconda punta di movimento e un centravanti statico, il cui ruolo era quello di buttarla dentro e basta. Uno dei migliori interpreti è stato Trezeguet, capace di trascorrere partite intere senza toccare mezzo pallone, per poi deciderle con un tap in dei suoi. L’emergere di giocatori sempre più tecnici e dotati di buona visione di gioco ha fatto sì che i centravanti spostassero il loro raggio d’azione fuori dall’area, diventando parte attiva del gioco, senza però dimenticare il loro compito, fare gol. In questo caso l’esempio eccellente è Zlatan Ibrahimovic, che nell’Ajax preferiva divertirsi a fare il giocoliere lontano dalla porta e una volta arrivato alla Juventus – grazie a Capello – diventò una macchina da gol. Successivamente è cominciato il periodo dei due alieni, Messi e Ronaldo, che ad inizio carriera trovarono sugli esterni la loro posizione migliore, ma con gli anni hanno finito per accentrare il loro raggio d’azione. Nonostante nessuno dei due abbia le caratteristiche da centravanti puro, sono riusciti ad avere medie gol mostruose.

David Trezeguet con la maglia della Juventus, dove ha segnato 138 goal in 245 presenze

David Trezeguet e la Juventus: 138 goal in 245 presenze dal 2000 al 2010

Fu Guardiola ad avere la brillante idea di spostare l’argentino nel ruolo di punta centrale, dando vita al falso nueve (modello poi seguito un po’ in tutta Europa, complice il contemporaneo cambiamento del modo di giocare della maggior parte delle squadre). La moda del falso nueve non si è spenta e ancora oggi permette a diversi allenatori di avere un’arma in più o di risolvere problematiche impreviste, come è capitato al Napoli dopo l’infortunio di Milik, con l’utilizzo di Mertens come terminale centrale del tridente. Contemporaneamente però, l’Italia sta cercando di riportare in auge uno dei suoi punti forti per eccellenza, il numero nove, la prima punta per antonomasia. Se Belotti ormai è una splendida certezza e Petagna sta trasformando in oro la fiducia che l’Atalanta ha riposto in lui, il calcio azzurro può già vantare un loro possibile erede. Stiamo parlando di Alberto Cerri, classe 1996. Il ragazzo è cresciuto in una famiglia di sportivi. Il nonno materno, Ercole Gualazzini, è stato un ciclista a livello professionistico, capace di vincere tappe al Giro d’Italia, alla Vuelta e al Tour de France. Il padre un giocatore come il figlio; cresciuto nel settore giovanile del Parma, proseguì la sua carriera nei campionati dilettantistici.

Alberto Cerri all'esordio in Serie A, con la maglia del Parma

Alberto Cerri all’esordio in Serie A, con la maglia del Parma

Alberto ha soli dieci anni quando viene prelevato dalla società ducale, cresce e si forma nel settore giovanile, dove ha medie realizzative spaventose. Fondamentale in quel periodo è l’enorme divario fisico nei confronti degli avversari, il ragazzo è troppo alto e possente, risulta impossibile provare a fermarlo. In alcune immagini fa quasi tenerezza, un adolescente che cerca di gestire quel corpo così imponente. La crescita prosegue nel migliore dei modi, a suon golo, una marea. Naturalmente il colpo di testa è la sua specialità, ma anche con i piedi può dire la sua. Calcia con entrambi, e se con il sinistro – il piede debole – si concentra più sulla potenza, con il destro mette in mostra una tecnica da non sottovalutare. Un fisico del genere comporta certamente anche una non eccelsa velocità e una mancanza di rapidità nel breve, ma sono tutte caratteristiche che si possono allenare e migliorare.

