In uno scenario post bellico in piena ridefinizione, le vicende della piccola squadra dell’Amatori Ponziana raccontano le pieghe di una vicenda calcistica in cui politica (e nazionalismo) fanno da sfondo ad uno sconfinamento in cui è difficile concepire l’identità come termine monolitico. Del resto quando si parla della Trieste della prima metà del Novecento il racconto si fa polifonico, e le voci da seguire sono molteplici.

 

 

Partiamo dunque dell’inizio: il Circolo Sportivo Ponziana viene fondato a Trieste nel 1912 da un gruppo di appassionati di calcio, ben sei anni prima, dunque, della più rinomata e conosciuta Triestina. Già nel 1928 fu protagonista di una prima scissione interna, quando il regime fascista impose la fusione con l’Edera Football Club ed alcuni giocatori dissidenti decisero così di creare i Ponzianini Erranti. Questi presero poi parte alla Prima Categoria uliciana, ovvero il campionato indipendente organizzato dalla Unione Libera Italiana del Calcio; la lega uliciana, fondata nel 1917 da Augusto Marinelli, nacque essenzialmente come rivendicazione territoriale e di autonomia decisionale nei confronti della FIGC, soprattutto in merito alla gestione del calcio amatoriale e delle sue strutture.

 

 

Uno dei capisaldi della lega era il cosiddetto “liberismo”, ovvero il diritto riconosciuto ad ogni giocatore «di poter giocare qualsiasi gara senza alcun vincolo di tesseramento nel massimo rispetto di tutti e di tutte le società affiliate, potendo cambiare tranquillamente squadra da una domenica all’altra». In un certo senso, un concetto che minava il vincolo identitario dell’appartenenza calcistica. La lega uliciana ebbe tuttavia via vita breve e terminò i suoi campionati nella stagione 1931-1932.

 

 

 


La genesi dell’Amatori Ponziana


 

Se le tracce dei Ponzianini Erranti si perdono nelle pagine degli almanacchi, la seconda scissione del Ponziana avviene nel 1946 in un contesto politicamente a dir poco complesso: le vicende della piccola realtà calcistica – figlia del quartiere popolare di San Giacomo, storicamente a maggioranza slava – presero una piega inaspettata quando l’allora primo ministro della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Josip Broz meglio noto come Tito, invitò la squadra biancazzurra a partecipare al massimo campionato Jugoslavo. 

 

 

In quell’estate del 1946 si creò così un divorzio tra l’anima italiana del Ponziana, che proseguì il suo percorso sportivo in Serie C, e quella slava, che da quel momento prese il nome di Amatori Ponziana. Considerando che entrambe le squadre erano composte da giocatori italiani, praticamente tutti triestini di nascita, questa divisione raccontava la difficoltà di un territorio nel riconoscersi sotto un’unica bandiera, in uno scenario in continua ridefinizione tra spinte nazionaliste italiane, indipendentiste e desideri di annessione filo-jugoslavi.

Un confine che sarebbe da lì a poco diventato ancor più problematico quando nel 1947 nacque il Territorio Libero di Trieste, stato indipendente riconosciuto dal Trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate. Il suo territorio venne diviso in due zone: Zona A, ovvero il centro città sotto il controllo angloamericano, e Zona B, il circondario sotto la giurisdizione slava.

 

Fu così che in questo vuoto amministrativo e per certi aspetti identitario, soprattutto se tale nozione viene collegata a quella nazionalistica, Tito usò il calcio come veicolo politico per influenzare le scelte della popolazione triestina.

 

Così, dall’oggi al domani passando direttamente dalla Serie C, l’Amatori Ponziana iniziò a giocare nel massimo campionato slavo affrontando le neonate Stella Rossa, Partizan Belgrado e Dinamo Zagabria, oltre al Hajduk Split, espressione dell’orgoglio dalmata. Nella stagione d’esordio i biancazzurri disputarono le partite casalinghe sul campo neutro di Lubiana, dato che l’utilizzo dello stadio Comunale, oggi dedicato a Giuseppe Grezar, era stato interdetto sia a loro sia agli alabardati per ragioni di ordine pubblico. Infatti soltanto nella stagione ’47/48 le due compagini poterono giocare a Trieste, alternandosi sul terreno dell’impianto di Valmaura.

