Tifo
06 Settembre 2022

Viva le maglie al contrario e gli insulti allo stadio

Gli ignoranti siete voi.

Fiorentina vs Napoli è stata la partita delle polemiche. Poco importa del risultato finale, delle giocate di Raspadori, Barak e soci, il dibattito pubblico ha preferito concentrarsi sulla lite di Luciano Spalletti, tecnico del Napoli, con il tifoso fiorentino che lo ha insultato a più riprese e sull’immagine, finita in diretta sul caro DAZN, di Antonio, giovane tifoso del Napoli di origine francese, che seduto in tribuna al Franchi, poco dietro la panchina partenopea, indossava una maglia della sua squadra del cuore al contrario.

Puntuali, come un orologio svizzero, sono arrivate le reazioni di quelli a cui l’immagine sopracitata non è sfuggita. Twitter, Facebook e social vari, hanno cominciato a riempirsi di foto dell’accaduto, corredate da polemiche e sermoni sull’inciviltà del Franchi e del tifo calcistico in generale, aprendo il dibattito in seno all’opinione pubblica, sempre pronta a sfruttare tali assist per nutrire le bocche e le gole, sempre molto profonde, del mainstream benpensante. Allora ciak, si gira. Dopo nemmeno 24 ore dall’accaduto, ecco comparire sul sito SerieAnews.com, evidentemente bravi a fiutare lo scoop e più lesti delle testate principali, un’intervista al padre del piccolo Antonio, che ci descrive l’accaduto e ci parla di «steward che hanno consigliato di indossare la maglia al contrario» e di «insulti e parole grosse contro lui e suo figlio».

Intervista ripresa, chiaramente, da testate giornalistiche più mainstream, come Il Fatto Quotidiano, che pubblicandola direttamente sui social ci ha permesso di aprire la sezione commenti, facendoci inorridire, non senza sorpresa a dire il vero, dinanzi alla miriade di invettive contro i frequentatori di stadi apparse sotto il post. La solita trita e ritrita retorica del tifoso calcistico immondo cavernicolo, becero e violento, degli ultras individuati ancora come male del calcio, a proposito eravamo in tribuna, ma a qualcuno questo non conveniva dirlo. Insomma, nulla di nuovo sotto questo cielo, ancora una volta l’equazione calcio, tifoso, ignoranza, è stata formulata in men che non si dica.

Cosa dire, allora, quando tutti hanno già la risposta pronta, quando Antonio, il piccolo tifoso del Napoli, è stato identificato come vittima, quando si è già deciso di condannare un intero popolo, quello fiorentino ma più in generale quello calcistico, come modello di disgustosa inciviltà? Rispondere sarà difficile, non sarà semplice evitare gli sproloqui contro il tifo, non sarà facile dribblare gli attacchi di chi ci definirà beceri, ma vogliamo dirlo lo stesso, noi stiamo con la Tribuna Coperta del Franchi.

Ci schieriamo da quella parte perché esistono regole che vanno oltre la solita retorica melensa del Fair Play e del politicamente corretto applicato allo sport. Queste regole, che noi tifosi beceri vogliamo elevare allo stesso livello del bushido per gli antichi Samurai, ci dice che non esiste mescolanza sugli spalti, non esiste «tifo gentile e accogliente», non siamo uguali, non in quei 90’ che per molti valgono un’intera esistenza. Ci opponiamo a questo progressismo sportivo, che vorrebbe il Fair Play sopra ogni cosa, sopra il valore sacro della rivalità, quella che ha permesso al calcio di assurgere al ruolo di sport del popolo. Questo perché, a prescindere dal grado di sopportazione della modernità applicata al calcio, è innegabile che ancora oggi esistano baluardi contro il cosiddetto calcio moderno e la sua tendenza a fagocitare il tradizionalismo di questo sport.

Baluardi come l’Artemio Franchi di Firenze per intenderci, uno stadio dove la Tribuna Coperta, seppur notoriamente settore maggiormente frequentata dall’Alta borghesia e dai benestanti fiorentini, spesso ci ha ricordato che l’attaccamento al proprio campanile venga prima di ogni cosa, prima di un gol o dei premi Fair Play che ogni stagione vengono elargiti dalla Lega Serie A, costantemente alla ricerca di modelli etici da poter sventolare ai quattro venti, salvo poi dimenticarsi dei diritti basilari quando si tratta di andare a giocare una Supercoppa in Arabia Saudita per promuovere il marchio e ottenere qualche spicciolo in più.


QUESTE COSE ACCADONO SOLO IN ITALIA (SICURI?)


Perdonate lo stucchevole esempio, sentito e risentito, letto e riletto, ma quando si può dare un calcio all’ipocrisia dei Signori del calcio italiano e di coloro che gli vanno dietro, non resisto mai. Un’altra forma di ipocrisia è quella dell’esterofilia mostrata dalle firme giornalistiche nostrane, che negli anni ha favorito lo sviluppo del luogo comune dei luoghi comuni, il famoso «queste cose succedono solo in Italia», un’affermazione tra l’altro dettata da profonda ignoranza rispetto al contesto storico, sportivo e sociale dei luoghi spesso citati, fra i quali spicca ovviamente l’Inghilterra, il Paese che ha sconfitto gli hooligans, forse.

