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10 Ottobre

La presunzione degli allenatori olandesi

Paolo Pollo

9 articoli
Il dogma prima di tutto.

Arrivano in sala stampa e si piazzano dietro al microfono. In media, parlano tre o quattro lingue senza troppe difficoltà. E se non conoscono l’idioma locale, lo imparano alla svelta. Sono freddamente cortesi, apparentemente disponibili, vagamente sarcastici. Ti guardano con quella faccia un po’ così, che dunque non hanno solo a Genova ma anche a Rotterdam, Amsterdam  o Eindhoven. Sono gli allenatori olandesi, da tempo impegnati in una missione particolare: farci sentire, ogni giorno, un po’ cretini. O almeno sprovveduti. 

La squadra va male? Voi non capite. Il centrocampo fa acqua da tutte le parti? Il gioco di posizione deve essere ancora assimilato. La difesa ha incassato valanghe di reti nelle ultime tre gare? In questo paese (mettetene uno a caso) la mentalità è diversa. 

Le ragioni del superiority complex olandese arrivano da lontano. Dal leggendario calcio totale dell’Ajax anni ’70, da Rinus Michels, da Sua Maestà Johan Cruijff, che ha davvero influenzato a livello intellettuale l’intero movimento calcistico, prima come giocatore e poi come allenatore. Chiedere al Barcellona o a Pep Guardiola per ulteriori approfondimenti.  Ma come spesso capita, non tutti gli eredi designati a trasferire il verbo si sono dimostrati all’altezza dei padri. Alcuni di loro hanno vissuto, e talvolta continuano a vivere, in una bolla. Come se essere nati nei Paesi Bassi, o aver indossato la gloriosa maglia arancione, garantisse automaticamente una  specie di supremazia ideologica.



L’elenco di questi epigoni è piuttosto nutrito. Il primo nome che viene in mente è Frank De Boer. I tifosi interisti lo ricordano inorriditi per la spocchia fuori dal campo e per la confusione dentro al campo. Quelli del Crystal Palace, invece, per una serie imbarazzante di sconfitte consecutive. E che dire di Ronald Koeman? Certo, ora è facile prendersela con Rambo. Senza più Messi, Neymar,  Suarez, Xavi, Iniesta, Rakitic, Griezmann e compagnia bella, con Piqué, Busquets e Jordi Alba ormai invecchiati, è chiaro che il Barca sia un’altra cosa. Ma a ben guardare, Koeman non ha lasciato grandi ricordi nelle sue esperienze inglesi.

Seedorf è un caso a parte. Qui parliamo di uno dei giocatori più titolati e intelligenti del pianeta. Sentirlo parlare da commentatore è un piacere: ha opinioni precise su tutto e le espone con grande lucidità. Purtroppo, quando si accomoda in panchina il buon Clarence non è altrettanto efficace: troppo filosofo. Anzi, troppo olandese. Arretrando nel tempo emergono i nomi di Gullit, di Rijkaard, dello stesso Van Basten, di Advocaat, Beenhakker, Hiddink, Jol, De Mos…gente che è andata in giro per il mondo, vincendo pure parecchio, ma lasciandosi sempre alle spalle una scia più o meno (in)sopportabile di presunzione. Fino ad arrivare al campione assoluto della specialità: Louis Van Gaal. Lui supera le definizioni stesse di antipatia e di supponenza. 

Non fare come gli allenatori olandesi: rifiuta i dogmi e ama i contrasti, iscriviti al gazzettino più sportivamente scorretto del web


L’osservazione interessante, però, è un’altra: la mutazione genetica che gli olandesi subiscono quando passano dal campo alla panchina. Tranne qualche caso eccellente (Bergkamp in Italia, per esempio) i calciatori made in Holland si ambientano rapidamente all’estero e trasferiscono le migliori caratteristiche del loro popolo: sono seri, pratici, affidabili. La provenienza da un paese di storica vocazione mercantile li agevola nell’adattarsi a realtà differenti. Solo su un aspetto incontrano qualche difficoltà: l’insofferenza nei confronti della gerarchia tradizionale, costituita da ordini insindacabili.

Figli di una cultura libertaria, tollerante, costruita sulla concertazione e sulla necessità di trovare sempre un punto di incontro (dinamiche raccontate egregiamente da David Winner in Brilliant Orange), in generale gli olandesi amano discutere. Chi li ha frequentati lo sa: ai Dutch non si può mai impartire una direttiva senza spiegarne il perché. «Sono il capo, quindi si fa così» è una frase che con loro non ha senso. Non funziona. Sacchi e Van Basten potrebbero testimoniarlo. La stessa nazionale oranje, meno vincente nella propria storia rispetto a quanto meritasse, è rimasta vittima di questa esasperazione della dialettica interna.

Durante le maggiori competizioni internazionali, più volte nella rosa sono esplose polemiche roventi, condite da conflitti di varia natura.

Eppure, per una sorta di paradosso, i calciatori olandesi quando diventano allenatori su panchine estere si tramutano in piccoli dittatorelli, in profeti massimalisti custodi di una purezza concettuale che accetta malvolentieri la diversità di pensiero. L’idea viene prima di tutto. Il dogma viene prima di tutto. Il principio viene prima di tutto. 

Chi farebbe a meno di un centravanti che, pur non eccelso tecnicamente, ha appena realizzato caterve di goal? Van Gaal (con Toni). Chi rinuncerebbe a una punta di carattere e molto prolifica dal punto di vista realizzativo? Koeman (con Suarez). Chi escluderebbe un attaccante dal curriculum impeccabile? Van Basten (con Van Nistelrooy, pure suo connazionale).

Ci aveva visto lungo Francesco Totti, in quel lontano 29 giugno 2000 ad Amsterdam. «Mo je faccio er cucchiaio». Sembrava una semplice guasconata. Ma simbolicamente era molto di più: uno schiaffo supremo all’eterna, e inesorabile, presunzione arancione.

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