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Editoriali
24 Giugno

Che stanchezza il calcio arcobaleno

Andrea Antonioli

70 articoli
Kneeling, rainbows and conformism.

Dicono che uno dei sintomi della vecchiaia sia la sempre minore sopportazione del caldo. E già qui, noi giovani vecchi, ci troviamo tremendamente stanchi all’arrivo dei primi caldi africani – sempre che si possa dire e non sia discriminazione territoriale, magari climatica. Un altro indice dell’età che avanza è però rappresentato dalla disillusione, a tratti dalla misantropia, dal fastidio etico ed estetico verso tutte le battaglie finto impegnate, le ideologie idiote, i ritornelli social, gli hashtag moralisti.

Ci viene in mente il Giorgio Gaber degli ultimi anni, che non solo si faceva beffe di “destra e sinistra” dopo essere stato un’icona della libertà=partecipazione, ma denunciava il conformismo, il potere dei più buoni, l’antirazzismo di maniera, isolandosi sempre di più dalla società che lo circondava (per azione, sua, ma anche per reazione, degli altri). Bene, se due indizi fanno una prova oggi siamo aristocraticamente ed orgogliosamente vecchi, secondo alcuni superati. Così è (se vi pare), per citare quel fascista di Luigi Pirandello.

Io sono un uomo nuovo

Per carità lo dico in senso letterale sono progressista

Al tempo stesso liberista, antirazzista

E sono molto buono

sono animalista.

Giorgio Gaber, Il conformista

Che poi noi siamo stati tra i primi ad avanzare dubbi sul rito dell’inginocchiamento per combattere il razzismo, beccandoci insulti ed epiteti di ogni genere: un’iniziativa che, soprattutto dopo qualche mese, ci è sembrata più ideologico-rituale che utile, ma sorvoliamo. Volutamente, prima di oggi e dopo l’Italia, non eravamo però tornati sul tema. Perché ormai siamo nauseati, disgustati persino da noi stessi; è proprio noi stessi anzi che rinneghiamo prima di tutti, come avrebbe voluto Carmelo Bene, schiacciati ormai nella metà di destra di una Penisola spaccata sul tema più inutile degli ultimi decenni (mai mettere limiti alla provvidenza e al progresso, qua si va di idiozia in stronzata alla velocità della luce).

Tutto ciò farebbe ridere, se non facesse piangere.

Ma può un Paese dividersi su dei calciatori in ginocchio? È possibile che da quattro giorni stiamo scrivendo di Marchisio che avrebbe voluto tutti inginocchiati e della risposta di Salvini? Del segretario del PD Letta che parla di “scena pessima” e fa un appello affinché “si inginocchino tutti” a cui deve addirittura ribattere il responsabile comunicazione della Nazionale Paolo Corbi? Davvero siamo ridotti così? Ma chissenefrega. Basta!, come avrebbe detto un vecchio e stanco Gaber. Basta, senza neanche la forza di un punto esclamativo. Siamo esausti. Già la politica è ridotta a una perenne e insopportabile guerra di influencer, a Pio&Amedeo vs Fedez; lasciateci almeno seguire lo sport dimenticando, per un attimo, le angosce di questa catena di montaggio chiamata vita.

Anche perchè come ha scritto Alessandro Barbano, editorialista di Huffington Post e condirettore del Corriere dello Sport, ma soprattutto uno degli ultimi mohicani-liberali rimasti: «C’è in questo botta e risposta (tra Letta e gli azzurri, ndr) il dramma di un dibattito pubblico che ha smesso di essere una cosa seria e si è trasformato in una grottesca caricatura. Dove anche il dolore, figlio delle gravi discriminazione del nostro tempo, si declina in un conformismo dolciastro o, peggio, in una pedagogia buona per i burattini. (…) Diciamo la verità, c’è una brutta aria attorno ai diritti. Li si imbraccia come una bandiera, ma poi li si vuole imporre col bastone che sorregge la tela sventolante. Le condanne hanno preso il posto dell’esempio, il conformismo coatto quello della persuasione».

Una canzone geniale e visionaria, che descriveva già 25 anni fa le perversioni della società contemporanea.

Comunque non ha fatto in tempo ad esaurirsi l’onda lunga del kneeling (che in realtà non si è esaurita proprio per niente) che è arrivato il nuovo tormentone estivo, della stessa levatura culturale di una canzone di Baby K o Ludwig: l’Allianz Arena illuminata con i colori dell’arcobaleno. Partiamo con la premessa che a giugno si festeggia in tutto il mondo il “Pride month”, il mese dell’orgoglio della comunità LGBTQIA+ (evidentemente avevano finito le giornate di – della donna, della mamma, del papà, dei nonni, poco tempo fa era stato addirittura il Carbonara day – e quindi sono passati direttamente ai mesi. Poi sarà il tempo degli anni, e quindi dei secoli: per il tema di questo secolo avremmo due o tre suggerimenti, ma andiamo oltre).

