Un manipolo di ragazzi marciava lungo i binari della stazione Termini di Roma. Era quasi sera, ma il tramonto regalava al cielo della capitale ancora splendide sfumature arancioni e rosse. C’era chi, zaino in spalla, rincorreva il treno per accaparrarsi lo scompartimento migliore di quei convogli battezzati “treni speciali”, ma che di speciale avevano solo il fatto di essere sporchi, lenti e poco sicuri.

 

 

Un decennio dopo, intorno al maggio 1999, sarebbero stati eliminati con un provvedimento ad hoc da parte dell’allora governo D’Alema. Una decisione maturata a seguito della terribile vicenda che vide come sfortunati protagonisti alcuni tifosi della Salernitana: ci riferiamo alla tristemente nota “strage della Galleria Santa Lucia”, in cui persero la vita quattro giovanissimi ultras granata per un incendio scaturito all’interno di un vagone.

 

 

Gli straripanti treni speciali, icona di quegli anni.

 

 

Quel caldo sabato di inizio giugno a prendere posto sul treno per Milano c’era anche Antonio De Falchi, come sempre. Un ragazzetto alto e dai capelli lunghi che faceva parte di quella magica generazione di pischelli i quali, a migliaia, tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta accompagnavano la lupa in tutte trasferte. Una classe di mezzo, per molti versi distante dall’eccezionale spinta contestatrice che aveva contraddistinto i giovani del panorama extraparlamentare nel decennio precedente, ma che non aveva ripudiato del tutto la lotta. Rispetto alle generazioni successive, questa gioventù non si era ancora arresa al totale annichilimento ed in lei era sopravvissuta una potente carica eversiva che, inevitabilmente, aveva finito per proiettarsi nelle curve.

 

 

Nonostante fossero conclusi i tempi di Roma capitale della lotta armata e degli estremismi politici, la violenza era ancora insita nel tessuto sociale urbano, provato da anni di tensione e logoramento. Qualche mese dopo quel maledetto Milan-Roma, l’abbattimento del Muro di Berlino avrebbe segnato la conclusione di una fase storica anche in Italia: non solo per la sinistra – dal PCI alle altre formazioni minori – ma anche per la Democrazia Cristiana e l’intero sistema partitico del Paese. Intanto anche il calcio viveva un significativo periodo di transizione, lasciandosi velocemente alle spalle un decennio largamente definito con la formula de i favolosi anni ’80.

 

Il movimento ultras attraversava una fase particolarmente positiva: cresciuto a dismisura negli anni precedenti, iniziò a delinearsi in maniera più concreta, sia sul piano estetico che organizzativo.

 

Superati i mondiali di Italia 90, gravemente lacunosi sul piano infrastrutturale ed organizzativo, sarebbe stata seppellita definitivamente quella familiare sensazione di vicinanza e coinvolgimento verso uno sport che, oramai, era lanciato sulla via della degenerazione finanziaria e commerciale. Il movimento ultras, al contrario, attraversava una fase particolarmente positiva: cresciuto a dismisura negli anni precedenti, iniziò a delinearsi in maniera più concreta, sia sul piano estetico che su quello organizzativo. In questo periodo molti gruppi si ridefinirono, altri si diedero una precisa impronta politica, altri ancora non riuscirono a trarre nuova linfa dal ricambio generazionale.

 

 

Il treno giunse nella città meneghina in mattinata, troppo presto per precipitarsi in zona stadio. Così Antonio si defilò dal gruppo e, con altri tre ragazzi, decise di approfittare dell’anticipo e spostarsi verso il centro per una visita a Piazza del Duomo, i Navigli e per una cartolina a mamma Esperia. Alle 11,45 ecco il tram verso la “Scala del calcio”, che si presentava come un enorme cantiere a cielo aperto: gli imminenti mondiali avevano imposto a molti stadi importanti interventi di restauro, mentre in altri casi si erano costruiti impianti nati già fatiscenti, oppure autentiche cattedrali nel deserto. Intanto, raggiunto il piazzale antistante San Siro, i ragazzi si muovevano guardinghi, consapevoli che il pericolo di un’aggressione era dietro l’angolo per chi viaggiava in trasferta.