 

 

Il campo era situato nei pressi della Risiera di San Sabba, ex fabbrica per la pilatura del riso tristemente utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale come campo di detenzione e di concentramento. Un posto ideologicamente non facile per giocare dato che in quegli anni giocare nel campionato jugoslavo, per alcuni, aveva quasi il sapore di un latente collaborazionismo. Per questa faziosità e militanza, la storia dell’Amatori Ponziana è difficile da ricostruire attraverso un’unica fonte e le sue vicende, come in questo caso, devono comporsi della tradizione orale di quelle persone che in maniera più o meno diretta hanno vissuto le vicende in questione.

 

La dogana italiana al confine con il TLT

 

 

Secondo Bruno Gasperutti, custode della memoria storica ed ex giocatore del Ponziana Calcio negli anni ’60, alcuni giocatori dell’Amatori non capirono immediatamente il passaggio nel campionato jugoslavo pensando che le partite disputate contro le compagine slave facessero parte di una sorta di torneo amichevole internazionale. Per altri invece lo sconfinamento fu una questione di prestigio visto che in Italia potevano aspirare al massimo alla serie C, nonché una scelta economica, dal momento che nel campionato jugoslavo erano pagati come professionisti e questo significava almeno sei volte di più che in Italia.

 

Infatti l’invito di Tito era stato accompagnato da un sostanzioso aiuto economico. Ad esempio a Ettore Valcareggi, triestino di nascita come il fratello Ferruccio (che da c.t. azzurro vincerà l’Europeo 1968 proprio sulla Jugoslavia), venne offerto un milione di lire a fronte delle trecentomila percepite nel Legnano, un’offerta impossibile da rifiutare.

 

Le trasferte erano poi abbastanza avventurose, basti pensare che per raggiungere Belgrado o Zagabria i viaggi potevano durare giorni. Giuliano Sadar nel suo Una lunga giornata di bora  ha definito quella prima stagione come il periodo dei primi avventurosi viaggi in treno, quelli che secondo il centrocampista Euro Giannini “si sapeva quando si partiva, non si sapeva quando si tornava”. Il numero medio di spettatori per le partite casalinga era di circa 3.000 persone, numero che cresceva facilmente quando a Trieste venivano a giocare le grandi stelle slave. In Jugoslavia, invece, il discorso era diverso e facilmente si poteva trovare uno stadio da 50.000 posti completamente esaurito.

 

 

 


Il primo campionato jugoslavo e la salvezza “politica”


 

La prima stagione di Prva Liga, nel 1946-1947, fu un campionato di prova, non solo per la squadra triestina ma per l’intero sistema calcio jugoslavo. Era infatti la prima dopo il conflitto bellico e vi parteciparono le migliori squadre delle 7 regioni della neocostituita Jugoslavia, un vero itinerario geopolitico sul calendario. Il campionato prese il via il 25 agosto 1946 inizialmente con 12 squadre, prima dell’aggiunta in corsa dell’Amatori Ponziana e del Kvarner. Oggi noto come HNK Rijeka, anche quest’ultimo club aveva un valore strategico dato che rappresentava il territorio ancora ideologicamente conteso del Quarnaro, e si sostituiva al vuoto lasciato dallo scioglimento dell’US Fiumana dopo l’annessione di Fiume alla Repubblica Jugoslava.

 

 

La prima stagione si chiuse con la vittoria del Partizan e l’Amatori si classificò al 11° posto con 21 punti, di fatto retrocedendo sul campo. Però, dal momento che per la stagione successiva 1947-1948 si era deciso di ridurre il numero di squadre partecipanti a 10 (e visto il contemporaneo ripescaggio della Triestina in Serie A), la squadra biancazzurra si salvò d’ufficio a scapito dei montenegrini del Budućnost. In quell’esordio tuttavia l’Amatori non si era limitato a fare da comparsa, tanto che il 22 dicembre 1946 era riuscito a prendere di misura l’eccellente scalpo dell’Hajduk Spalato. Successo descritto così da Il Giornale Alleato: 

 

“Quattromila spettatori circa hanno assistito alla gara Amatori Ponziana – Hajduk Spalato svoltasi allo stadio Stadio di San Sabba. La partita, valevole agli effetti del massimo campionato jugoslavo, si è conclusa con la meritata vittoria della squadra ponzianina che, portatasi in vantaggio al 3° di giuoco con un goal segnato dal Stivoli su fase di calcio d’angolo, ne difendeva poi il successo fino alla fine, neutralizzando con molta bravura i continui e serrati attacchi dell’avversaria, tendenti a mettere in carreggiata la partita.

