Il contratto triennale firmato da Carlo Ancelotti con il Napoli (e diventato ufficiale ieri) è un evento storico per il nostro calcio e come tale apre l’indagine calcistica in due direzioni differenti, ma connesse tra di loro: da un lato ci dice la parola fine sul rapporto tra Sarri e i partenopei, dall’altro annuncia l’orizzonte di una battaglia memorabile, quella che De Laurentiis ha fatto partire, il male dei tempi, dal proprio profilo ufficiale twitter, prima con il congedo a Maurizio Sarri e poi con la foto già cult insieme a Carletto. Battaglia con chi? Con la Juventus, in primis. Col calcio internazionale, poi.


Con un messaggio conciso e chiaro, in pieno stile cinguettante, Aurelio De Laurentiis, patron del Napoli, ringrazia il condottiero di un’intera città, maestro silenzioso (meno negli ultimi mesi…) e preparato, sopraffino conoscitore di calcio, dal gusto estetico eccessivamente alto, più geloso delle proprie idee e del proprio credo che egocentrico. La verità è che Sarri ha raccolto troppo poco rispetto a quanto ha seminato.

 

Il messaggio è elegante, ma cela nella sua stessa formulazione una critica che da tempo, così si dice, De Laurentiis muoveva al tecnico toscano, quella cioè di non far conciliare l’etico all’estetico (perché al bel gioco, Allegri dixit, deve necessariamente unirsi una buona dose di sano cinismo, di rottura formale, di individualità geniale, in vista di uno scopo più alto, quello della Vittoria).

I pistoleri del Napoli, Carlo Ancelotti e Aurelio De Laurentiis

Inutile è, a nostro avviso, andare alla ricerca di uno specifico tema sul quale presidente e allenatore non riuscivano a trovarsi, la chiacchiera e l’equivoco partiranno in ogni dove fuori dal circuito di Contrasti, ma noi, almeno per ora, preferiamo risparmiarci ogni sorta di analisi infondata.

 

Senza dubbio il minuto minutaggio concesso a Milik nell’ultimo periodo stagionale quando al Napoli, magari in alcune circostanze particolari (vedasi Sassuolo), serviva dannatamente una soluzione altra, non deve aver fatto piacere al DeLa, che per il polacco ha speso tanti soldi e accumulato tanta pazienza a causa del doppio infortunio in poco più di un anno.

Un duello che ha fatto la storia (Getty Images)

Nel frattempo, non rimane che salutare il mister che ha dato al Napoli, più di Benitez e Mazzarri, quella dimensione non solo internazionale da molti riconosciuta (vedi Pep, uno a caso) e testimoniata, ma innanzitutto ben strutturata, solida, che altre squadre (ad esempio le milanesi) si sognano.

 

Il Napoli, con Sarri, è diventata una realtà così massiccia del nostro calcio da far tremare anche la macchina Juventus, uscita vincente a due sole giornate dal termine, con l’acqua alla gola e lo sguardo risentito di chi si è visto, anche solo per pochi giorni, portar via lo scettro di Signora d’Italia. E questo è un merito che in sette anni di dominio bianconero il solo Napoli di Maurizio Sarri è riuscito a guadagnarsi.


Ora Ancelotti, che esce però da una sfida persa in partenza, quella col Bayern Monaco. E che, soprattutto, prende in custodia una situazione tutt’altro che migliorabile. Il Napoli, pur non avendo vinto sotto la guida di Sarri, è ormai da tre anni stabilmente tra le prime tre d’Italia. Il “problema” di Ancelotti è, insomma, che il sarrismo, a differenza del cholismo, non si riferisce alla persona in sé ma al come (il gioco) di quella persona. Superare Sarri è difficile se non altro perché è stato Sarri stesso l’artefice principale di questo Napoli. E ora, questo Napoli, è nelle mani di tutt’altro artista.

Ancelotti e la sua casa, la Champions League (Getty Images)

Carletto torna nel nostro calcio, quello che lo ha amato come giocatore (nella Roma) e ammirato come tecnico (al Milan). Non ci sentiamo ancora in grado di formulare alcun giudizio di valore tecnico sulla relazione Napoli-Ancelotti, e d’altronde non avrebbe molta importanza. Il senso della scelta delaurentiana è certamente cinematrografico (crea κίνησις, cinesimovimento). Di Ancelotti, d’altronde, non ricordiamo di certo grandi intuizioni tattiche.

 

Il modulo (l’arcinoto Albero di Natale) o “il gioco” (fondato, per così dire, su una preparazione atletica a diesel) ottengono notorietà grazie alle straordinarie vittorie che di Ancelotti si ricordano, con quel modulo e quel gioco. Una figura come quella di Ancelotti si avvicina terribilmente a quella di Max Allegri; non è un caso che De Laurentiis lo abbia scelto per il dopo-Sarri. Una rivoluzione interna alla rivoluzione.

La crescita del Napoli e la sua affermazione a livello nazionale ed internazionale è arrivata con Maurizio Sarri, ma è passata per il periodo Benitez e il quasi-conseguente arrivo di Gonzalo Higuain, qui appena sbarcato a Fiumicino nel 2013 (ANSA/TELENEWS)

L’inferenza che viene spontanea è la seguente; se Ancelotti ha accettato il Napoli (3 ml all’anno), il Napoli vuole fare sul serio. Non che il Napoli vuole fare sul serio e quindi prende Ancelotti, ma al contrario. Ancelotti accetta il Napoli perché il Napoli vuole fare sul serio.

 

Ancelotti porta con sé il proprio ― pesantissimo ― nome (sarebbe interessante stabilire un parallelo con le antiche storie di Napoli di Benitez e Higuain), ma soprattutto l’esigenza di un mercato in pompa magna, fatto di grandi nomi (Di Marzio non vedeva l’ora…) e di un immenso sogno, chiamato Scudetto. Forse adesso si può.


Foto di copertina Francesco Pecoraro/Getty Images