 

 

Il celebre muretto del CUCS Roma, in una foto degli anni ’80

 

 

Per sicurezza, le sciarpe giallorosse erano nascoste sotto i bomber nonostante il caldo di mezzogiorno, reso ancora più inclemente dal passo accelerato per raggiungere il settore ospiti, situato in curva nord. Nello stesso momento circa una ventina di ragazzi presidiava l’esterno del Meazza; ovviamente erano milanisti e alcuni di loro appartenevano al gruppo “Brasati”, contraddistinto da uno stile skinhead in un periodo in cui Dr Martens e teste rasate spuntavano copiosamente nelle due curve milanesi.

 

 

Antonio, Fabrizio, Alfredo e Angelo si accorsero di essere stati notati e affrettarono il passo, nella speranza di raggiungere l’ingresso del settore ospiti qualche decina di metri più in là. Dal gruppo dei rossoneri, però, si staccò un ragazzo che raggiunse i quattro capitolini; il milanista chiese ad Alfredo prima l’ora e poi una sigaretta, ma alla seconda domanda il romano non riuscì a mascherare l’accento: «Siamo solo quattro. Ma che volete?!»

 

Purtroppo Antonio rimase indietro: sgambettato cadde e sul suo corpo si riversarono i calci di una decina di persone.

 

Mentre i ragazzi tentarono di scappare, il gruppo di locali scattò all’inseguimento. Alfredo ed Angelo riuscirono a dileguarsi, Fabrizio venne bloccato e colpito più volte, ma riuscì a divincolarsi e lanciare un mattone contro i suoi aggressori. Purtroppo Antonio rimase indietro: sgambettato cadde e sul suo corpo si riversarono i calci di una decina di persone. Passata la scarica, riuscì ad alzarsi, ma poi rovinò nuovamente a terra. Dopo circa trenta secondi dall’inizio del pestaggio, gli aggressori si dispersero all’arrivo degli uomini della Celere.

 

 

In un primo momento Antonio riuscì a reggersi sulle proprie gambe, nonostante fosse pallido e sotto shock, ma all’improvviso crollò a terra vittima di un arresto cardiaco. Il tentativo di soccorso da parte di un agente risultò inutile e, quando l’ambulanza giunse all’Ospedale San Carlo, il giovane era oramai privo di vita. Il 4 giugno 1989, Antonio De Falchi rimaneva ucciso da un’azione barbara e vigliacca.

 

 

Sulle bandiere, negli striscioni e ancor prima nei pensieri Antonio De Falchi è sempre presente

Sullo sfondo, uno dei tanti eloquenti striscioni che mantengono vivo il ricordo di Antonio.

 

 

All’epoca, San Siro non era certo un palcoscenico per l’amore strappalacrime o il misericordioso perdono, sia in campo che fuori. Gli incontri disputati contro il Milan erano spesso frustranti per gli ospiti: quel giorno non fece eccezione la Roma, che venne battuta per 4-1 da un diavolo che si apprestava a celebrare la Coppa Campioni appena vinta a Barcellona. Tuttavia il trofeo non fece alcun giro di campo ed i festeggiamenti furono annullati. All’arrivo dei pullman delle due squadre, la notizia iniziò a diffondersi:

«È morto un ragazzo, un tifoso della Roma, aveva 18 anni».

La partita non venne sospesa, ma si giocò con circa un’ora di ritardo. Ci si limitò al minuto di silenzio in un San Siro glaciale, mentre le due tifoserie non esposero gli striscioni e non intonarono cori. I presidenti Berlusconi e Viola palesarono un grave disagio nel dover commentare davanti alle telecamere un evento così tragico. A fine gara, la rabbia del tifo giallorosso esplose all’esterno dello stadio, costringendo il servizio d’ordine di polizia ad un faticoso lavoro di contenimento. Erano lontani gli anni dei lutti di Acca Larenzia e di Piazza San Babila, ma a Milano e Roma si moriva ancora così, per strada, a diciotto anni: la violenza non era svanita, era invece sopravvissuta adattandosi ai diversi contesti, pronta a sprigionarsi per mano di nuovi protagonisti.

 

Purtroppo la lunga lista di martiri del pallone, di vittime domenicali, si sarebbe protratta sino al giorno d’oggi, come ha testimoniato la tragica serata di Inter-Napoli nel gennaio 2019.

