Ad Amburgo l’assunto per cui il calcio è lo sport della gente emerge in tutta la sua portata sociale e culturale. Le tifoserie delle due compagini cittadine rappresentano infatti il valore aggiunto e l’elemento più identitario dei rispettivi club, seppur per motivi differenti: qui, nella seconda città più grande di Germania, in uno dei porti più sviluppati d’Europa, la fede calcistica e l’egemonia sono divise tra Hamburger SV e Sankt Pauli.

 

Il fulcro della città è Reeperbahn. Il famoso quartiere a luci rosse, altrimenti noto come Die sündigste meile, ovvero «il miglio più peccaminoso», è l’epicentro di Amburgo. Reeperbahn, tuttavia, non è soltanto la via principale del distretto di St. Pauli, bensì il luogo dove (quasi) tutto accade: concerti, lussuria, movida, scontri, feste, manifestazioni. Nata in origine come zona franca in cui i marinai appena sbarcati potevano “alleviare lo loro fatiche”, oggigiorno non ha perso lo spirito trasgressivo che la rende affascinante – e un po’ inquietante – allo stesso tempo.

Il carattere proletario, lo spirito punk-metal e il melting pot culturale che caratterizzano il quartiere hanno favorito lo sviluppo di un’identità particolare.

Oltre ai famigerati luoghi di perdizione sessuale, il quartiere offre infinite tipologie di divertimento. Una su tutte, la musica. È in locali come l’Indra, il Kaiserkeller e il Top Ten Club di St. Pauli che i Beatles mossero i primi passi della loro strepitosa carriera: le frequenti esibizioni in terra teutonica, agli inizi degli anni ’60, furono infatti il trampolino di lancio che li portò a contatto con Brian Epstein, futuro manager che poi spianò loro la strada verso il successo mondiale.

 

Altra indiscussa pietra miliare del luogo, e veniamo a noi, è l’FC Sankt Pauli, fondato nel 1910 nell’omonimo quartiere portuale. Qui, nel primo porto tedesco e ad oggi nel terzo europeo, si può comprendere di più anche della squadra: tra commerci e scambi di ogni genere, lo sbocco sul mare è stato l’humus ideale per un “sincretismo” unico in Germania. Il carattere proletario, lo spirito punk-metal e il melting pot culturale che caratterizzano il quartiere hanno indubbiamente favorito lo sviluppo di un’identità particolare, e anche l’attitudine ribelle di molti abitanti della zona.

 

Il settore ospiti del St. Pauli nella sentita trasferta di Dresda contro la Dynamo (Foto di Thomas Eisenhuth/Bongarts/Getty Images)

 

In tale contesto, la squadra di calcio è stata decisiva nel portare questa eterogenea comunità a identificarsi sotto un’unica bandiera: la celebre Jolly Roger, classico vessillo piratesco che raffigura un teschio con le tibie incrociate su sfondo nero.

 La prima volta comparve al Millertorn-Stadion nel 1987, portata da un giovane punk soprannominato Doc Mabuse: il significato ideale del vessillo era chiaro, il riscatto dei più deboli contro i ricchi, la vittoria della libertà contro l’oppressione, la resistenza contro i soprusi e la lotta contro le ingiustizie.

 

Ma che cosa significa essere fan del Sankt Pauli? Il Sankt Pauli è uno stile di vita, più che una squadra di calcio. Non si tifa per la vittoria, piuttosto per degli ideali, per la giustizia sociale e per una visione politica e del mondo – quella che i tedeschi un po’ filosofeggianti definirebbero weltanscahuung – che va oltre qualsiasi risultato sportivo.

Significa, in definitiva, conservare lo spirito genuino e popolare di uno sport sempre più schiavo del vile denaro.

