La conditio sine qua non per la quale Antonio Conte si è imbarcato nell’avventura nerazzurra prevedeva la seppur minima possibilità (“anche solo un 1%”) di poter spodestare la regina che lui stesso aveva portato sul trono; tuttavia, non era certo questo l’obiettivo principale nel breve termine. Lo scopo della prima stagione era al contrario la ricostruzione di una grande squadra, ecco perché le lamentele post Parma sull’inadeguatezza della rosa sono risultate un po’ fuori luogo. D’altronde se, a sentire lo stesso Conte, non è lecito paragonarsi ai campioni d’Italia, perché già tutte queste recriminazioni?

“A me basta sapere di avere l’1 per cento di possibilità di vincere, e per quell’1 per cento lotto”.

L’ingaggio di un simile allenatore d’altronde prevedeva una società padrona sul mercato, e così è stato. Lukaku, Barella, Sensi, Lazaro e Biraghi, ai quali vanno aggiunti Godin e Sanchez, arrivati sì a zero ma con un notevole peso sul monte ingaggi: sulla carta sette calciatori fondamentali nel nuovo corso nerazzurro, uniti dal comune denominatore di essere giunti a Malpensa per volontà del tecnico salentino (così come quelli che, invece, le valigie le hanno preparate per lasciare Milano).

 

Il progetto è stato pensato su Antonio Conte quasi come fosse un manager inglese, ciascun giocatore è stato vivisezionato attentamente e giudicato idoneo o meno al progetto. Quindi perdonate la franchezza ma le lamentele – per non definirle piagnistei – dopo gli ultimi e unici due stop in campionato stonano un po’ nello spartito generale.

 

Conte

La grinta di Antonio Conte, in versione urlo di Munch, nel pareggio casalingo con il Parma (Foto di Emilio Andreoli/Getty Images)

 

Non abbiamo nulla da insegnare a Conte in termini di mentalità, ci mancherebbe, ma se la priorità stagionale era aumentare la tenuta psicologica della squadra piuttosto che alzare trofei, questo non sembra il modo più giusto. Anche perché, ammettendo pure che sia una strategia per mettere pressione alla società, nei precedenti di Juventus e Chelsea un simile atteggiamento non ha portato i frutti sperati al tecnico salentino, tutt’altro (se ricordate circolava forte la voce che Conte avesse abbandonato la Juve, corsi e ricorsi storici, per i mancati acquisti di Cuadrado, oggi bianconero, e Sanchez, ormai a sua disposizione, per non parlare del rapporto critico con Abramovich a Londra).

“Noi dobbiamo essere bravi a cercare di costruire qualcosa di importante in breve tempo. L’Inter per due anni di seguito ha preso la Champions League all’ultima giornata: nessuno è un mago, ma noi lavoreremo tanto per coltivare la speranza con Juventus e Napoli. Un gap che esiste, ma non dev’essere un alibi per farci arrendere alla prima difficoltà”

Può anche darsi che nel tecnico l’animale famelico di vittorie porti la pancia a parlare prima della testa (è lui il primo ad ammettere di non poter sostenere ontologicamente la sconfitta), ma si dovrebbe allora ipotizzare un’eccessiva emotività e una scarsa lungimiranza comunicativa. Certo, il vittimismo ha buone ragioni e si fonda su un’Inter realmente competitiva con solo tredici dei giocatori in squadra, ma tutti – compreso l’allenatore, come evidente dalle sue prime dichiarazioni – erano consci della rifondazione in atto: seppure ad altissimi livelli, pur sempre una rifondazione per cui non sarebbe bastato un solo anno.

 

 

Ecco perché anche le parole seguite alla sconfitta con la Juventus, e la sottolineatura di dover portare sempre la macchina sopra i giri del motore per poter vincere, rischiano di sottrarre tranquillità all’ambiente nel medio-lungo termine se non addirittura di concedere alibi agli stessi calciatori (è fisiologico che una squadra rallenti durante la stagione, e secondo il sillogismo contiano in quei momenti l’Inter sarebbe giustificata a perdere punti se non addirittura impossibilitata a vincere).

“Siamo stati bravi nelle partite precedenti a vincere, però non dimentichiamo che abbiamo sempre portato la macchina a 200 all’ora. Non l’abbiamo mai portata a 80, 100 in comodità, e noi sappiamo che per vincere la partita dobbiamo comunque andare a 200, e faremo questo”.

 

Non si può sempre vincere, purtroppo (Foto di Emilio Andreoli/Getty Images)

 

L’abisso tra le attuali prime e seconde del nostro campionato in effetti non è solo tecnico, e non è stato costruito in un’estate. Il primo scudetto dell’era Agnelli, con guarda caso Antonio Conte in panchina, è stato ottenuto con una squadra che si distingueva per la sua capacità di adattarsi. Se si guardano i valori di allora e li si confronta con quelli della rosa nerazzurra di oggi, non si troverà grande differenza e anzi, l’attuale Inter è probabilmente superiore alla Juventus dello scudetto 1/8 .

 

È vero, certamente il campionato era meno competitivo, ma il vittimismo del Conte contemporaneo varia troppo in base alle circostanze: gli permette di alzare i toni nel momento in cui la situazione è avversa, ed i pugni al cielo quando invece la “sorte” si dimostra favorevole. Anche le recriminazioni alla proprietà, sarebbero state più credibili in seguito a una delle tante vittorie (a Sassuolo ad esempio, in cui la squadra si era spenta fisicamente nell’ultima mezz’ora) e non dopo il mancato sorpasso con il Parma, perché ciò viene avvertito come la ricerca di un alibi.

 

L’Inter non era chiamata a vincere lo scudetto, non quest’anno, e lo sapevano tutti compresa la società, che ha profuso notevoli sforzi per poter tornare competitiva nel minor tempo possibile. L’obiettivo era invece trasformare quell’un per cento in qualcosa di più, senza scuse ma con testa bassa e pedalando. Perché tutto e subito, purtroppo, non sempre si può avere.