Calcio
22 Marzo 2024

Andrea Cambiaso: riempire di senso il tempo

A proposito di un'intervista poco pubblicizzata perché estremamente profonda.

Sfogliare un quotidiano non vale più la pena. Ci siamo convinti che sia (soltanto) un mezzo di approfondimento e non più d’informazione. Internet ha vinto, noi siamo i vinti, e questo discorso si radicalizza se lo decliniamo nell’accento sportivo della carta stampata. I quotidiani sportivi sono in caduta libera, e così la sua narrazione. Con essa, le speranze di tantissimi giovani che vogliono rimanere vicini allo sport che amano. Contestualmente, il calcio perde pezzi di umanità. Sempre più spesso sentiamo i calciatori distanti da noi, li reputiamo bugiardi e spesso perfino dei vigliacchi. La sfibratura umana dei calciatori è un assedio continuo per chi tenta di ricamarci su un’occupazione, un lavoro, o più semplicemente una passione da coltivare fin quando possibile.

Avevamo affrontato il tema della distanza sportivi-tifosi/giornalisti in questo podcast con Bruno Pizzul

(In)solitamente, discorsi del genere tornano in auge quando succede l’opposto. Ovverosia, fra le pagine di un quotidiano sportivo troviamo significati che ci colpiscono, personaggi che fanno breccia nei nostri cuori. È il caso della Gazzetta dello Sport del 7 marzo 2024: a pagina 20, troviamo un’intervista di Walter Veltroni ad Andrea Cambiaso. Fiori marzolini, la Gazzetta dello Sport ci consegna (finalmente) una lettura di calcio interessante. Probabilmente è perché in questa intervista di calcio si parla molto poco.

La pagina si presenta con una gigantografia di Cambiaso e al centro una frase netta: VOGLIO LA LAUREA. Virgolettato sottostante: L’UNIVERSITA’ PER VINCERE LA NOIA / ALLA JUVE PERDERE È UNA TRAGEDIA.

Non è la prima volta che viene utilizzata l’università come tentativo di squarciare lo stereotipo del calciatore. Un esempio illustre è lo studio parallelo di Giorgio Chiellini, laureatosi nel 2018. Ovviamente, non è un argomento del genere ad avvicinarci a un calciatore: l’ossessione per la laurea è un problema diffuso qui da noi, ma non in queste parole. Né tantomeno nei confronti di un calciatore.

Insomma, nonostante un’impaginazione banale, l’intervista di Andrea Cambiaso si lascia mordere. E per fortuna: le parole di Andrea Cambiaso ci fanno respirare. Finalmente un calciatore si toglie il costume banale e sistematico delle solite interviste, si allontana dal tema del calcio e ci regala spunti d’interesse notevoli.



Gli argomenti toccati dallo juventino sono molteplici: l’utilizzo regolato dei social, la noia di essere un calciatore, l’università appunto, il modo di comunicare dei calciatori, gli idoli, l’affetto per i nonni. Con qualche dettaglio sulla sua carriera, e l’ambiente Juventus ovviamente. Ma l’epicentro tematico è extra-sportivo, grazie a Dio. La Gazzetta dello Sport, per quanto capace di catturare il buon Cambiaso, finisce per dimostrarsi manifesto stantio di una comunicazione pressapochista che ha stufato tutti, figlia di alcuni tic dentro il giornalismo che snelliscono significati promettenti.

Dicevamo del titolo di pagina: L’UNIVERSITA’ PER VINCERE LA NOIA. Un titolo ingannevole, perché incompleto e quasi malizioso.

Cambiaso racconta di un problema serio per tanti calciatori: «Abbiamo molto tempo libero, forse persino troppo. Se non stai attento, la noia è come un gorgo: ti risucchia. Io cerco di uscire, ascoltare musica, guardare film. Leggere qualche libro. Ma è anche per evitare quel vuoto che sto pensando di iscrivermi all’università, farei felice i miei e riempirei di senso il tempo».

