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26 Luglio

Il fu Aljaksandr Hleb

Una carriera sbagliata: così si può riassumere la parabola calcistica di Aljaksandr Hleb.

Aljaksandr Paulavic Hleb, uno dei due o tre più grandi what if calcistici degli ultimi quindici anni, è un bielorusso, classe 1981. I primi calci ad un pallone li tira tra le giovanili della Dinamo Minsk, unica compagine della “Russia bianca” ammessa a disputare la prima divisione sovietica e, per inciso, amore primordiale del padre. Neanche maggiorenne firma il suo primo contratto da professionista con il Bate Borisov, non prima di essersi tolto lo sfizio di guidare la neonata nazionale con la bandiera rosso-verde alle semifinali dei Giochi Mondiali della Gioventù del 1998, tenutisi a Mosca.

Che ci fosse qualcosa di strano in questo smilzo dalla corsa un po’ dinoccolata, lo si poteva già dedurre dall’aver scelto lo Stoccarda come prima esperienza nel calcio europeo. Scelta che lascia tutti un po’ basiti, più o meno come rimangono quelli che lo vedono giocare o come chi s’interroga tutt’oggi sulla sua originale parabola. Le prime due stagioni in terra teutonica le vive quasi da fantasma: Felix Magath lo considera il giusto e, il più delle volte, è confinato a giocare nella squadra B, che annovera tra i tanti anche Kevin Kuranyi.

Le difficoltà vanno però al di là del rettangolo verde e sono parte integrante della quotidianità di Hleb, alla scoperta (insieme al fratello minore, anch’egli calciatore) di luoghi e stili di vita inimmaginabili nella fredda e pragmatica (ex) Unione Sovietica. In seguito racconterà delle giornaliere visite al Mc Donald e della fatica a raccapezzarsi in un posto che, più che nuovo, assumeva addirittura la forma di un altro pianeta.

Una volta adeguatosi all’ecosistema tedesco, Aljaksandr veste di diritto la numero 10 e regala altissimi momenti di calcio, contribuendo a portare lo Stoccarda fino al secondo posto in Bundesliga e a ben figurare in Europa. La vetrina che però dà vero lustro al nostro è l’Europeo under-21 del 2004. Hleb è leader tecnico di una rappresentativa mediocre che porta sino alle semifinali, dopo aver sconfitto l’Italia, poi campione, guidata in campo da Gilardino e De Rossi ed in panchina da Claudio Gentile.

Un giovane Hleb a contatto con un giovane Leo Messi (fonte bundesliga.com)

Ad un deviante non può non associarsi un altro deviante: ineluttabile, dunque, che venga acquistato dall’Arsenal. L’idea di Wenger è di utilizzarlo come sostituto di Pires o Ljungberg. L’inizio non è per niente scintillante, ma il buon Arsene, perdutamente innamorato dei talenti limpidi come Aljaksandr, lo aspetta, lo consiglia, si comporta da buon padre di famiglia, e la sua fiducia viene presto ripagata. Hleb mostra tutto ciò che aveva fatto intravedere: tecnica sopraffina, signorile propensione palla al piede, naturale eleganza nei movimenti, una visione di gioco cristallina votata all’assistenza e all’altruismo.

È atipicamente generoso, trova soddisfazione nel soddisfare gli altri. Forse, solo una forma diversa di egoismo, di sicuro la più nobile. Nei dribbling, anche in quelli più edulcorati, non dà mai l’impressione di voler deridere l’avversario; li esegue con l’efebica innocenza di un tredicenne che ridicolizza gli amici del quartiere. Gioca a cinque o sei tocchi: stoppa, avanza o indietreggia, piroetta e passa la palla al compagno meglio piazzato. È in campo nella finale di Coppa dei Campioni del 2006 persa contro il Barcellona di Ronaldinho e Eto’o. Triste epilogo per la più bella squadra britannica degli ultimi vent’anni.

L’approccio scanzonato di Hleb all’Arsenal

Se non puoi sconfiggere il tuo nemico, sei costretto a diventare suo amico: così il passaggio al Barcellona. La Catalunya, però, si rivelerà tremendamente deludente. Aljaksandr si isola, o viene isolato (punti di vista). Nel mezzo sopravvengono guai fisici che rincarano la dose di tristezza che l’accompagna. Formalmente vince la Champions, di fatto guarda la finale dalla tribuna. Su Guardiola si è limitato a dire:

“Ho solo detto che non è il migliore. E lo penso ancora. È un buon allenatore, il palmares conta relativamente; un buon allenatore e niente di più”.

L’estate del 2009 potrebbe segnare la svolta: il presidente Moratti (un altro di quelli che si innamorano facilmente) vorrebbe inserire Hleb nella trattativa che dovrebbe far vestire Ibrahimovic di blaugrana. Aljaksandr, voglioso di fuggire dal Camp Nou ma riottoso ed egocentrico come pochi, non vuole essere la moneta di scambio di nessuno.

Decide così di tornare in prestito allo Stoccarda, laddove tutto era veramente iniziato, per rilanciarsi. In aeroporto però riceve una telefonata da Mourinho, che gli assicura le stesse condizioni del contratto coi catalani: Hleb ci ripensa e vola in Germania con l’intento di ringraziare tutti e declinare gentilmente l’offerta, per poi virare su Milano. Così tuttavia non è andata.

“All’aeroporto c’erano il presidente, l’allenatore, i tifosi che mi erano venuti ad accogliere. Non ho potuto dire di no, e ho messo la firma sul più grande errore della mia carriera”.

L’ultimo grande palcoscenico di Hleb, da subentrato in semifinale di Champions League contro il Chelsea nel 2009 (al 93esimo, lanciato verso la porta, non riuscirà a trafiggere Petr Cech)

Il resto è storia recente. Un vagabondare continuo. Un turbinio di trasferimenti che lo porterà a svernare un po’ in Inghilterra, un po’ in Germania, a mangiare kebab in Turchia. Il tutto intervallato da fugaci ritorni nel Bate Borisov, perché quando fai fatica a collocarti nel mondo, l’unico luogo che ti può aiutare è casa tua. La storia di Aljaksandr Hleb è una di quelle storie sbagliate, citando De Andrè; piene zeppe di errori, di decisioni errate, di infatuazioni fermatesi sul più bello, di amori mai nati e poi perduti.

Antipatico, pigro, banale neanche per un secondo. Sincero nel mostrarsi al mondo, nessuna sovrastruttura lo ha mai accompagnato. Uno che se ne fregava di piacere agli altri, che non faceva nulla per compiacere nessuno. La parabola di Aljaksandr Hleb ci mostra chiaramente le difficoltà nel chiedere ad un uomo (e ad un calciatore) quanto di più complicato possa esistere, ovvero vincere il conflitto con la propria natura, domarla, reprimerla.

Chi o cosa sarebbe stato Hleb se avesse sconfitto se stesso è un qualcosa che nessuno può sapere. Resta semplicemente una fantasia ubicata nella mente di coloro che, tra vent’anni, si ricorderanno di questo biondino venuto dall’Est con le orecchie un po’ a sventola e i piedi da primo ballerino del Bolshoi.

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