 

Il portiere Parola, il terzino Caproni e il centro sostegno Giannini, sono stati i migliori della squadra ponzianina, mentre nelle file dell’Hajduk si sono fatti vivamente ammirare i terzini Kokeza e Broveta, nonché l’attaccante Matosich. Nel corso della gara si sono avuti sette calci d’angolo, di cui 5 contro il Ponziana e 2 contro l’Hajduk”

Le vicende dell’Amatori erano seguite dai giornali dell’epoca in maniera alterna, e soprattutto erano influenzate dalle simpatie italiane o filo-slave. In quegli anni Il Piccolo, il principale quotidiano di Trieste, venne sospeso dal 1945 al 1947, a seguito dei suoi precedenti legami con il regime fascista. Così il più giornale più diffuso in città era il “Giornale Alleato”, pubblicato dal Governo Militare Alleato della Venezia Giulia.

 

 

Le gesta dell’Amatori erano particolarmente seguite dal Corriere di Trieste, testata indipendentista pubblicata dal 1945 al 1960, che sosteneva la costituzione del Territorio Libero di Trieste, da Il Lavoratore, organo del Partito Comunista della Regione Giulia e già quotidiano socialista ai primi del ‘900, ed infine dal Primorski dnevnik, giornale della minoranza slovena sorto durante la Resistenza ed ancora oggi esistente. Esisteva inoltre il settimanale Trieste sport, rimasto in vita pochi anni nel dopoguerra, che seguiva tutto lo sport con particolare attenzione per le attività delle squadre “di sinistra”.

 

 

Attraverso il racconto del succitato Valcareggi, riportato da Sadar, possiamo avere un’idea di come quella seconda stagione fu maggiormente programmata. Soprattutto si comprende da un testimone diretto il clima dentro il quale l’Amatori si era ritrovato: la società intanto si era organizzata, Belgrado collaborava, e gli avventurosi viaggi in treno erano sempre meno frequenti.

 

«Prendevamo spesso l’aereo dall’aeroporto di Lubiana, per proseguire verso Zagabria e oltre, con voli di linea o piccoli aerei noleggiati. Se invece si poteva andare per via ferroviaria, avevamo un vagone ferroviario riservato che ci aspettava a Lubiana, e rimaneva fermo nei luoghi di destinazione, in attesa del ritorno..»

 

La formazione che castigò l’Hajduk Spalato nel 1946/47.

 

 

«Alle volte, entrando in qualche locale a Trieste in quegli anni, mi additavano con disprezzo: “Guarda Valcareggi dell’Amatori Ponziana.” Sì, provavo amarezza, noi giocatori non abbiamo mai mischiato il calcio con la politica. Io non so una parola di slavo, ma giocavo. Nessuno di noi parlava lo slavo. Nelle città jugoslave ci hanno sempre accolto molto bene, ma non ci sono mai state manifestazioni di stampo politico, non ci hanno mai costretti a prendere una posizione ideologica. Una volta ci hanno ospitati nella residenza di Tito ad Avala, presso Belgrado. Vedemmo degli chalet con lettini improvvisati, ma entrati nella villa fummo colpiti dallo sfarzo esagerato. A Trieste abbiamo sofferto: il “Piccolo” ci disegnava come traditori e venduti al nemico. Invece eravamo una squadra mediocre che giocava al calcio, faceva gruppo e cercava di non prenderle dagli squadroni di oltre confine».

 

 

In quella stagione 1947-1948, in realtà l’Amatori non fu poi così mediocre, per lo meno nel girone di ritorno. Nelle prime due partite l’Amatori prima strappò un pareggio in trasferta alla neonata FK Sarajevo, poi ottenne la sua prima vittoria stagionale con un 1-0 sullo Spartak Subotica. Seguirono quindi tre sconfitte di fila intervallate da un’altra impresa ai danni dell’Hajduk Spalato, superato 2-1 a domicilio. Poi di nuovo due sconfitte, la goleada contro il Partizan per 5-0 e la sconfitta per 2-0 contro il Metalac, oggi OFK Belgrado. Proprio nella goleada subita contro il Partizan andò in scena l’unico episodio “politico” della storia dell’Amatori in Jugoslavia. 

 

All’85esimo, come riporta anche Sadar, venne concesso al Partizan un rigore dubbio. Il portiere Parola per protesta girò la schiena al capitano Zlatko Cjajkowski, incaricato della trasformazione dagli undici metri. In risposta alla provocazione, il belgradese apostrofò il numero uno “svinja fascisticka” (porco fascista), sputando poi addosso a Valcareggi. Da qui scaturì una rissa con l’espulsione dei due e la squalifica per due mesi.

