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5 Giugno

Alberto Malesani, umano troppo umano

Marco Metelli

17 articoli
Sorridere in faccia al fallimento.

In una piovosa notte di autunno inoltrato, lo stadio Bentegodi rilascia il vapore causato dall’esito di un derby incandescente, il primo della città di Verona disputato nella massima serie. La festa è tutta sotto la Curva Sud e il cerimoniere è Alberto Malesani, mister di un Hellas che ha rimontato una partita rocambolesca contro il Chievo dei miracoli, capolista al suo primo anno in Serie A. L’esultanza di Alberto, che tracima in spogliarello, desterà lo scandalo dell’Italia che ha seguito quel derby sperando in una vittoria della faccia pulita della città, la favola clivense, che da squadra di quartiere ha risalito tutte le categorie del calcio professionistico, arrivando persino a insidiare l’Hellas Verona, l’istituzione gialloblu mai in discussione per quasi un secolo.

L’uomo che aveva gettato le basi del miracolo Chievo era stato proprio Malesani, che nel 1990 lasciava le macchine fotografiche della Canon per guidare la Primavera della Squadra della Diga. Sull’esperienza maturata nel settore vendite dell’azienda giapponese, nei primi tempi il mister si occupava anche di campagne abbonamenti e di contratti dei giocatori, da vero e proprio manager. Cresciuto con il mito dell’Olanda di Cruijff e ispirato dalla novelle vague sacchiana della marcatura a zona, Alberto poteva dare il via al suo calcio sperimentale, che prevedeva, tra l’altro, l’allenamento di rifinitura la domenica mattina, con il sabato a riposo. Una volta divenuto allenatore della prima squadra Malesani portava subito il Chievo in Serie B, con una storica promozione nel 1994.

Il derby di Malesani

Il mister veronese pensa che non sia necessaria una trafila obbligatoria per essere in grado di gestire dei campioni e la sua caparbietà viene premiata nell’estate ‘97, quando la Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori scommette su di lui, pescandolo direttamente dalla cadetteria per metterlo ad allenare fuoriclasse del calibro di Batistuta e Rui Costa. Lo scetticismo iniziale viene spazzato via dalle grandi prestazioni dei gioielli viola, a partire dalla tripletta di Batigol a Udine, alla prima giornata, scatenante l’esultanza viscerale di un Malesani che corre sotto la curva gigliata, facendosi conoscere sin da subito per essere un uomo fuori dagli schemi tout court, non solo per il suo gioco.

Sul campo la Fiorentina rispecchia proprio il carattere di Alberto, imprevedibile ed entusiasmante, capace di vittorie roboanti e scivoloni inattesi, ma fatto sta che nella stagione 1997-98 a Firenze si divertono proprio tutti. Nella sperimentazione del mister, là davanti si gioca con un tridente composto da Batistuta, Luis Oliveira e Domenico Morfeo, che disputerà la sua più grande stagione lontano da Bergamo. Inoltre ad arricchire il reparto offensivo, a gennaio, arriva anche il brasiliano Edmundo. La spregiudicatezza della Viola porta sì a un rendimento altalenante, ma il palato del pubblico gigliato viene soddisfatto, tra le altre, da sei vittorie in cui la Fiorentina segna almeno quattro gol e soprattutto dalla partita delle partite del febbraio ‘98, nel perentorio 3-0 rifilato alla Vecchia Signora, la rivale di sempre, a cui seguono dieci minuti di applausi da parte di un Franchi estasiato.

La Fiorentina più forte di sempre (foto Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport)

Per i tifosi il contratto annuale di Malesani sarebbe già rinnovato automaticamente, ma la società, visti i pessimi rapporti tra mister e presidente, non la pensa così e le strade si dividono, nonostante il bel gioco mostrato e il quinto posto finale. Ad aspettare Alberto c’è però il Parma, che lo vuole sulla panchina per guidare una rosa ultra-competitiva, con l’obiettivo di portare a casa trofei nazionali e continentali. Se a Firenze Malesani ci aveva messo poco a guadagnarsi l’affetto della stella Batistuta, nella città ducale accade lo stesso con Hernán Crespo, dove l’intesa tra i due conduce la punta argentina alla definitiva consacrazione.

