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30 Ottobre

L’Antinferno della Serie A

Il Benevento non esiste, la SPAL però ci crede. Chi sono dunque le ignave del campionato?

Se la passata stagione di Serie A ci aveva riservato il triste spettacolo di una “salvezza” già decisa – in negativo – dopo neanche due mesi di “calcio giocato”, l’oggi del pallone nostrano ci racconta uno scenario, se possibile, ancor più nefasto. Un aspetto positivo, rispetto allo scorso anno, è però da mettere in luce: lì davanti (prime 5 di campionato) la lotta è accesissima e se il Milan riuscirà, come in parte ci auguriamo, a rientrare nella vera élite del calcio italiano, ne vedremo delle belle. L’avvio di stagione dei rossoneri, in ogni caso, ci ha lasciato ben poco.

 

Il Napoli di Maurizio Sarri, con un calcio (brillante e) rodato, senza aver cambiato nulla rispetto agli undici titolari dello scorso anno, si sta imponendo come una delle realtà più interessanti nel (povero) panorama del nostro calcio. Un gioco spettacolare, un’idea portata avanti in un ciclo relativamente breve (questo è il terzo anno di Sarri al Napoli), con semplicità, diligenza e voglia di vincere; queste, grosso modo, le armi di cui dispongono i partenopei – ivi compresa quella del misticismo popolare napoletano che permette ai propri giocatori di coltivare con coraggio il proprio sogno. E se l’anno scorso i “campionati” interni al campionato (vero e proprio) erano (al massimo) tre – scudetto Juventus, qualificazione in Champions tra Napoli e Roma e salvezza con la sorpresa Crotone –, la situazione, quest’anno, ha tirato la molla verso un estremo, creando un anti-competizione tra la sesta/settima posizione e la ventesima.

Giampaolo e la sua Sampdoria sono l'unica eccellente sorpresa del campionato
Giampaolo e la sua Sampdoria sono l’unica vera sorpresa del nostro campionato

Un celebre detto formula che la verità, piuttosto che schierarsi tra i due estremi, si trova al centro. Abbiamo dunque ragionato sul perché di un campionato che crescendo lì davanti (in qualità, in fatturato economico) si sta letteralmente squagliando lì dietro. E’ troppo facile (sarebbe troppo scontato) prendere l’esempio del Benevento; 11 partite, 0 punti. Ma ci andremmo a scontrare con l’esteriorità del problema, e non col suo nocciolo. Questo nocciolo, duro, fastidioso, intollerabile, si trova al centro. Non ce ne vogliano i buonisti: noi odiamo il Chievo, odiamo il Sassuolo, odiamo il Genoa e l’Udinese. Non possiamo più tollerare il Torino (tolto il Gallo, non si canta). E voi lo capite bene, cari lettori; non possiamo odiare il Benevento, non possiamo odiare l’Hellas, né il Crotone, né tantomeno la povera Spal (che con orgoglio e idee ci sta provando). Verso di loro proviamo un sentimento diverso dall’odio, più caritatevole, diremmo cristiano. E’ arrivato il serissimo momento di parlare delle protagoniste del limbo, non ne possiamo più; verso di loro ci si scatena un senso di crociata (sempre per rimanere sulla metafora cristiana), di guerra santa.

 

Perché Dante Alighieri colloca gli ignavi nell’Antinferno? Perché non concede loro nemmeno quel briciolo di dignità che riserva ai poveretti dell’Inferno? L’Inferno puzza, si ciba di malvagità, è disperazione e tormento, ma è qualcosa. L’Antinferno non merita nemmeno il tenore del giudizio estremo, del giudizio definitivo e drammatico; l’Antinferno è il luogo dell’Oltretomba che precede l’entrata nell’Inferno vero e proprio. Noi collochiamo ciò che si trova al centro della Serie A nell’Antinferno, nel limbo pre-morte (che almeno è morte!); sono quelle squadre che non tentano, che non provano, che non se la sentono di prendere una scelta, anche perché “l’obiettivo è la salvezza, poi si vedrà”. La loro condizione è servile, né eccessivamente umile né spavalda; è una sorta di modestia malcelata a caratterizzarle. Se il discorso sulle “limbiche” Genoa, Sassuolo, Udinese e Chievo (ma siamo generosi a citarne solo quattro), se il discorso su queste squadre vuole assumere un tono di serietà, e non di sterile polemica, dobbiamo andare a vedere perché, e da quando, questo limbo è diventata una loro condizione, una loro caratteristica d’essere, che le denota. «Non pensare, ma osserva! 1».