Essere del Sankt Pauli significa avere avuto il primo presidente dichiaratamente omosessuale del calcio tedesco – Cornelius Littmann – e riempire lo stadio di bandiere arcobaleno in suo onore; rinunciare ai soldi piuttosto che vendere il nome dello stadio a uno sponsor; promuovere una campagna di fund raising in seguito a una grave crisi finanziaria e contare su pub, locali ed esercizi commerciali del quartiere che aumentano di 50 cent i prezzi per destinare il ricavato al club; avere lo sponsor ufficiale – Astra – che dona alla società 1€ per ogni cassa di birra venduta.

 

E ancora significa costruire un asilo tra la curva e la tribuna per garantire ai bambini un luogo ricreativo adatto; avere un capitano che indossa la fascia con la stampa del Jolly Roger; boicottare l’iniziativa commerciale volta a promuovere spettacoli di lap dance nei salotti della tribuna centrale durante le partite; ripudiare ogni forma di speculazione; avere in tribuna il pubblico più eterogeneo che si possa trovare in uno stadio di calcio. Significa, in definitiva, conservare lo spirito genuino e popolare di uno sport sempre più schiavo del vile denaro.

 

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L’immancabile Jolly Roger durante le partite del St. Pauli (Foto di Stuart Franklin/Bongarts/Getty Images)

 

La decisa svolta a sinistra del St. Pauli iniziò negli anni ’80, periodo in cui in Germania gruppi di tifosi più orientati a “destra” cominciarono a popolare le tribune degli stadi, Volksparkstadion – casa dell’antagonista HSV – compreso. Da qui nacquero una serie di dimostrazioni anti-razziste, anti-fasciste, anti-omofobe, anti-sessiste e anti-discriminatorie in generale.

 

Le dichiarate simpatie verso la sinistra, ma soprattutto l’odio verso l’estrema destra, portarono a una radicalizzazione ideologica del variegato bacino d’utenza del Sankt Pauli.
 Così il club passò da realtà calcistica di basso livello a fenomeno di culto riconosciuto in tutto il mondo per la sua filosofia anticonformista, chiaramente espressa nel motto della squadra: Non established since 1910. Come affermò l’attuale presidente Oke Göttlich in un’intervista di qualche anno fa:

«Non abbiamo certo da mostrarvi l’argenteria, ma abbiamo qualcosa di molto meglio: abbiamo una storia da raccontare. L’affascinante storia di come un club imperniato sul senso comunitario sia diventato uno dei più famosi d’Europa senza soldi e senza trofei».

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Qui in occasione del derby con l’Amburgo del 10 Marzo 2019 (Foto di Reinaldo Coddou H./Bongarts/Getty Images)

 

Dall’altro lato della barricata c’è invece l’HSV, acronimo di Hamburger Sport-Verein, che viene ufficialmente fondato il 2 giugno 1919 dalla fusione di SC Germania (1887), Hamburger FC (1888) e FC Falke (1906); della prima ha poi ereditato la data di fondazione, adottandone anche i colori sociali: bianco, blu e nero. Si tratta di una delle squadre più antiche del calcio tedesco, motivo per cui viene chiamata “Der Dino” – Il Dinosauro -, e che sin dai primi anni si è imposta nei campionati regionali in cui era suddiviso il Fußball prima della creazione della Bundesliga.

 

Se si esclude la parentesi negativa del 1947, in cui gli acerrimi rivali cittadini riuscirono per la prima volta a imporsi e vincere il titolo, il club è sempre stato una spanna sopra al Sankt Pauli e ha raggiunto eccellenti risultati sportivi nel corso della sua storia. Tra questi, impossibile non citare la Coppa dei Campioni vinta contro la Juventus nel 1983 ad Atene, con gol di Felix Magath.
 Ma soprattutto, l’HSV per decenni è stata l’unica squadra tedesca ad aver partecipato a tutte le edizioni della Bundesliga sin dal primo anno – 1963 -, di cui fu uno dei club fondatori.