Quel Parma è una delle cosiddette sette sorelle che ambiscono allo Scudetto e qualcuno rinfaccerà sempre al mister di non aver portato i gialloblu al titolo, ma tra la primavera e l’estate del 1999 sulla via Emilia arrivano ben tre trofei, tra cui l’ultima Coppa Uefa conquistata da una squadra italiana, con lo spettacoloso 3-0 rifilato al Marsiglia nella finale di Mosca, con Enrico Chiesa che si laurea capocannoniere della competizione. È proprio nella trasferta a Bordeaux, in occasione dei quarti di finale, che Alberto rimane folgorato dalle aziende vinicole presenti sul territorio, dove scorre il celebre vino rosso, e decide che un giorno ne aprirà una anche lui, vicino alla sua Verona.

Crespo e Malesani, l’unione fa la forza (foto di Grazia Neri/ALLSPORT)

Gli altri allori dell’anno di grazia ‘99 sono la Coppa Italia, vinta contro la Fiorentina, e la Supercoppa italiana, portata a casa espugnando San Siro contro i campioni d’Italia rossoneri. Nel successivo anno e mezzo però non arriverà il salto di qualità tanto atteso da società e tifoseria, che avendo in squadra campioni come Crespo, Buffon, Cannavaro, Thuram, oltre a Veron e Chiesa nel solo primo anno, mal digeriranno un quarto e quinto posto in classifica. Così nel gennaio 2001 arriva per Malesani il primo esonero in carriera, al culmine di un rapporto ormai logoro con l’intero ambiente. In pochi mesi da allenatore emergente, sulla rampa di lancio, a peso da cui liberarsi perché considerato inadatto alla grandeur di un top club.

“Viviamo nel mondo dell’immagine e quindi i miei risultati, che restano importanti, sono sempre passati in secondo piano”.

Nel finire nel girone degli scartati pesa anche lo stile nell’abbigliamento, mai curato da Alberto. Al suo debutto in serie A, infatti, sfoggiava dei bermuda balneari, probabilmente inediti a certi livelli, per ovviare alla calura agostana. Il suo essere una voce fuori dal coro sarebbe continuato anche in autunno e inverno con l’immancabile tuta d’ordinanza, indossata in un’epoca ancora lontana da quella in cui Klopp e Sarri l’avrebbero poi resa un vanto, anche davanti alle platee internazionali.

Insieme a Gigi Buffon dopo l’1-2 subito in casa con la Lazio nel settembre del ’99 (foto Mandatory Credit: Claudio Villa / Allsport)

Il mancato passo per giungere ad allenare in una metropoli lo riporta in provincia, dove Malesani può tornare a sentirsi in simbiosi con città e tifosi, nel posto ideale qual è la sua Verona, stavolta all’Hellas. Per lui, nativo del quartiere di San Michele Extra, guidare i gialloblu è motivo di orgoglio e un’occasione unica per rilanciarsi, proprio nell’annata in cui nella città scaligera ci sono due squadre nella massima serie. In un contesto dove il piccolo Chievo si guadagna la simpatia di tutta l’Italia calcistica, e in cui l’Hellas viene visto nel ruolo del cattivo all’interno della fiaba, matura una rivalità fino ad allora poco sentita.

L’inizio del campionato 2001-2002, oltre alla partenza da favola del Chievo, vede anche il Verona fare buoni risultati, come i pareggi contro Roma e Juventus. Poi, nella settimana che precede il derby, Alberto si lega al dito degli insulti provenienti dalla sponda clivense, proprio quella che lui contribuì a far entrare nel calcio dei grandi. Lo dice anche al dirimpettaio Gigi Del Neri che lui, in caso di vittoria, urlerà e correrà sotto la curva fino allo sfinimento. Sotto la pioggia di novembre, Malesani manterrà la promessa, con un’esultanza resa ancora più sregolata della rimonta dell’Hellas, che si trovava sotto di due reti a zero, e da un Bentegodi traboccante di butei desiderosi di ribadire il primato cittadino del sodalizio gialloblu.

Il primo derby di Verona

Da quel momento in poi il mister verrà etichettato come l’allenatore ultrà in modo dispregiativo da parte di certa critica. Per quanto riguarda il campo, sulle ali dell’entusiasmo, il Verona si conferma nella posizione a ridosso dell’Europa, con tanti giovani di belle speranze come Camoranesi, Mutu, Gilardino e Oddo. A marzo però, l’eccessiva eccitazione porta a un inatteso tracollo, con una sconfitta dopo l’altra in un ambiente già convinto di essersi salvato, per arrivare sino all’ultima giornata dove basterebbe un pari a Piacenza e invece arriva un secco 0-3 che manda Malesani e l’Hellas nel baratro.