Quando non è vicino alla porta, sa comunque come rendersi utile

Quando non è vicino alla porta, sa comunque come rendersi utile

Il termine più utilizzato in questo caso è quello di predestinato, ma non si può fare altrimenti parlando di un ragazzo che a soli sedici anni fa il suo debutto in Serie A, in un Parma-Pescara del 2013. Di certo quel giorno non si era immaginato che la sua prima rete nel massimo campionato sarebbe arrivata proprio con la maglia degli abruzzesi. Dopo aver mostrato a tutta Italia il suo nome, continua la sua crescita nella primavera del Parma, con la quale nella stagione successiva conquista i primi importanti riconoscimenti individuali. Al torneo di Viareggio Cerri vince la classifica cannonieri, con sei gol in quattro partite, e il premio di golden boy, miglior giocatore del torneo secondo la stampa. Raggiunta la maggiore età, Alberto è pronto per mostrare le sue potenzialità in prima squadra e così viene ceduto in prestito alla Virtus Lanciano in serie B. L’inizio è da sogno, quattro reti nelle prime sei partite. A fermare la fantastica partenza ci pensa un fastidioso infortunio al ginocchio, che costringe l’attaccante a fermarsi per più di due mesi. Dopo essere rientrato, fatica a ritrovare la forma e il posto da titolare. Il finale di quella stagione è un momento decisivo per la carriera del ragazzo: il Parma – la società proprietaria del suo cartellino – fallisce, e Paratici, direttore sportivo della Juventus, non si fa scappare un’opportunità del genere. La Vecchia Signora ingaggia uno dei migliori giovani in circolazione a parametro zero. Come prevedibile in questi casi, viene mandato in prestito a Cagliari, per disputare un altro anno di serie B. Totalizza più presenze rispetto all’anno passato, ma realizza soltanto 3 gol. Un’annata comunque importante per lo sviluppo del giovane, che aggiorna la sua bacheca con il titolo della serie cadetta.

 

“Nel periodo in cui sono stato aggregato alla prima squadra del Parma studiavo molto Amauri, era lui l’attaccante che più si avvicinava a me come caratteristiche. In generale, cerco di ispirarmi ai centravanti classici, come Toni. Non ho un solo modello, cerco di rubare qualcosa a tutti i migliori interpreti del ruolo”.

 

Anche per la stagione attuale il piano dei bianconeri è rimasto lo stesso, mandare il ragazzo in prestito ad una squadra di B – questa volta lo Spal – per permettergli di continuare a fare esperienza, così da arrivare nelle migliori condizioni possibili all’appuntamento con la serie A. Difatti Alberto si sente pronto quando il Pescara decide di ingaggiarlo a Dicembre. Il momento e la situazione sono delle peggiori, una squadra che non è riuscita a vincere neanche una partita nel girone d’andata e che è ormai destinata a retrocedere. Con Oddo in Panchina Cerri colleziona cinque presenze, ma tutte subentrando nel corso del match. Poi la svolta, l’arrivo di Zeman e la maglia da titolare. Il debutto dal primo minuto non poteva essere dei migliori: prima vittoria in campionato per gli abruzzesi e il primo gol in serie A per Alberto, con un importante zampino anche nell’autogol che sblocca la gara.

Cerri ('96, di proprietà della Juventus) con Caprari ('93, di proprietà dell'Inter) al Pescara

Cerri (’96, di proprietà della Juventus) con Caprari (’93, di proprietà dell’Inter) al Pescara

Del suo talento ne hanno beneficiato anche le nazionali giovanili azzurre, con numerose presenze per le selezioni under 17 e 19. Da due anni, ormai, Cerri fa parte della rosa dell’Under-21 allenata da Di Biagio, con la quale ha segnato il suo primo gol contro l’Andorra, fondamentale per la qualificazione all’Europeo di quest’anno. Una competizione che sarà sicuramente un ottimo palcoscenico, al quale dovrà cercare di arrivare nelle migliori condizioni di forma possibili e dimostrare tutto il suo potenziale. Ciò che colpisce maggiormente di questo giovane talento è l’umiltà e il comportamento dentro e fuori dal campo. Siamo sempre più abituati a leggere di giovanissimi che fanno il loro debutto in palcoscenici importanti, e poi lentamente sprecano il loro potenziale a causa di comportamenti non consoni. Molti di loro sembrano ossessionati dall’immagine, la loro attenzione è tutta per social network e pubblicità: la fama da personaggio, prima della gloria da calciatore. Alberto è invece uno di quei ragazzi con la testa sulle spalle, cresciuto in una famiglia seria; l’educazione prima di tutto, e la convinzione radicata e profonda che per arrivare in alto ci vuole la testa. Proprio come ci ha ricordato lui, con l’esultanza dopo il suo gol contro il Genoa. Testa, ci vuole testa.