Cambiaso non è il primo e non sarà l’ultimo calciatore che investe nel proprio futuro, specialmente quello dopo il calcio. Ma l’esterno della Juventus esprime un concetto che va ben oltre la formazione professionale: occupare il proprio tempo libero per studiare, per arricchire l’oggi e illuminare il domani. Studiare è un privilegio, sovente spacciato per dovere irrevocabile. Cambiaso non vuole riempire il tempo con lo studio, ma riempire di senso il tempo con lo studio.



Le parole sono importanti. La ricerca è di senso, non di un’attività qualsiasi per scacciare via la noia. Cambiaso non vede lo studio come un’attività qualsiasi, bensì come valorizzatrice di tempo per la persona. Perché lo studio avvia verso la conoscenza, la libertà di conoscere il proprio mondo e quello degli altri. Per questo l’impaginazione della Gazzetta si compie in modo ingannevole: l’università non è un parcheggio per svagarsi e «vincere la noia», né Cambiaso ha esposto il desiderio irrinunciabile di avere quel miserabile pezzo di carta detto anche laurea.

L’università permette di qualificare il proprio tempo, di renderlo pregno di significato, di valorizzare la propria persona, e dunque confinare la noia in altri aspetti. Di stimolare la curiosità e la propria sensibilità. Perché ridursi a così poco? Utilizzare la laurea come metonimia del percorso universitario è a dir poco angosciante.

Chiunque abbia impaginato l’intervista sulla Gazzetta ha compiuto una riduzione di complessità nei confronti delle parole di Cambiaso, riducendo pericolosamente il significato dello studio predisposto dallo stesso calciatore e imboccando un messaggio deprimente. Tuttavia, le parole sciolte del difensore italiano sono di assoluto valore, e un messaggio del genere emanato da un calciatore della Juventus è decisamente più prolifico di un goal all’Hellas Verona all’ultimo minuto. Probabilmente meno emozionante, ma egualmente significativo.

«…per vincere la noia».

Frazione subalterna al discorso principale di Cambiaso, la noia viene enunciata come forte pericolo per tutti i calciatori. Noia, alienazione, dunque solitudine. Temi delicati, dalla maneggevolezza complicata. Cambiaso non straparla, non vuole definire qualcosa che non conosce in prima persona. Sa, presumibilmente, delle esperienze negative di Neymar e Davies. Conosce i rischi di una vita interamente relegata alla sua professione, con la difficoltà nel distinguere gli amici e gli attori col sorriso. Non vive il problema della noia, ma sa che deve evitarlo. Se non è saggezza, è testa sulle spalle. Che inevitabilmente attira su di sé simpatia e stima.

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Difficile disquisire su questo argomento senza toccare e mescolare attimi personali. Tutti noi abbiamo un rapporto con la noia differente, più o meno conflittuale, senz’altro resistente. La noia può portare alla tristezza ma anche alla follia; la noia può creare voracità, o desiderio di stimoli alternativi. Spesso invidiamo una vita da calciatore, addobbata con le migliori creme e le esperienze più saporite. Invidiamo la maglietta che indossano, o semplicemente la luce della notte fissa su di loro.

Cambiaso riesce a rimanere saldo, saldissimo nei suoi ragionamenti, nonostante sia nel momento più illustre della sua carriera. Probabilmente allertato da ciò che è successo al suo compagno di squadra Fagioli. Quello che compie Cambiaso è un discorso propositivo, non banale e fortunatamente assente di paraculismo retorico. Che lui stesso denuncia, in altre istanze, nel corso dell’intervista:

«Cerco spesso di esternare i miei pensieri, le mie emozioni. Lo faccio in modo sincero e diretto. Ma sono cosciente che in Italia il calcio sia una malattia, e ogni volta che si apre bocca si rischia di scontentare o di ferire qualcuno. Per questo il regno dei luoghi comuni è il più tranquillo: “Speriamo di far bene”, “Il mister mi dice dove giocare”, “Gli avversari sono temibili”. Se stai in quel recinto, non hai problemi. E io stesso, talvolta, non sfuggo a questa comodità».