 

In quel periodo, come Antonio De Falchi, furono molte le vittime di aggressioni irrazionali, disorganizzate e vili. Qualche anno dopo, un episodio dalle dinamiche simili causò la morte del tifoso genoano Claudio Vincenzo Spagnolo, ferito mortalmente da una coltellata fuori dallo stadio Marassi. Nuovamente l’assassino apparteneva ad un gruppo di rossoneri, la cosiddetta “Banda del Barbour”, cellula che non si muoveva insieme alla Fossa dei Leoni ed alle Brigate, il duopolio che organizzava il tifo rossonero. Purtroppo la lunga lista di martiri del pallone, di vittime domenicali, si sarebbe protratta sino al giorno d’oggi, come ha testimoniato la tragica serata di Inter-Napoli nel gennaio 2019.

 

 

A Torre Maura, il mercoledì seguente, venne dato l’ultimo saluto ad Antonio de Falchi. Tra i moltissimi presenti anche alcuni calciatori della Roma, quali Peruzzi, Nela e Giannini, ed il Presidente Dino Viola, che si fece carico delle spese funerarie. Il Patron giallorosso, autentico gentiluomo d’altri tempi, considerava la Curva Sud come una grande famiglia, di figli turbolenti ma appassionati, e rimase profondamente provato alla vista del fratello di Antonio che stringeva a sé la maglia numero 3. Questa apparteneva al difensore Sabino Nela, ed era stata afferrata proprio dal defunto tifoso al termine di Como-Roma qualche settimana prima; da quella trasferta era custodita gelosamente nella sua camera, come una reliquia di inestimabile valore.

 

 

Il volto di Antonio De Falchi continua a seguire ovunque gli amati giallorossi.

Il volto di Antonio continua a seguire gli amati giallorossi. Sempre, ovunque e comunque.

 

 

Nel processo che si svolse a Milano, l’accusa fu di omicidio preterintenzionale per i tre imputati: Luca Bonalda di 18 anni, Antonio Lamiranda di 21 e Daniele Formaggia di 28 anni. Quest’ultimo ricopriva il ruolo di impiegato nel servizio organizzativo della società Milan, come membro del gruppo ultras Fossa dei Leoni. Il clima in cui si sviluppò il dibattimento divenne sin dall’inizio molto teso e già dalle prime udienze si respirò un’aria intimidatoria. Molti parlarono di “una sensazione di omertà quasi malavitosa” causata dall’atteggiamento di alcuni testimoni, tanto che una serie di minacce costrinse il giudice ad ordinare la scorta per la famiglia di Antonio durante il tragitto tra l’aeroporto Linate ed il tribunale.

 

«Vigliacchi uscite adesso: ve lo facciamo noi un bel processo; Il prossimo anno colpiremo sia a Roma che a Milano per vendicare la morte del compagno Antonio De Falchi». (1)

 

La difesa basò la sua linea sull’esistenza di una malattia cardiaca di Antonio, nonostante l’esame autoptico avesse evidenziato esclusivamente qualche piccola anomalia asintomatica. Dopo un lungo iter processuale, nel dicembre 1992 la Corte di Cassazione sancì la pena di 7 anni di reclusione per il solo Luca Bonalda, mentre gli altri due ragazzi vennero prosciolti da ogni accusa già in primo grado. I familiari di Antonio, affranti ed addolorati da un giudizio quasi sommario, ebbero la sensazione di essere stati abbandonati dallo Stato italiano.

 

 

In particolare mamma Esperia non se ne fece mai una ragione e continuò a lottare a modo suo, mostrando la camera di Antonio a tutti i giornalisti che si presentavano davanti alla porta di casa a Torre Maura. La signora continuò a difendere la memoria del figlio, incessantemente, fino alla dipartita nell’ottobre del 2019: nel frattempo era diventata madre d’adozione per tutti i ragazzi della Curva Sud, che negli anni non hanno mai smesso di renderle omaggio.

 

 

Raffigurato sui due aste, sui bandieroni e nelle coreografie, il giovane romanista continua a seguire ovunque i suoi amati colori. D’altronde, di fronte a tragedie simili, si moltiplica all’ennesima potenza il senso di appartenenza e di militanza che accomuna i ragazzi sui gradoni. L’immagine che si tramanda alle future generazioni è quella di un ragazzo che veste la maglia giallorossa e canta con gli occhi socchiusi, rapito dalla passione. Il volto del tifo più sincero ed autentico, come un eterno amore adolescenziale.

 


Nota (1): Testo di un volantino distribuito in occasione delle esequie di Antonio De Falchi