L'involuzione di Berardi simbolo dell'involuzione del Sassuolo
L’involuzione di Berardi come toto-simbolo dell’involuzione del Sassuolo

 

« E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza infamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
delli angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 2»

 

Non ragioniam di lor”, diceva Dante. Probabilmente aveva ragione, ma la sua era pur sempre una Commedia. La nostra, invece, è triste realtà; una realtà che senza mostrarsi palese a tutti, sta rovinando il nostro calcio. D’altronde, finché lo chiamiamo campionato, dobbiamo ragionare del campionato, e non di un campionato dentro il campionato. L’insieme conta sia da un punto di vista sia dello spettacolo sia della generale economia (intesa dal greco οἰκονομία, comp. di οἶκος e νομία, «amministrazione della casa»). La facciata, quella del mero spettacolo, può interessarci fino a un certo punto (in fondo, tolta la macchia fantacalcio, a noi tifosi interessa quasi esclusivamente del nostro orto, della nostra squadra, come è giusto che sia); ma dal nostro orto, dal nostro orticello di tifosi, ne va anche dell’intero campionato. Stiamo forse parlando per astratto, ma il concetto è molto semplice. Prendiamo l’esempio della scorsa stagione.

 

Il miracolo del Crotone necessitava di un’ultima vittoria (in casa contro una Lazio ormai scevra di motivazioni) e di un risultato positivo dal Barbera di Palermo. L’allarme biscottone tra Palermo ed Empoli era dietro l’angolo, anche perché “la quota” (in denaro) che i rosanero avrebbero percepito andando a finire nella serie cadetta preannunciava un facile pic-nic dei toscani in terra siciliana. Su questa “quota” torneremo a breve. Finiamo prima col concetto di economia. Ebbene, se il Palermo non avesse giocato la sua onesta partita (ormai ai titoli di coda, peraltro), l’Empoli con una vittoria avrebbe garantito a se stessa la permanenza in Serie A, con qualche acciacco sì, ma pur sempre con una salvezza “conquistata” (al netto del “Sono soddisfatto” di Martusciello dopo Roma 3-0 Empoli dello scorso anno). Il Palermo invece beffa i toscani, il Crotone vince contro la Lazio (giocando una partita tenace), e i calabresi sono salvi. Si grida al miracolo, e a ragione. L’economia singola, particolare, della salvezza del Crotone, è passata da quella, altrettanto singola, ma meno motivata, del Palermo in casa contro l’Empoli. Risultato: imprevedibilità, spettacolo, emozioni.

Il Palermo festeggia mentre Croce, sconsolato e sullo sfondo, ritorna al centro del campo. Ma è tardi
Il Palermo festeggia mentre Croce, sconsolato, ritorna al centro del campo (Palermo 2-1 Empoli)

La questione della “quota”, formula economica rimasta vigente anche quest’anno, pone degli interrogativi altrettanto inquietanti. Perché se l’economia del campionato, nei termini in cui ne abbiamo parlato, rimane un discorso più vicino alle chiacchiere da bar, quello della vera economia proliferante denaro assume i contorni di una discussione scientifica. Per le squadre che retrocedono in Serie B (cara Benevento, ascolta bene!) è previsto un ammortizzatore. Un paracadute economico che prevede la spartizione di 60 milioni di euro per le tre squadre retrocesse. Come funziona la suddivisione? 25 milioni vanno al club con 3 anni di Serie A alle spalle, o a quello che ha passeggiato in A nelle 3 delle ultime 4 stagioni. 15 milioni ai club con almeno 2 anni di Serie A o il cui transito nella serie maggiore ammonta a 2 delle ultime 3 stagioni. Infine, 10 milioni per i club che sono da 1 anno in serie A (Benevento). Il Palermo, perdendo con l’Empoli, avrebbe guadagnato 40 milioni di euro. Uno scandalo così succulento da risultare quasi paradossale; fortunatamente quella partita il Palermo l’ha giocata, e l’ha anche vinta. Ma le tenebre rimangono, anche perché in Serie A, da un punto di vista dei diritti tv (a differenza dell’Inghilterra) arrivare ottavi o sedicesimi cambia davvero poco.