Invece l’ultima partita del girone di andata segnò un’inversione di marcia decisiva per il proseguo della competizione, perché Valcareggi e compagni inanellarono tre vittorie di fila, rispettivamente contro Lokomotiv Zagabria, FK Sarajevo e Subotica. Infine l’incredibile vittoria per 1-0 al Comunale contro la Stella Rossa, con rete di Colombin a un quarto d’ora dal 90°, fu la ciliegina sulla torta di un campionato che l’Amatori chiuderà al settimo posto, salvandosi stavolta meritatamente sul campo.

 

 

 


Il ricongiungimento e il rientro nel campionato italiano


 

All’inizio della stagione 1948-1949, la terza dell’Amatori nella Prva Liga, fu la politica ad entrare prepotentemente in campo. Nel giugno del 1948, infatti, la Jugoslavia venne espulsa dal Cominform, l’organizzazione internazionale che riuniva i partiti comunisti europei dal 1947 al 1956. Questa espulsione sancì una nuova linea politica, la cosiddetta terza via di Tito, che portò il Paese ad affrancarsi dall’ingerenza sovietica. I rappresentanti jugoslavi potevano ora sedersi al tavolo delle diplomazia con i delegati del blocco occidentale e, con l’attenuarsi del sentimento anti-occidentale, veniva meno anche il simbolico ruolo dell’Amatori Ponziana.

 

 

In quella che sarà la sua ultima stagione nel campionato jugoslavo, l’Amatori conseguirà solo tre vittorie a fronte di dodici sconfitte e quattro pareggi. Da segnalare la vittoria per 2-0 contro lo Sloga Novi Sad, oggi Vojvodina, che successivamente un giovane Vujadin Boskov porterà alla vittoria del suo primo campionato jugoslavo nel 1966. Al termine dell’annata, i biancazzurri arriveranno ultimi con solo dieci punti conquistati, ma di nuovo riusciranno ad evitare la retrocessione, questa volta ricongiungendosi al Ponziana Calcio.

 

 

Tuttavia l’aver giocato in Jugoslavia era uno stigma morale che la FIGC decise di ribadire istituzionalmente infliggendo sei mesi di squalifica agli ex giocatori dell’Amatori. Il rientro non fu né facile né immediato e quel nazionalismo che l’Amatori, con il suo calcio “mediocre” ma unito, era uscito a superare, adesso presentava il conto sotto forma della più spietata retorica del tradimento alla patria.

 

L’Amatori Ponziana 1948/49.

 

 

Il ritorno nel campionato italiano fu vagliato attentamente e, attraverso, la figura di Giovanni Mauro, vice presiedente della FIGC, vennero interrogate le squadre Serie A, C e Promozione (quarta serie), ma nessuna delle squadre interpellate riteneva corretta la riammissione dell’Amatori. Anzi alcune società, come riportato dal Giornale di Trieste, si dissero addirittura offese da una tale possibilità in quanto rappresentava una mancanza di rispetto nei confronti di coloro che, invece, “compresero la necessità di difendere il tricolore d’Italia anche sul terreno sportivo”.

 

In quest’ottica di difesa nazionale, l’Amatori aveva tradito la patria il che li “condanna[va] moralmente a decadere da ogni diritto.” Nonostante questo l’avvocato Mauro tenne a precisare che nuove relazioni sarebbero state intessute con la Jugoslavia, e che l’esperienza dell’Amatori si doveva considerare solo come un episodio.

 

Con l’ipocrisia di questo stesso atto, che intreccia allo stesso tempo il vilipendio alla patria e con future collaborazioni (proprio con il “nemico”), finisce la storia di un incredibile sconfinamento dove a pagare sono stati solamente i giocatori, gli unici a non curarsi né della logica politica né della tematica identitaria. Gli Stivoli, Valcareggi, Parola, Colombin, Corbatto che vinsero dal “basso” della loro Serie C contro squadre che oggi giocano la Champions League, vennero giudicati dalla morale popolare e non per i loro meriti sportivi. Anche, e soprattutto, questa è identità. Come recitava un vecchio coro ponzianino “Finché sona la campana Vince il Ponziana”, e nessuna campana a morto potrà suonare su questa storia.

 

 


Si ringraziano: Bruno Gasperutti per i materiali forniti e il confronto continuo. Srdjan Hercigonja per i contatti con le squadre balcaniche e le traduzioni. Infine l’archivio della società Hajduk Splato per aver condiviso i suoi materiali sull’Amatori Ponziana. Nell’immagine di copertina, realizzata da Gianluca Palamidessi per Rivista Contrasti, il gol del 1-0 sugli spalatini.