 

Purtroppo questo primato si è concluso il 12 Maggio 2018; quel giorno si disputava l’ultima giornata della stagione e gli anseatici affrontavano in casa il Borussia Mönchengladbach. Il destino, però, non era esclusivamente nelle loro mani: L’HSV vinse infatti una partita soffertissima per 2 reti a 1, ma ciò non fu sufficiente in virtù della contemporanea vittoria del Wolfsburg in casa col Colonia, che condannò quindi l’Amburgo alla retrocessione.

 

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Il 12 Maggio 2018, ad Amburgo, l’orologio si blocca (Foto di Alex Grimm/Bongarts/Getty Images)

 

La tragedia sportiva dell’Amburgo era però nell’aria da tempo. Dopo la sconfitta in semifinale di Europa League contro gli inglesi del Fulham nel 2010 – partita che, in caso di vittoria, avrebbe permesso all’HSV di giocare la finale nel proprio stadio – iniziò una parabola discendente irrefrenabile, in cui ben 17 allenatori si successero sulla panchina in meno di un decennio. Nel 2012 la retrocessione fu evitata per il rotto della cuffia e nella stagione 2013/2014, in virtù della regola dei gol in trasferta, l’HSV guadagnò la salvezza dopo due pareggi nei play-off contro il Greuther Fürth.

 

L’anno successivo la storia fu ancora più da cardiopalma: l’andata dei play-off contro il Karlsruhe SC si concluse 1 a 1 al Volksparkstadion. Il ritorno in Baden-Württemberg vide i padroni di casa passare in vantaggio a dodici minuti dalla fine; al 91º arrivò l’insperato pareggio di Marcelo Diaz, che portò il match ai supplementari. La pratica fu infine chiusa al 115º da Nicolai Müller che mandò letteralmente in visibilio il popolo dell’HSV, stremato dalla tensione.

 

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L’unica certezza dell’Amburgo in questi ultimi anni: i suoi tifosi (Photo by Ronny Hartmann/Bongarts/Getty Images)

 

Come se non bastasse il periodo negativo a livello di risultati, nel 2015 il club si coprì di ridicolo per colpa di Peter Knäbel, all’epoca direttore sportivo degli anseatici, il quale smarrì il suo zaino pieno di documenti riservati tra cui un elenco degli stipendi dei giocatori, accordi confidenziali tra il club e il nuovo acquisto Emir Spahic, rapporti di scouting e una lista di possibili bonus per la squadra. Lo zaino fu rinvenuto qualche giorno dopo nel Jenisch Park di Amburgo, ma la frittata ormai era fatta.

 

Infine arrivò la struggente retrocessione. Dopo 54 anni, 261 giorni, 36 minuti e 5 secondi l’orologio posizionato nell’angolo nordoccidentale dello stadio smise di conteggiare l’ininterrotta permanenza in Bundes dell’HSV. Quell’orologio che, ormai, era diventato anche per i tifosi parte integrante della propria identità: serviva a ricordare la grandezza del club, considerati i troppi anni in cui non veniva più aggiunto un titolo alla bacheca.

 

Quando ormai l’esito della giornata non lasciava più spazio a interpretazioni, alcuni ultras decisero di interrompere la partita lanciando decine di fumogeni neri in campo. Ci volle l’intervento della polizia per placare gli animi, e impedire che la rabbia degenerasse in violenza incontrollabile. La partita riprese dopo qualche minuto ma il verdetto, ormai, era scritto: l’HSV era retrocesso ufficialmente in Zweite Bundesliga, per la prima volta nella sua storia.

 

Fumogeni neri per il lutto sportivo (Foto di Lars Baron/Bongarts/Getty Images)

 

Nonostante il periodo buio della squadra la tifoseria non ha mai fatto un passo indietro. Negli anni di sconfitte e sofferenze lo stadio ha continuato ad essere pieno, caldo, e nelle partite in trasferta il settore ospiti sempre esaurito. Le tribune non si sono svuotate nemmeno nella prima stagione nella serie cadetta e gli amanti dell’HSV si sono fatti trovare al proprio posto, immancabili, in un legame viscerale ed eterno.