 

Scherzando, ma neanche troppo, si potrebbe dire che il Sassuolo guadagnerebbe di più a retrocedere che a rimanere nel limbo di quelle in mezzo. E a chi saltasse in mente di approfondire la questione dei diritti tv, rimanderemmo immediatamente alle dichiarazioni di Claudio Lotito di qualche anno fa. Vi ricordate lo scalpore che fecero quelle dichiarazioni? Il patron laziale, e lo diciamo con un pizzico di sconforto, ci aveva visto lungo. Questa Serie A, se vuole salvarsi, deve però ripartire dal centro. Come è possibile farlo? Come incentivare Sassuolo, Chievo, Genoa ed Udinese (un tempo almeno attenta, quest’ultima, alla gestione dei talenti emergenti!), come incentivare le “limbiche“, le ignave, a puntare nuovamente sul proprio futuro? La disparità economica con quelle davanti sta crescendo in maniera così netta – specie dopo l’arrivo delle due proprietà cinesi di Inter e Milan – che urge al più presto una riforma (che ne se parli però!) interna al campionato stesso. La soluzione è sempre quella: 18 squadre (16 sarebbe meglio, ma poi qualcuno si offende), competizione più compatta, viva anche e soprattutto grazie a quella lotta salvezza che da due o tre anni è finita nel disuso. Perché il rischio è quello di chi si affaccia troppo in avanti da cadere. La questione dei diritti tv è certamente un fattore da non sottovalutare, ma il numero delle squadre realmente presenti nel nostro campionato è ormai illusorio, diremmo falso. Chi osa affermare, oggi, che l’Hellas è in Serie A? Chi vuole venirci a dire che il Benevento è una bella storia? Partecipano forse ai destini del campionato squadre come Sassuolo? Genoa? Udinese? Come esattamente?

Il gol "decisivo" di Romulo in Hellas-Benevento (sì, Serie A)
Il gol “decisivo” di Romulo in Hellas-Benevento

Ormai non ha quasi più senso la domenica calcistica; non ha senso se, come due settimane fa, si giocano Inter-Milan, Juventus-Lazio e Napoli-Roma (le sei sorelle, perché cara Fiorentina ormai ti escludiamo) nella stessa giornata di campionato. Lasciando poi? il nulla. D’altronde il numero di 18 squadre s’impone ormai da sé. Diamo una rapida occhiata alle ultime tre stagioni. Stagione 14/15: salito il Cesena in Serie A, scende il Cesena in Serie B. Stagione 15/16: salite Carpi e Frosinone, scendono Carpi e Frosinone (scende anche il Verona, che tornerà in A dopo due stagioni, questa stagione, per – probabilmente – riscendere subito nell’abisso confortevole della B). Stagione 16/17: sale il Pescara, scende (come scende!) il Pescara, collezionando record negativi su record negativi. Scendono Empoli e Palermo, due squadre che – a coppia – erano salite nella stagione 2014/15 insieme al Cesena. Ma guarda un po’. Così, se il ricambio vero tra A e B ha riportato squadre come Cagliari e Bologna ad assestarsi nella massima serie, con il Sassuolo e l’Atalanta a provare – specie la seconda – di costruire un progetto valido, di crescita costante, la salita e la discesa per squadre come Empoli, Palermo ed Hellas è diventata una macabra abitudine. Tanto da confondere gli stessi spettatori di Serie A sulla realtà effettiva dell’Essere-in-Serie A di certe squadre (vedasi il posticipo del 16 ottobre tra Hellas e Benevento: partita di Serie A fino a un certo punto). Augurandoci che lo sbadiglio non inghiotta il mondo del calcio italiano più di quanto non abbia già fatto, rimaniamo fiduciosi per un’apertura seria ad un dialogo sul numero delle squadre; una riforma che deve ragionare dell’economia interna (riguardante le squadre), quanto dell’economia esterna (finanze). Per salvare la dignità delle squadre “limbiche”, per salvare le partite tra quelle davanti e quelle dietro. Per salvare la Serie A.

 

Note:

1. Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, § 66.
2. Dante Alighieri, Inferno III vv. 31-51.

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