La proposta dicevamo, avanzata dal sindaco di Monaco Dieter Reiter in vista della partita contro l’Ungheria, aveva un significato ben più profondo della semplice fascia da capitano rainbow di Manuel Neuer: era una sfida politica al governo di Viktor Orban, che pochi giorni prima aveva promulgato una legge che vietava la propaganda omosessuale ai minori di 18 anni. Per questo la UEFA ha negato il consenso ad illuminare lo stadio di Monaco con i colori dell’arcobaleno, suggerendo altri giorni e altre date proprio per evitare uno scontro politico all’interno della Federazione:

«La UEFA comprende che l’intenzione è quella di inviare un messaggio per promuovere la diversità e l’inclusione, ma è un’organizzazione politicamente e religiosamente neutrale. Dato il contesto politico di questa specifica richiesta – un messaggio che mira a una decisione presa dal parlamento nazionale ungherese – la UEFA deve declinare questa richiesta».

La confusione sta giusto nel fatto che, per sostenere le battaglie omo e trans sessuali, la UEFA abbia modificato il suo logo tingendolo di arcobaleno (come tantissime squadre, a maggior ragione dopo l’Allianzgate, e multinazionali, che però lo hanno fatto solo sul mercato occidentale e non su quello mediorientale, chissà perché). Come funziona allora, da un lato la Rainbow Arena è un simbolo politico per l’UEFA e dall’altro il logo non lo è? Questa la cruciale domanda sui destini dell’Occidente che in molti hanno rivolto alla massima istituzione calcistica europea.

Ma anche qui, davvero intendiamo parlare per i prossimi giorni di uno stadio (non) illuminato di rosso, giallo, viola etc? Oppure della mossa della DFB, la Federcalcio Tedesca, che per tutta risposta ha distribuito gratuitamente ai tifosi di casa 10mila bandierine arcobaleno (con annesse mantelle)? E per quanto ancora dovremo celebrare l’esultanza di Leon Goretzka, novello Sollier, che una volta infranti i sogni di gloria degli ungheresi ha rivolto loro un cuore a simboleggiare l’amore in tutte le sue forme? Vi prego, pietà.

L’ondivaga posizione della UEFA: viviamo davvero in un tempo piccolo.

Evidentemente non è stato sufficiente il licenziamento del preparatore dei portieri ungherese dell’Herta Berlino, e Viktor Orban che come reazione ha convocato l’ambasciatore tedesco. Nè ci è bastato che il (mezzo) inginocchiamento azzurro sia diventato prioritario rispetto al risultato della nostra nazionale. Non ci hanno stufato neppure Marchisio e Salvini, Letta e Meloni, i botta e risposta sull’atteggiamento di calciatori che per la stragrande maggioranza non hanno idea di cosa stiano facendo. A quanto pare, in definitiva, non siamo stanchi: che si parli più di genuflessioni che del risultato delle partite, più di arcobaleni che del cuore enorme dell’Ungheria e dello spettacolo commovente dei suoi tifosi (ma tanto son tutti di estrema destra, no?, quindi non vale).

Non è un caso che anche il CIO, il Comitato Olimpico Internazionale, qualche mese fa abbia deciso di vietare alle Olimpiadi di Tokyo gesti politici o religiosi sul podio, durante le gare e nelle cerimonie ufficiali. Così si sono espressi più dei due terzi dei 3547 interpellati sull’argomento (sicuramente tutti trogloditi, reazionari e illiberali): «La maggior parte degli atleti non pensa che sia appropriato per gli sportivi esprimere il proprio punto di vista durante la cerimonia di apertura, sul podio e durante le gare», in una nota ufficiale che sembra mettere un freno a una politicizzazione dello sport, o meglio ad una propaganda, divenuta conformisticamente opprimente. Ma tanto, come cantava Giorgio Gaber,

«il conformista è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta

il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa.

È un concentrato di opinioni che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani,

e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire.

Forse, da buon opportunista,

si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso

(…) È un animale assai comune che vive di parole da conversazione,

di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori».

Ecco, oggi che il moralismo dei più buoni ha pure trovato un nemico cattivo e potente contro cui indignarsi, quel perfido Leviatano della UEFA rappresentazione stessa dell’ingiustizia, diventa ancor più semplice pensare (e parlare) per sentito dire. Da parte nostra staccheremo i social network, accenderemo l’aria condizionata e ci prepareremo in solitaria un bel tè freddo al limone guardando le qualificazioni femminili di Wimbledon (il livello è talmente infimo da farci dimenticare del mondo, quasi da trasportarci in un’altra dimensione, e se Dio vuole beccheremo pure qualche bella russa in azione). Il tutto in attesa che rigiochi l’Italia: allora, kneeling o non kneeling, ci gusteremo quel residuo del patriarcato che è la partita della Nazionale insieme agli amici – rigorosamente maschi bianchi – e ad almeno venti birre. Tanto qui, ormai, si vive di stereotipi.


Foto copertina Twitter


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