Il mister sceglie di scendere in B e tagliarsi metà dello stipendio pur di non abbandonare la nave, ma quella retrocessione segna un bivio nella carriera di Alberto, che dopo un anno passato nei bassifondi della cadetteria, in una società ormai entrata in crisi, tornerà in Serie A per allenare il Modena, da cui verrà esonerato a stagione in corso, dopo una bella partenza che aveva illuso tutti. La spirale negativa viene interrotta nel 2005, con l’esperienza al Panathinaikos condotto fino al secondo posto in campionato e quindi in Champions League. Dell’avventura greca del mister però verrà ricordato solo il celeberrimo sfogo contro i giornalisti in conferenza stampa, che renderà Malesani ancora di più un’icona del calcio popolare, fatto di sentimenti viscerali e senza ipocrisie, mettendo però in secondo piano il suo ruolo di allenatore.

Leggenda vivente

Dopo le vicende elleniche, interrotte solo per motivi familiari, Alberto riesce in parte a rilanciarsi nel calcio italiano subentrando in panchina a metà campionato come a Udine, ma il suo appeal non è più così forte da convincere la società a confermarlo per l’annata successiva, a dispetto dei buoni risultati ottenuti. Gli altri tentativi di volo finiti male saranno prima ad Empoli e poi a Siena, dove comunque Malesani farà disputare un campionato dignitoso ai bianconeri destinati alla retrocessione, ma con un gioco votato all’attacco con tanto di tridente più trequartista, rendendo complicata la vita persino all’Inter del Triplete, sia all’andata che al ritorno.

L’ultimo acuto sul campo si realizza nel 2010-2011, alla guida di un Bologna in piena crisi societaria, in cui non vengono pagati gli stipendi e dove ci sono tutte le condizioni per una resa anticipata della squadra, che però si compatta attorno al mister e a capitan Di Vaio. Nonostante i tre punti di penalizzazione, i rossoblu si salvano con due mesi di anticipo, regalandosi pure una vittoria per 2-0 a Torino contro la Juventus. Il tanto agognato riscatto di Alberto sembra cosa fatta, a distanza di quasi un decennio da quella maledetta retrocessione, ma la successiva esperienza al Genoa sarà l’inizio della fine.

Nel 2010 insieme a Marco Di Vaio (foto di Roberto Serra/Getty Images)

Con una squadra fortemente rimaneggiata rispetto a quella della prima era Gasperini, la dirigenza e la critica non sono comunque soddisfatte degli alti e bassi del Grifone, così a dicembre 2011 arriva un altro sfogo dell’allenatore, che va a completare una sorta di trilogia malesaniana, composta già dallo spogliarello post derby e la conferenza greca, a rappresentare tutto il disagio del mister nel sentirsi etichettato come inadatto a ricoprire quel ruolo. Il Mollo, come viene ormai ribattezzato per aver ripetuto il termine decine di volte davanti alla stampa, non riuscirà a mangiare il panettone e verrà esonerato una seconda volta ad aprile, dopo un breve ritorno, in quella travagliata stagione genovese.

“Non sputo nel piatto in cui ho mangiato, ma oggi sono felice e sto meglio così”.

Le ultime, brevissime, avventure si consumano a Palermo e Sassuolo, dove Malesani viene cacciato dopo poche settimane dall’affido dell’incarico: queste sono le pagine che costituiscono la fine dei sogni di gloria del mister su un campo di calcio. La voglia di allenare, finora mai più soddisfatta, si affianca allora alla passione per la vita in campagna, nei vigneti della sua azienda agricola sulle colline fuori Verona. Qui l’immagine non conta più nulla per un giudizio sul lavoro di Alberto, conta solo il responso dato direttamente dalla terra e dal sapore dell’Amarone. E allora, malgrado il calcio lo abbia dimenticato, è bello saperlo lì, uomo libero tra il campo e la cantina, magari a raccontare vecchi aneddoti o a guardare da lontano il fútbol attuale, tra un bicchiere di vino e una battuta da bar di provincia.

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