 

Emblema dell’attaccamento l’iniziativa promossa dai tifosi e assecondata dal club nel 2008: dopo insistenti richieste, l’HSV ha ottenuto il permesso di occupare uno spazio del cimitero nei pressi dello stadio. Oltre 500 tombe sono state messe a disposizione per i fedelissimi, per chi, sostanzialmente, non era disposto ad allontanarsi dalla seconda casa nemmeno passato a miglior vita.

 

Tornando invece alla rivalità tra le due tifoserie, il contendere non è prettamente politico in quanto la tifoseria dell’HSV non può essere catalogata come “di destra”. Si tratta piuttosto di uno scontro di visioni sul mondo e in particolar modo sul calcio: se da una parte troviamo un club abituato a vincere e amministrato secondo i canoni del calcio moderno, con una ricca società, dall’altra c’è invece un netto rifiuto del sistema capitalistico. Tutto ciò che riguarda business e finanza viene qui apprezzato, tanto per capirci, quanto un astemio in un pub amburghese.

 

Più chiaro di così. Un tifoso bianconero prima del match in 2. Bundesliga tra FC St. Pauli e 1. FC Kaiserslautern al Millerntor stadium (Foto di Joern Pollex/Bongarts/Getty Images)

 

Come accade in diverse altre città, poi, l’antagonismo è anche un fatto territoriale. Ancora una volta il perno di tutto è proprio Reeperbahn, che rappresenta una sorta di spartiacque tra le due tifoserie: a nord è territorio dei Bucanieri, a sud la zona dei Dinosauri.

 

Questo labile confine è spesso difficile da gestire come emerse chiaramente nel 2018, quando un gruppo di circa 100 Ultras dell’HSV fece irruzione ad un concerto in cui stavano per suonare due band legate al St. Pauli, colpevoli di trovarsi in un pub della zona sud di Reeperbahn, convenzionalmente legata all’Hamburger.

 

Per tutta risposta, una ventina di ultras del St. Pauli attaccò di sorpresa alcuni membri della Nordtribüne impegnati nella preparazione della coreografia per il derby. Bilancio: 2 feriti e coreografia danneggiata. La reazione a questo oltraggio, quindi, non si fece attendere: nei giorni precedenti al match furono “impiccati” svariati manichini marroni, bianchi e rossi – colori del St. Pauli – ai ponti della città. Un macabro avvertimento, non difficile da interpretare.

 

Qui da un derby del Settembre ’96: tra i tifosi dell’Amburgo spunta anche una bandiera confederata (Photo by Bongarts/Getty Images)

 

Eppure, al di là dell’acrimonia, le due tifoserie hanno anche alcuni tratti in comune: l’attitudine immortale e l’incondizionato amore verso il proprio club. E quando si affrontano, anche se entrambe le squadre militano nella divisione cadetta come quest’oggi, la città si ferma.

 

La mentalità aperta, il crogiolo culturale e l’attitudine ribelle rendono Amburgo uno dei centri più vivaci dell’intera Germania, ed è in questo contesto che HSV e Sankt Pauli danno vita a uno dei derby più interessanti e trasgressivi d’Europa. Oggi ancora una volta, la novantaquattresima dal 1924, le due compagini amburghesi si affronteranno per il predominio in città: l’Amburgo è secondo in classifica mentre il St Pauli dodicesimo sebbene all’andata, lo scorso settembre e in casa di questi ultimi, l’HSV abbia incassato due reti senza segnarne.

 

Come abbiamo visto, però, qui si va oltre le mere questioni calcistiche. Le tifoserie sono pronte a dare spettacolo per la supremazia sugli spalti e nelle vie metropolitane, in una sfida che continua ad alimentarsi negli anni. Da parte nostra possiamo metterci comodi e goderci il fascino indomito del derby di Amburgo con un’unica certezza: lo spettacolo, anche fuori dal campo, è garantito.

 


In copertina scene dal derby del 16 Settembre 2019 in 2. Fußball-Bundesliga (Foto Martin Rose/Bongarts/Getty Images)