Utilizzato in maniera sbagliata, il ricordo può diventare il nostro peggior nemico. Non ci permette di andare avanti: capace di offrirci solamente una prospettiva, quella passata, si annida nella nostra testa e ne occupa gran parte dello spazio. In altri casi, tuttavia, esso diventa un diritto e un dovere di testimonianza: così ogni 25 settembre a Ferrara quel ricordo ritorna più vivo che mai, quasi più dell’anno prima e meno di quello che verrà. Questo è successo anche mercoledì sera al Paolo Mazza quando lo stadio ha ricordato, di nuovo, quel suo ragazzo che esattamente quattordici anni prima aveva trovato una sorte infausta; meglio, al quale avevano imposto un destino infame.

 

Ogni domenica il volto di Federico Aldrovandi sventola tra le gradinate biancoblu, perché a volte vivere di passato non è solo una scelta ma un dovere intimo, possibilmente da condividere e capace di unire nel profondo. Parliamo spesso della funzione del calcio quale specchio dell’uomo e della società, e certo a volte questo fa emergere il nostro lato peggiore, gli istinti più bassi e ancestrali, ma in molte altre occasioni è capace di ricordarci chi siamo: una comunità.

 

Ebbene, il tifo della S.P.A.L. è tenuto insieme anche da quel lutto che la città sente tuttora sulla pelle, ma che spesso viene condiviso anche fuori dai confini ferraresi. Come durante l’ultima partita casalinga contro il Lecce, quando i tifosi ospiti hanno voluto partecipare al ricordo di Federico Aldrovandi insieme a tutto lo stadio. Sulle gradinate sembra quasi che il tempo si congeli, la memoria diventa solida e concreta, un argine alla fretta e al continuo superamento e oblio del mondo contemporaneo. Questo pare il concetto espresso dal padre di Federico, nel messaggio di ringraziamento dedicato a tutti coloro che hanno voluto rendere omaggio a suo figlio.

“Che bello e che emozione vedere quella curva dove tantissimi anni fa durante una partita amichevole d’agosto con l’Atalanta, portai per la prima volta Federico all’età di 4 anni alla Spal. Ieri sera Federico c’era. Era presente nei cuori delle persone”. (1)

 

Non solo mercoledì, Federico Aldrovandi è sempre presente nel tifo ferrarese.

 

Un omaggio intenso e silenzioso, “con quell’immagine e quei cori a me tanto cari, rigorosamente senza offendere nessuno, ma con il dito puntato verso ogni ingiustizia”, continua il padre. Sì perché poi l’ingiustizia non si è consumata solo 14 anni fa, ma ha ostacolato anche il corso della memoria e del ricordo; come all’Olimpico di Roma, in cui a quel volto è stata vietato l’ingresso per ben due volte, o anche a Genova. La motivazione sembra essere la sua natura provocatoria: oltraggio non si sa a chi, ma tant’è. D’accordo, il viso di un diciottenne morto ammazzato provoca vergogna a chi se lo sente sulla coscienza, questo lo sappiamo, ma non può certo essere considerato un affronto.

 

Ciò nonostante la comunità ferrarese ricorderà ancora e nel nostro piccolo noi gli concederemo il giusto spazio. Nella coreografia allestita dai tifosi, scritto in stampatello a caratteri maiuscoli campeggiava la frase: Perché non accada mai più. Senza odio né rancore. Soltanto, si fa per dire, per una coerenza sentimentale che si porta avanti da quattordici anni: i tifosi della Spal sono rimasti al proprio posto, questo è anche il senso nobile dello stadio.

 

Non per aumentare l’astio verso qualcuno, come si può pensare, ma semplicemente per non dimenticare. È la storia di qualsiasi gruppo sociale, figurarsi delle curve che di comunità rappresentano, quando vogliono, uno degli ultimi esempi. Perché la natura non si cambia e perché il ricordo, soprattutto delle ingiustizie, aiuta a mantenere e a mantenersi vivi.

“Per non farci mai perdere di vista le cose importanti della vita, non meno comunque quello della propria fede…” (2)

 

 

(1), (2) I virgolettati sono tratti dal profilo Facebook di Lino Giuliano Aldrovandi