Ma non vi siete emozionati anche voi a leggere questo passaggio? Non siete sollevati anche voi di non essere gli unici esausti di quelle parole vuote, infime e ripetitive imposte dal sistema calcio? Non sapremo mai se Andrea Cambiaso abbia improvvisamente deciso di denunciare l’insignificanza raggiunta dal calcio, ma tutto quello che possiamo dirgli è «grazie».

Per il buon senso: ogni volta che si apre bocca si rischia di scontentare o di ferire qualcuno. Niente di più vero, niente di più desolante. Per timore di, non parliamo più. Spesso nemmeno pensiamo più per evitare problemi. Et così, il mondo mal va. In secundis, diciamo «grazie» ad Andrea Cambiaso perché ha dimostrato quanto (ci) farebbe bene riprendere un (buon) rapporto con i calciatori. Anche per poco, anche per poche cose.



Personalmente, sarebbe anche interessante ritrovare qualche nota agra nelle parole dei calciatori. Magari nelle rivalità più sentite. Senza scadere nel trash talking dell’NBA, divenuto insignificante per quanto esasperato. Fa bene all’anima vedere più spesso schermaglie à la Ibrahimovic-Lukaku, per intenderci.

In ogni caso, più continuate a leggere l’intervista completa, più vi chiedete perché porre come epicentro tematico l’università e la laurea. C’è anche spazio per un commento ridotto a quello che succede in Ucraina e a Gaza, con Cambiaso che riconosce come la guerra sia «quella macchina che quando comincia a funzionare, tutti gli umani sembrano impotenti».



Non è poco. È anche vero che nei tempi in cui schierarsi pubblicamente a favore della Palestina comporta il licenziamento, tutto sembra correre all’indietro. Tuttavia, quello che esprime Cambiaso può essere un buon punto d’inizio. Anche per i più piccoli tifosi della Juventus, che possano trovare nelle parole del proprio terzino dei semi di riflessione. E Cambiaso conosce anche questo aspetto del suo ruolo:

«Io mi sono imposto il divieto di usare Instagram sul cellulare: crea troppa dipendenza. Servono dosi contenute. L’ho tenuto soltanto sul computer perché mi sono reso conto che per tanti bambini la mia presenza è importante, e posso dire o fare qualcosa di utile. I social possono produrre molti rischi se usati troppo o male. È una giungla affascinante, ma senza controllo».

Cos’altro possiamo aggiungere? Forse si può sorridere se pensiamo che dalla parte opposta troviamo Rafael Leao premiato dai Globe Soccer Awards per i suoi «contenuti digitali». Perfino Beckham si rivolterebbe nel suo aldilà di Miami.

L’intervista si conclude con il ricordo del nonno, scomparso prima di vedere il proprio nipote vestire la maglia della Juventus. «Lui si entusiasmava anche solo a vedermi in Serie D. Oggi il principale rimpianto che ho è quello di non poter dire ai miei nonni che gioco nella Juventus e nella Nazionale». Cresciuto a pane e Diego Milito, Andrea Cambiaso oggi vive il suo sogno e quello di suo nonno. Inconsapevole, forse, di aver dato una piccola sterzata al modo in cui possiamo immaginare la comunicazione dei calciatori.

A Gazzetta dello Sport chiusa, sono rimasto dentro il bar ancora un po’. In cinque minuti scarsi di lettura, le parole di Cambiaso hanno coinvolto una parte di me. Mi sono detto che un giorno ripenseremo il calcio, riconducendolo al nostro possesso, restituendogli quelle caratteristiche umane che lo hanno reso significativo. Altrimenti finiremo per ripensare soltanto ai tempi più felici, come abbiamo fatto fino ad oggi. Accontentandoci di piccole illusioni, lasciandolo calpestare dal corso del tempo, lasciandolo sciogliere da chi non lo ha mai posseduto. Finendo per rimpiangere un’intervista così semplice come quella di Cambiaso, che oggi quasi ci appare rivoluzionaria.

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