Quando si parla di settori misti, colori sventolati liberamente nei settori del tifo casalingo e a sostegno di tali tesi si portano esempi provenienti dall’estero, la domanda che viene spontaneo porsi è se effettivamente questi benpensanti siano mai stati in questi luoghi. Sfidiamo chiunque a portarci esempi diretti di tifosi mancuniani dei Red Devils, liberi di esultare sulle tribune di Anfield Road o di Goodison Park, i due impianti di Liverpool, dimostrateci che un quindicenne di Manchester possa indossare liberamente la sua maglia di Ronaldo, o Cantona se vogliamo fare i nostalgici, in mezzo ai tifosi di Everton e Liverpool.



Visto che la risposta sarebbe elusiva, dato che non potreste portarci tali esempi, rispondiamo noi per voi: lasciate stare e lasciateci stare. Quel che manca in chi sostiene il diritto alla libera possibilità di tifare la propria squadra in qualunque settore di uno stadio, e sia chiaro che chi scrive ama e difende la pluralità di opinioni e il diritto di parola, è la comprensione del fenomeno sociale che è il tifo.

Chi sostiene queste tesi di libertà di espressione sugli spalti e di libera espletazione della propria fede fra i sostenitori avversari, seppur non amiamo e non vogliamo scadere nelle banali generalizzazioni, di solito sono gli amanti degli expected goals, dei bomber dei social, dei campioni strapagati che cambiano look ogni settimana e club ogni anno, tali soggetti spesso invidiano il modello NBA e sono i fautori di quella deriva nerd che, complice anche il fantacalcio ormai più importante del campionato stesso e della propria squadra del cuore, sta travolgendo il pallone.

Lasciatevelo dire: il calcio, di cui l’Europa è pioniera, è un’altra cosa e ha un altro seguito. Il calcio ed il tifo calcistico rappresentano l’eredità diretta di quel campanilismo italico che vide le sue origini nel XII secolo, quando in Italia la civiltà comunale muoveva i suoi primi convinti passi verso la Storia e ne entrava a far parte. Un periodo in cui se fossi nato a Venezia, di certo non ti sarebbero stati simpatici i genovesi, del resto c’era l’egemonia commerciale della propria città da difendere.

L’antidoto alla narrazione sportiva.

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Se il campanilismo è stato un fenomeno storico prevalentemente italiano, la sua commistione col calcio non si limita alla nostra penisola, ma raggiunge tutte le altre realtà europee in modo più o meno diretto. Citofonare Rotterdam e chiedere ai tifosi del Feyenoord le motivazioni del particolare astio provato nei confronti dei sostenitori dell’Ajax di Amsterdam, sarebbe interessante scoprire che dietro cotanta inimicizia non ci siano i titoli sportivi contesi, ma ben altro. Prendiamo ad esempio il detto per il quale a Rotterdam i soldi si guadagnano, a Den Hag si dividono e ad Amsterdam si sperperano. Proletari contro borghesi, operai contro mercanti.

Possiamo volare poi in Spagna, in terra iberica, una nazione tanto solare quanto divisa al suo interno da faziosità, distinzioni territoriali e linguistiche antiche. Barcellona e Real Madrid, ormai simboli delle degenerazione della modernità legata al calcio, rappresentano comunque due mondi antitetici fra loro e questo, a dispetto della stragrande maggioranza dei clienti consumatori del servizio gentilmente offerto da Bernabeu e Camp Nou, è presente nello strato culturale più genuino di entrambe le tifoserie, dove ad un catalano, se dici Real Madrid lo fai imbestialire perché per lui il Madrid non è la giocata di Benzema o la Coppa dei Campioni di Morientes e Raul, per lui il Madrid è il Re, è la lingua spagnola, è la Castiglia, l’accentramento del potere, quello che non riconosce l’indipendenza della Catalogna.

Sarebbe possibile proseguire ad oltranza, citare migliaia di altre rivalità calcistiche che forgiano le proprie origini su questioni sociali, storiche, economiche e politiche, sarebbe bello analizzarle a fondo, ma non basterebbe l’intera giornata. Ci sono delle regole, antiche come è antico il mondo, non stressateci cercando di cambiarlo e, almeno per una volta, evitate di ammorbarci con il vostro progressismo e le morali sulla presunta «società civile», dove sei abbastanza intelligente solo se l’avversario segna e gli fai l’applauso. Siamo cavernicoli, insultiamo gli avversari e disprezziamo il Fair Play, amiamo essere così, ci fa sentire vivi e orgogliosi. Gli ignoranti siete voi, fine della storia.

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